Dossier" La religiosità dei mafiosi" : Il tradimento delle classi dirigenti

Colloquio con Pietro Barcellona, professore emerito di Filosofia del diritto all’Università di Catania

Le élite meridionali non hanno saputo trasformare i sentimenti più primitivi delle popolazioni in aspirazioni ideali che potessero dar vita a prospettive di mondi futuri

di Achille Rossi

Quando chiediamo a Pietro Barcellona, professore emerito di Filosofia del diritto all’Università di Catania, se esista un legame tra religiosità cattolica meridionale e fenomeno mafioso, egli da buon filosofo ci invita subito a fare la distinzione tra Chiesa come articolazione di potere e Chiesa profetica. «Il rapporto tra mafia e istituzione religiosa è stato abbastanza stretto. La Chiesa-potere, penso alla gerarchia, ai parroci, ha avuto un ruolo di legittimazione notevole nei confronti della mafia tramite la partecipazione alle feste religiose. C’è un atteggiamento ecclesiastico che si preoccupa esclusivamente dei sacramenti e affida il rapporto con Dio alla testimonianza esteriore di processioni, confraternite, gesti pubblici. Così nei vari quartieri, nei vari comuni, la partecipazione fisica dei mafiosi è impressionante; facendosi vedere come uomini di Chiesa acquistano legittimazione e prestigio».
Barcellona cita i dati di un libro intitolato La mafia devota, uscito di recente da Laterza, che analizza dettagliatamente i rapporti tra mafia e Chiesa cattolica in Sicilia e nel Mezzogiorno dal 1912 in poi. «Questo testo ricorda il grande numero di preti uccisi dalla mafia e testimonia la presenza costante di una religiosità spirituale che stimola a lottare contro le ingiustizie. Non avrei immaginato che ci fossero stati tanti preti dilaniati dalla lupara, almeno quanti comunisti e sindacalisti. Significa che in Sicilia, accanto a una Chiesa impegnata in battesimi, matrimoni e processioni, c’è una Chiesa della profezia, dell’aspirazione al bene, all’onestà. Perciò fare un discorso sul rapporto tra mafia e religione può diventare semplicistico se non si operano le giuste distinzioni».
Per convalidare la sua tesi Barcellona porta l’esempio del cardinale Ruffini, arcivescovo di Palermo negli anni tra il Cinquanta e il Sessanta del secolo scorso: «Era un uomo accanito in modo ossessivo contro i comunisti, tanto da considerare la mafia un alleato di potere. Ma questo non ha niente a che vedere con lo spirito religioso». Per Barcellona ad arruolare la Chiesa nella lotta al comunismo ci ha pensato la Democrazia Cristiana: «C’è stato un periodo in cui Dc, Chiesa e mafia erano vasi comunicanti. L’alleato di questa triangolazione era, naturalmente, la borghesia semifeudale più retriva, che si era formata nelle campagne di Palermo e, una volta trasferitasi in città, aveva coltivato un odio viscerale verso i lavoratori, i comunisti, il sindacato. Borghesia, partito della borghesia, in Sicilia dopo il 1948 la Dc, e mafia costituivano un sistema che funzionava con una logica unitaria. Di fronte a questo c’erano tutti quei preti, che non a caso venivano identificati con i comunisti, i quali si battevano nelle campagne per difendere i contadini e venivano ammazzati esattamente come gli esponenti della sinistra».

Pietro Barcellona non è d’accordo col magistrato di Palermo Roberto Scarpinato, che ha analizzato il rapporto tra mafia e politica in termini antropologici, vedendo nello spirito cattolico la premessa della degenerazione mafiosa: «La chiave di lettura che io propongo non presuppone che chiunque abbia una fede cattolica debba essere predisposto alla deriva mafiosa. È una generalizzazione arbitraria che dipende dal considerare il Mezzogiorno come una totalità omogenea, mentre invece è pieno di contraddizioni». Ma per Barcellona anche la Chiesa cattolica è una selva di contraddizioni: «Certamente c’è un tipo di religiosità quasi superstiziosa, in cui si chiedono aiuto e miracoli e s’invocano i santi come se fossero dietro l’angolo a dispensare grazie. Questo spirito crea nel costume un atteggiamento di dipendenza, come se tutta la popolazione aspettasse di essere vezzeggiata, curata, protetta da una grande madre. Una religiosità superstiziosa di massa favorisce la dipendenza nei confronti di chi appare come miracoloso. Ma questo è un fatto di costume. Miracoloso può essere anche Scampagnini, il medico di Berlusconi».
Quali aspetti della cultura meridionale sono stati particolarmente favorevoli alla penetrazione mafiosa? «Non penso che la mafia sia un destino del Mezzogiorno, credo piuttosto che sia un fenomeno legato alla defezione delle classi dirigenti, che non sono in grado di entrare in comunicazione con il popolo e di interpretarne e rappresentarne le esigenze. Le élite meridionali sono affette da quella malattia che Togliatti chiamava l’ascarismo: stanno a pregare i centri di potere romani per ottenere qualche scalata sociale. Purtroppo la nostra classe dirigente non ha saputo trasformare i sentimenti più primitivi delle popolazioni in aspirazioni ideali che potessero dar vita a prospettive di mondi futuri».

