Dossier (Un golpe strisciante) / L’ora dei forni

di Rodrigo A. Rivas

«Quando uso una parola – disse Humpty Dumpty con tono piuttosto sdegnato – essa significa esattamente quello che voglio, né più né meno.
La domanda è – rispose Alice – se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.
La domanda è – replicò Humpty Dumpty – chi comanda, tutto qui»

Lewis Carroll,“Alice nel paese delle meraviglie”

Ho rifatto questo articolo più volte. Dovrei rifarlo altrettante, attanagliato tra l’analisi e le priorità dettate dalla minaccia diretta di un golpe di Stato, con intervento statunitense, che impone invece di serrare le file per difendere ciò che resta della rivoluzione bolivariana, della costituzionalità e del governo eletto democraticamente. Maduro non è un santo della mia devozione, ma non ho dubbi che il suo rovesciamento instaurerebbe una dittatura al servizio di Washington che, oltre alle ripercussioni sui venezuelani, aggraverebbe l’insieme del contesto latinoamericano e aprirebbe un periodo di sollevazioni e proteste popolari con altissimi costi umani, che già s’intravedono in Paesi decisivi per la regione come il Brasile e il Messico.
Per i media occidentali o aspiranti tali, contro il governo venezuelano vale tutto: manipolazioni, tergiversazioni, omissioni, bugie… Forse qualche amanuense non lo sa, ma i loro padroni vogliono imporre la barbarie, anche a costo di una guerra civile. In un’ epoca in cui contano le reputazioni, non le coscienze, i “Media RCA Victor”, ubbidienti cagnolini, sono sempre ligi a “la voce del padrone”, tanto quanto “i senatori RCA Victor”. Molto probabilmente, neppure costoro sanno quel che fanno ma, da finti e docili servitori, votano a Palazzo Madama per cambiare il governo a Caracas.
Non credo sia utile proporre uno scontro tra il cretinismo della neolingua mediatica, che interpreta ogni cosa venezuelana come “crisi umanitaria, dittatura, prigionieri politici”, e la scarsa credibilità di una narrativa eroica su di un “Venezuela del socialismo e della rivoluzione”, che tutto interpreta come “guerra economica o attacco imperiale”. Ciò serve solo a rendere invisibili i temi, i personaggi ed i processi, facendo scomparire lo scenario politico reale. È già avvenuto più volte. In Italia accadde quando un governo presieduto da un ex comunista decise che bisognava bombardare Belgrado perché i comunisti locali massacravano altre etnie (accusa scartata dalla Corte Internazionale di Giustizia molti anni dopo). In Francia, ad esempio, quando una recente scelta tra destra ed estrema destra, tra neoliberisti e fascisti, è diventata un fantasmagorico scontro epocale tra ragionevoli europeisti e trogloditi populisti.Non è solo colpa (o merito) loro, ma delle nostre mancanze, dei nostri buchi.
Diversi secoli fa, Ciro il Grande, tiranno della Persia, voleva conquistare la Grecia ma disprezzava gli ateniesi che, sosteneva, si organizzavano attorno a un grande spazio vuoto messo al centro della loro città.
I liberi cittadini ateniesi chiamavano questo buco “agorà”, piazza pubblica. Lo usavano per scambiarsi beni, parole e argomenti e, soprattutto, per decidere congiuntamente sul destino della loro città. Ovvero, Ciro aveva ragione. Era un luogo vuoto, un buco, dove non potevano entrare eserciti, soldi o convenienze tribali, ma solo ragioni, discorsi e princìpi. Era l’isola che non c’è, libera di violenza, di dittature dei mercati, di interessi privati estranei alla libertà e al benessere di tutti.
Oggi, nel Venezuela e altrove, quel vuoto che i soldati persiani volevano occupare e chiudere è rappresentato dal Parlamento, dalle istituzioni democratiche, dalla stessa democrazia in tutte le sue espressioni. Ma, se dalle formalità passiamo all’analisi, dovremmo chiederci se le istituzioni occupano davvero quel vuoto. Se, ad esempio, il Parlamento italiano è davvero occupato dai cittadini con i loro panni distesi all’aria, i loro piccoli dolori e le loro grandi ambizioni di normalità, e/o dalla parola libera di donne e uomini disarmati che cercano allo stesso tempo un rifugio contro la pioggia e una culla per la giustizia.
Non ci vuole granché per constatare che il buco rappresentato dal Parlamento e dalle istituzioni è stato invece riempito dai persiani e dai loro soldati, forze nemiche eterodirette dal FMI o dalla BCE, dai mercati finanziari che nessuno ha eletto e da un insieme di forze estranee e ostili che ci dicono come usare i nostri risparmi, quanto potremo vivere, se possiamo o no permetterci di arrivare a fine mese, di continuare o no a vivere nel proprio paese o di fare studiare o meno i nostri figli… Persiani sono banche, paradisi fiscali, agenzie di valutazione, politici corrotti che facilitano gli sfratti di famiglie con bambini piccoli mentre spendono i nostri soldi in feste, ville e castelli, bunga bunga, imprese mediatiche fallimentari, tentati acquisti di banche (“abbiamo una nostra banca”, disse l’incauto ex sindaco di Torino), whisky e sigari cubani
