Dossier/La civiltà dei rifiuti/QUELLA PESANTE IMPRONTA SUL PIANETA

Parla Serge Latouche, l’intellettuale francese che ha teorizzato la decrescita

è necessario chiudere a poco a poco gli inceneritori, le discariche, produrre meno rifiuti e riparare tutte le attrezzature che possono essere riparate

di Achille Rossi

«Quello dei rifiuti è uno dei problemi centrali della società della crescita in ogni parte del mondo». Serge Latouche, l’intellettuale francese che ha teorizzato la “decrescita felice”, non si meraviglia che in Italia sia scoppiata con violenza la questione dei rifiuti. «Oggi stesso in Francia abbiamo l’apertura di un processo per inquinamento da diossina di un inceneritore che risale a una decina d’anni fa. È una cosa vergognosa: si tratta di un impianto che ha inquinato tutta una vallata dove la gente aveva dei terreni coltivabili. Adesso ha solo gli occhi per piangere, perché, a detta dei gestori, non c’è la prova scientifica del legame tra diossina e cancro. Comunque, il responsabile dell’inceneritore viene processato». Per Latouche l’incubo dei rifiuti minaccia non solo di Napoli ma il mondo intero. «La società della crescita fa aumentare il prodotto, il consumo, ma soprattutto i rifiuti, che crescono più velocemente del prodotto».
Il mondo della crescita illimitata sarà soffocato dai rifiuti che produce? «La questione dei rifiuti non è solo un incubo, è anche uno spreco incredibile, perché si gettano nei rifiuti risorse che tra alcuni anni ci mancheranno. Ho letto che ogni mese partono dagli Stati Uniti più di 300 navi cariche di computer che, invece di essere riciclati, sono scaricati selvaggiamente in Nigeria, dove inquinano le falde freatiche e intossicano i bambini che giocano nelle discariche per via dei metalli che inquinano il suolo. Eppure contengono metalli preziosi che tra qualche tempo non avremo più. Senza parlare dei cellulari che contengono il coltan, un metallo che si trova solo nel Congo e per il quale si fa una guerra sanguinosa che permette di controllarne le miniere». Comunque qualsiasi società produce un certo quantitativo di rifiuti. «Le società tradizionali non producevano quasi nessun rifiuto, tutto era riciclato. L’inquinamento vero e proprio comincia con la nascita dell’industria e soprattutto con la società dei consumi di massa. Il problema diventa dirompente perché al prodotto si aggiunge la pubblicità, che è un’ulteriore fonte di inquinamento. Ogni cittadino, infatti, riceve per posta dai 50 ai 200 chili di carta all’anno, senza dimenticare che per certi prodotti ci sono gli imballaggi personalizzati. Non c’è nemmeno il confronto con le società tradizionali: a Roma, al Testaccio, si gettavano le anfore, che però non inquinano».
Secondo lei, come devono essere trattati i rifiuti attuali? «Anzitutto bisogna cercare di non produrne o produrne il meno possibile. Poi occorre riciclarli. Purtroppo quello che rende difficile il riciclaggio è il fatto che l’imprenditore, nel momento della produzione, si preoccupa soltanto di vendere il prodotto e non pensa che dopo l’uso dovrà essere riciclato. Tecnicamente sarebbe possibile concepire i prodotti in modo che si possano smontare e riciclare, invece accade l’esatto contrario. Fino ad alcuni anni fa era possibile smontare una macchina, oggi non lo è più; smontare un computer è addirittura impossibile».
