Dossier (La magia di un cammino) / Camminare con il cuore

di Angela Seracchioli

Un passo dietro l’altro per arrivare e non arrivare mai
ma in buona compagnia

Mentre mi accingo a scrivere dei cammini, del Cammino francescano che ho avuto la ventura di tracciare nel lontano-vicino 2004 – cosa sono in fondo 13 anni? Un soffio – mi trovo a pensare due cose: la prima è che i ragazzi di don Achille che, pezzo a pezzo percorrono il cammino dalla sua nascita, hanno poco più di questi pochi anni, e che questo è il tempo lineare ma che, però, per poter parlare di cammino, devo ricalarmi in un tempo che non ha una dimensione misurabile in anni ma che vive nell’Ora, così come il passo è sempre solo uno, magari ripetuto all’infinito, ma è sempre e solo quello. Solo lì posso ricordare, solo in quell’Ora che è del cuore, posso, forse, trovare le parole per “agganciare” il cuore di chi mi legge.
La memoria, che vive su una linea, mi riporta al “mio cammino d’inverno”, il Cammino di Santiago, del 2002, quando da camminatrice di montagna, delle montagne del mondo, mi ritrovai a essere pellegrina, quasi per caso, «ma il caso non esiste!». «Sì, sì ma questa è un’altra storia che i pellegrini sanno bene…» o perché «tanto se ne parla, perché non provarci».
Partii senza saperne quasi nulla, comperai la guida all’ultimo momento e la leggevo tappa a tappa, volevo essere vergine, non mi interessavano i racconti degli altri, volevo “scrivere coi passi” il mio di racconto, uno dopo l’altro.
Da sola, «Proprio il tempo peggiore dell’anno per un viaggio, per un lungo viaggio come questo», come direbbe T. S. Eliot in quel suo meraviglioso poema pellegrino che è “Il viaggio dei magi”, me ne andavo verso Santiago carica di uno zaino invernale, leggi pesante, per sentieri fangosi, tanta pioggia battente e neve soffice e dolcissima.
Ma i cammini fanno scherzi alla memoria e ciò che era lineare diviene ricordo dell’Ora, di quel tempo che è punto, istante fuori dal tempo pur essendone parte.
La memoria si sfoca e mi vedo come in un film, fuori da me, mi guardo, mi vedo arrancare esausta con il fango che appesantisce gli scarponi tecnici dentro cui i piedi, miracolosamente, sono la sola parte asciutta del corpo. Le spalle bruciano, vorrei fermarmi ma non posso, devo arrivare alla meta del giorno che pare un irreale miraggio. Sono sola nella fatica e poi non lo sono più, accanto a me, a sinistra, cammina mia mamma, leggera, sorridente, asciutta, avvolta nella sua giacca a vento verde, ha il volto felice di quando si andava in montagna insieme. A destra, nel fango, accanto ai miei scarponi, si posano dei piedi nudi, lividi e bagnati, accarezzati da sfilacci di una gabbana incrostata di fango.
“Francesco” lo so, in quell’Ora, lo sa il mio cuore e il nome del “proprietario” dei piedi sgorga da lì. So che è Lui, «Io che non vado in chiesa?». «Però l’amo come si ama un amico”». «È un amico che mi viene in soccorso?». «La mamma ci sta, la sento accanto a me quando tutto si fa buio, ma Lui?». Non so perché è lì con me, non lo vedo, vedo solo i piedi… «che scherzi fa la pioggia e la fatica!» penso. Ma l’immagine persiste per un po’ e si ripeterà più avanti, altre due volte.
Non ricordo come finì quella tappa, di certo arrivai, mi feci sicuramente una meravigliosa doccia, che per i pellegrini è un inno di gratitudine, mangiai e riposai, come è fatta di piccole cose essenziali la vita di un pellegrino! Incontrai di certo altri pellegrini, e fu di certo bellissimo, come sono facili i rapporti anima ad anima, cuore a cuore sui cammini! Ma quell’ “Ora” divenne il centro di un cerchio come quello prodotto dal lancio di un sasso in uno stagno che continua a generare cerchi sempre più ampi.
Quei cerchi, che a mia insaputa si stavano allargando, divennero l’incontro con una casa editrice, non cercato ma che accadde, una guida di un “cammino che non c’era” e pellegrini che da subito si misero in cammino generando infiniti nuovi cerchi, i loro personali cerchi sulla superficie di un’acqua che non era più solo mia. Persino un prete che non conoscevo ci fece un intero dossier nella sua rivista “l’altrapagina” e poi si mise a camminare coi suoi ragazzi sulla “Buona strada” di Francesco a cui avevo prestato scarponi e penna, io, la più improbabile autrice di guide!
Poi l’incontro con il sorridente don Achille, volevo conoscere chi fra i primi aveva prestato attenzione a quel libretto, e le nostre parole di condivisione ed entusiasmo per ore, in una pizzeria che voleva chiudere, divennero un altro punto scintillante su quello stagno-vita striato di linee concentriche.