Ma, torniamo a noi, e cioè al Venezuela, per precisare ancora che, poiché la solidarietà incondizionata porta a non indagare criticamente sui processi reali, ci ha fatto celebrare molte cose negative (come l’iperleadership di Chávez o il modello produttivo estrattivo), e ci porta a negare che i prigionieri politici siano tali (sono pochi, ma ci sono) o ad affermare che il deterioramento della economia sia solo prodotto della guerra economica e non dell’esaurimento di un modello centenario basato sulla rendita petrolifera. Non lo faccio per un prurito intellettuale, ma perché credo che così facendo non s’impara mai.
Perché penso, in estrema e povera sintesi, che se la lotta per la trasformazione anticapitalistica avviene solo di là – e perciò di qua si è costretti alla solidarietà acritica – la prima conseguenza è che nulla si ha da offrire a quelli di qua. Perché penso che se la lotta contro il capitalismo è invece di tutti, ciò che altri fanno male ci colpisce sempre e abbiamo sempre il dovere di segnalarlo, anche per costringerci a imparare a non ripetere gli stessi errori.
Tuttavia, temo, ancora una volta ciò non avverrà e, concluso il collasso venezuelano, guarderemo ancora altrove. Così facendo, la nostra responsabilità politica e intellettuale avrà un esito disastroso e il nostro preteso internazionalismo si rivelerà, penso, più che inutile, maligno.
Il fatto è che a forza di applicare la sceneggiatura tracciata dagli esperti della CIA specializzati in destabilizzazione e abbattimento di governi, nel Venezuela la controrivoluzione ha prodotto un “salto di qualità” passando dall’agitazione di strada, il mercato nero e l’accaparramento, ad una guerra civile non dichiarata ma feroce.
Gli attacchi a scuole, ospedali infantili e maternità; la distruzione d’intere flotte di autobus; i saccheggi perpetrati da mercenari della sedizione; il rogo di un giovane assassinato perché “chavista e ladro” – tutti avvenimenti che la TV italiana non ha mai visto ma sono facilmente rintracciabili nella rete – sono sintomi di una guerra civile ormai divenuta realtà in diverse città e regioni. Sarebbe ingenuo e suicida pensare che la dinamica di questo scontro, concepito per generare una devastante crisi umanitaria, non sia il prologo di un “intervento umanitario” del Comando Sud degli Stati Uniti.
Lo sarebbe altrettanto affidarsi alle risorse della sola trattativa politica. Lo dimostra, ad esempio, il recente (e maldestro) appello di Maduro a eleggere una Costituente. Era, finora, una richiesta dell’opposizione. È servito solo ad aumentare la violenza e l’oltranzismo della destra. Il fatto è che questa non vuole una soluzione politica della crisi che lei stessa ha creato, ma vuole approfondire lo scioglimento dei vincoli sociali, rovesciare il governo e annientare tutti i suoi dirigenti. Come Pinochet nel mio Paese natale, vuole una brutale lezione che impedisca per i prossimi cent’anni alla popolazione venezuelana di avere l’insolenza di voler decidere il suo destino.
Perciò, ogni tentativo d’accordo con quella parte dell’opposizione teoricamente aperta al dialogo è saltato. Perché ormai, come nel Cile di Allende, la controrivoluzione venezuelana è egemonizzata dalla sua componente terrorista diretta dagli Stati Uniti. Perché siamo ormai davanti a una nuova applicazione del modello libico di “cambiamento di regime”. Perché il Venezuela è sottoposto contemporaneamente a una guerra economica, una brutale offensiva diplomatica e mediatica e una guerra non convenzionale che è già costata oltre 100 vittime (per la maggior parte chavisti) e ingenti danni materiali.
Da queste parti, quando una forza sociale critica un governo o un maldestro incontro del G7, si reputa normale è inevitabile una risposta militare, ovviamente graduale (ancora). Nel Venezuela non ci sono il terrorismo o le scaramucce, ma la guerra, e il tempo delle parole sembra ormai esaurito. Bisognerebbe trarne le conseguenze. In gioco non c’è solo la Rivoluzione Bolivariana, ma la stessa integrità nazionale, poiché l’eventuale vittoria della controrivoluzione non porterebbe solo alla persecuzione diretta dei contadini, operai, giovani, donne, intellettuali,… non disponibili a fare la comunione col fascismo e prevedibilmente non pochi, ma alla scomparsa dello Stato nazionale indipendente. Esso passerebbe sotto controllo diretto degli USA, i quali allungherebbero le mani sulla più importante riserva petrolifera del pianeta.
Ci si avvicina all’ora dei forni, in tutti i sensi. Poi, purtroppo, anche se vorrei tanto sbagliarmi, temo che, oltre alla destra e ai persiani, ci toccherà fare i conti pure con le anime candide dell’etereo senza sé e senza ma. ◘

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