Per Barcellona le borghesie del Sud si sono alleate con i poteri del Nord e del Centro per ottenere favori di carriere o accesso a posti privilegiati: «Il Sud è così malridotto perché non ha avuto alcun racconto fondativo. Nel libro di un autore americano, intitolato Il Paradiso abitato dai diavoli, vengono riprodotti i rapporti dei funzionari dello Stato, che contengono una descrizione quasi lombrosiana delle popolazioni meridionali, come se fossero primitive o attardate. Questo significa che le classi dirigenti hanno subito una colonizzazione dell’immaginario da parte dello Stato unitario. La mancanza di classi dirigenti ha determinato la formazione di società segrete, lo spirito di omertà, una certa maniera di difendersi dalla visibilità, la scelta del mondo della notte come l’unico in cui è possibile esistere perché in quello del giorno ti tagliano le gambe». Tutto questo, conclude il filosofo catanese, è tipicamente meridionale, ma non ha niente a che vedere con la religione. «È piuttosto un pezzo della storia nazionale, che non riesce a pensare al Mezzogiorno come parte integrante del paese. Il Meridione non ha vissuto nessuno dei fatti fondativi dello Stato unitario, né il Risorgimento né la Resistenza, per cui il popolo del Sud è rimasto sbandato e si è costruito un’immagine del potere segreto come anti-Stato in reazione al tradimento delle proprie classi dirigenti».
Quali aspetti dell’insegnamento catechistico si prestano meglio a essere strumentalizzati dalla mafia? «Il catechismo prescrittivo, giuridico, predispone le persone a un atteggiamento di obbedienza e di passività. Ma questo è anticristiano, è il rovescio dell’insegnamento del Vangelo dell’amore. Tutto dipende perciò dalle persone che insegnano. Il catechismo come lo fanno alcuni preti, penso a come lo spiegava don Pugliesi ucciso dalla mafia, è un’altra cosa».

Quali sono i tratti essenziali della fede cristiana che dovrebbero essere maggiormente sottolineati per sradicare il fenomeno mafioso? «Bisognerebbe contrastare lo spirito di vendetta, che si nutre della legge del taglione e rappresenta la crisi dello spirito collettivo e di ogni idea di comunità. La ferocia caratterizza il rapporto tra i gruppi mafiosi, come dimostra il caso di Spatuzza, ora alla ribalta delle cronache, che ha sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo. Lo spirito di vendetta dovrebbe essere combattuto con la radicalità dell’insegnamento evangelico». Barcellona individua un altro cancro della società siciliana: il rancore sociale: «Le nostre società ne sono piene e coltivano una sorta di paranoia strisciante di aver subito chissà quali torti. Anche qui l’invito evangelico a non odiare il nemico, a porgere l’altra guancia, ad amarlo come se stessi sarebbe essenziale». Da cosa dipende questo rancore? «Dalle aspirazioni frustrate che le classi dirigenti non hanno saputo interpretare. La mancanza di classi dirigenti blocca qualsiasi aspirazione di ricambio sociale, il figlio del contadino è costretto a continuare il mestiere del padre come un servo della gleba, il suo desiderio di una vita migliore viene vanificato e questa frustrazione senza nome si trasforma in rancore sociale verso chi ha più potere».
Cosa bisognerebbe fare a livello ecclesiale e politico per vaccinare la popolazione siciliana dal virus della cultura mafiosa? «In una terra dove i praticanti sono il 10% e quelli che accedono ai sacramenti l’80% c’è bisogno di una nuova evangelizzazione missionaria. I preti stessi dovrebbero sganciarsi dal sistema di potere e vivere una comunione più autentica con i poveri, gli emarginati, gli ultimi. Dal punto di vista politico occorre trovare sistemi più limpidi per selezionare i candidati alle funzioni rappresentative e pensare a una nuova regolazione giuridica dei partiti, perché quelli esistenti, sia di destra che di sinistra, sono più cosche che partiti. Lo Stato, infine, dovrebbe essere più presente e più efficiente con strutture e servizi che rendano la vita più dignitosa e più umana e non solo con i carabinieri».

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