Cosa pensa della soluzione di trattare i rifiuti con gli inceneritori? «Che è una stupidaggine e un pericolo. Lo dico come francese perché la Francia è ai primi posti in classifica come numero di inceneritori. Si sa che gli inceneritori producono diossina, anche se i governi tendono a minimizzare il pericolo sostenendo che quelli di seconda o terza generazione non ne producono “quasi” più. Ma è proprio quel “quasi” a insospettire, perché significa che comunque la producono». Latouche fa notare che si fa per gli inceneritori lo stesso discorso che si adotta per le centrali nucleari: «Le vecchie centrali erano pericolose, ma quelle di nuova generazione sono sicure! È il solito specchietto per le allodole. Senza dire che per produrre il minimo di diossina gli inceneritori devono ricevere una manutenzione ottimale. Ma in tempi di crisi economica e di austerità i primi bilanci a essere tagliati sono quelli della manutenzione. Dunque pensare di risolvere il problema dei rifiuti con gli inceneritori è molto pericoloso». Lei sostiene che è anche una stupidaggine. «Sì, perché si distruggono delle risorse. E non vale il discorso che in questo modo si produce energia, perché la quantità che alla fine se ne raccoglie è minima in rapporto alla materia che si sfrutta».
Il suo decalogo sui rifiuti comincerebbe così: primo non produrli, secondo non incenerirli… «Terzo riciclarli. Le parti umide si possono trasformare in compost per il concime, mentre i materiali industriali, i metalli, possono essere recuperati. Si deve imporre a chi progetta di concepire i prodotti in modo da poterli smontare per separare i materiali, il ferro dall’alluminio, dal rame e così via».
Cosa pensa del sistema, molto usato in Italia, di interrare i rifiuti conferendoli in discarica? «È la politica dello struzzo: mettere la testa sotto la sabbia. Questi rifiuti spesso sono tossici, possono inquinare o emettere radiazioni che intaccano la salute della gente che abita vicino alle discariche. Al limite, quando si è riciclato il più possibile, si possono depositare nel terreno piccole quantità di indifferenziato. Questo andrebbe bene». Ma Latouche aggiunge subito un’osservazione amara: «Il guaio è che non si tratta di piccole quantità».
Il problema dei rifiuti dimostra che la nostra impronta ecologica sul pianeta è particolarmente pesante. Quale tipo di educazione sarebbe necessaria per sensibilizzare l’opinione pubblica a trattare il nostro pianeta con maggiore rispetto? «Io porrei la questione in un altro modo. Mi colpisce il fatto che la gente, nonostante l’incredibile manipolazione dei media, capisca abbastanza bene i problemi ambientali, ecologici e quelli legati al cambiamento climatico e alla perdita della biodiversità. È una coscienza che emerge più in Europa che negli Stati Uniti ed è già un buon inizio, ma deve fare i conti con il potere più o meno invisibile delle grandi lobby. Bisogna ammettere che facciamo fatica a controbilanciare la loro propaganda e la loro manipolazione».
L’economista francese fa l’esempio del Congresso di Copenaghen: «L’opinione pubblica sapeva del cambiamento climatico e aveva una certa conoscenza del rapporto dell’IPCC (International panel on climate change), redatto per conto dell’Onu da 2500 scienziati di tutto il mondo. Per controbilanciare l’effetto dirompente di questa diagnosi, i media e le lobby hanno fatto una propaganda incredibile dicendo che i dati non erano verificati, che non tutti gli scienziati erano d’accordo. Alla fine la gente è confusa e non sa più cosa pensare. Se non ci fosse questa propaganda negativa, ritengo che non avremmo tante difficoltà per far prendere coscienza di tali problemi».
Naturalmente Latouche è convinto che la società della decrescita non può cambiare tutto dall’oggi al domani e per un po’ di tempo occorra pensare a una transizione: «Non si può produrre subito in modo totalmente diverso, né riciclare tutto, ma dobbiamo avere un programma: chiudere a poco a poco gli inceneritori, le discariche, produrre meno rifiuti, consumare altrimenti e, infine, affrontare il problema dell’obsolescenza programmata. Allora, non si tratta tanto di riciclare, ma di riparare tutte le attrezzature come frigoriferi, computer, telefonini che potrebbero essere riparate e la cui vita potrebbe essere prolungata molto più a lungo. Così si risparmierebbero risorse naturali e diminuirebbe molto la quantità dei rifiuti».

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