Quanta bellezza e quanto dolore in un cammino! La metafora dello stagno oggi mi accompagna.
Sul cammino i passi divengono bastone che rimescola l’acqua che così si intorbidisce e,“l’inabissato”, i sassi del “non risolto e dell’accantonato” di un’intera esistenza vengono a galla e in quei momenti la tua vita ti pare inutile, disperante, hai voglia di urlare, urli come feci io nelle nebbie di un bosco prima di Porto Marin.
Poi però il fango del fondo si scioglie. L’hai guardato e lui diviene sabbia impalpabile e pulita, i sassi si vedono in trasparenza nell’acqua, sono sempre lì ma ora sono ciottoli lucidi e innocui, anzi, sono divenuti il fondo di quell’acqua che ora è limpida come quella di un laghetto di montagna, e su di essa il sole gioca rifrangendosi in uno scintillio dorato.
Quanto è leggero il cuore del pellegrino! Forse solo per attimi di Eternità sei solo dove sei, non prima, non dopo, e tutto ti parla, tutto canta il suo canto e tu con tutto canti perché Tutto sei tu e hai voglia di urlare, questa volta è la gioia che urla, allarghi le braccia e tutto contieni e forse piangi di nuovo, ma questa volta è per gratitudine e troppa bellezza da contenere in un piccolo cuore.
Fra l’abisso e l’estasi tanti altri passi, ma l’anima è salita a fior di pelle e “rischia” di rimanere lì; è “pericoloso” fare Cammini!
Rischi di scoprire che non c’è una meta e che non arrivi mai, vai avanti, magari ci riprovi su un altro cammino perché hai nostalgia di quel te leggero e semplice che magari è sparito nella vita di tutti i giorni, di quel rapporto con gli altri che non segue nessuna legge di età, ceto sociale, nazione, cultura, religione…dove non hai bisogno di maschere, perché hai riscoperto in te il bambino, quel tempo bambino in cui eri ciò che eri e non avevi ancora imparato a crearti un’immagine da proiettare per salvarti, che è poi divenuta la tua dolorosa prigione.
Solo un titolo ti va bene: “Pellegrino” e magari pure “Forestiero” e la precarietà che queste due parole sottendono non ti fa più paura, anzi, questa stessa precarietà si coagula in un’altra parola “Libertà”, libertà di essere quello che sei, sassi-ciottoli compresi.
E allora la meta dov’è? Santiago, Assisi, Monte Sant’Angelo, Gerusalemme? Nella mia lunga e breve vita pellegrina ne ho avute tante di mete, hai bisogno di averle, per poi non crederci più veramente, e scoprire che la meta non è di questo mondo e che il passo successivo è la sola meta temporanea che puoi fare danzando o pesantemente, o tutt’e due senza giudizio, iniziando a volerti bene per ciò che sei. Vedere che il Cammino è una metafora della vita, che non c’è più distinzione fra la vita sul cammino e quella “normale” che puoi vivere con l’anima sotto pelle o ignorandola o ricacciando nel fondo dello stagno, per sopravviverti senza gioia e senza dolore, senza sguardo verso di te e verso l’altro, stancamente e con noia.
Cosa sono 13 anni? Un soffio, in una vita che ne ha molti di più. Ma da allora quello che non c’era esiste, l’altro giorno mi trovavo a dire in una conferenza-dibattito: «Uno può scrivere tutte le guide che vuole, può tracciare tutti i cammini che vuole, ora si rasenta la moda per interessi più o meno puliti, ma sono solo i Cammini percorsi dai pellegrini che lo divengono a tutti gli effetti e che superano il tempo e le mode».
Francesco mi pescò su un sentiero fangoso, io mi lasciai “pescare” è sempre un rapporto a due, un botta e risposta nella vita che è fatta di Sì, di No, di Ni’ o ancora peggio di: «Dormo troppo per vedere e sentire».
A volte la leggerezza sembra un ricordo lontano in un mondo che riduce tutto a merce e in cui la battaglia fra l’Arcangelo e Mammona sembra spiumare le ali candide di Michele, ma poi ci sono i pellegrini, loro vanno, camminano, gioiscono, si disperano, mi scrivono, mi chiamano e le loro parole sono un dono immenso per me. Francesco e l’infinitamente piccola me li proteggiamo, ci occupiamo di loro, non ci sono estranei. Francesco parla nel loro cuore, io più semplicemente e umanamente preservo il cammino da ciò che Cammino non è, e il loro «cerchio sull’acqua pura del laghetto» non mi è indifferente.
Buon Cammino buona gente e che Michele e Francesco siano sempre con voi! ◘
«Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni, ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi, Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli. Io sarei lieto di un’altra morte».
Ultimo verso del “Viaggio dei Magi” di T.S.Eliot

 

 

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