Due " combine" a confronto

Una fantastica cavalcata / 2

di Giancarlo Radici

Il secondo episodio a cui facevamo riferimento nella prima parte dell’articolo, sette giorni dopo, vede Franco Cristini concretizzare il sogno dei seimila del comunale con la bellissima rete-promozione contro il Riccione. Il rimpianto cannoniere di San Giustino concluse come aveva iniziato il campionato: con la rete decisiva (vedi foto) dando così il via ai festeggiamenti per la promozione in serie C.
Dalle cronache locali :”è scoccata l’ora più bella… la città impazzita è stata invasa da una tifoseria che ha dato sfogo a una gioia rimasta contenuta per troppi mesi, lungo l’arco di un campionato culminato con le ultime sette vittorie consecutive. Suonano a distesa i clacson di centinaia di auto in un lungo corteo, sventolano centinaia di vessilli, la gente si abbraccia. Si è scomodato anche il vecchio “campanone” …decine di ragazzi in costume biancorosso precedono la banda musicale. Tutti i rioni della città e i paesi vicini sono invasi. A sera razzi multicolori solcano il cielo. Solo alle prime ore dell’alba gli ultimi tifosi lasciano le strade e forse si coricano con i foulards biancorossi al collo”.
Forse nella cronaca c’è un pizzico di retorica, ma le cose andarono, più o meno veramente così.
Concludiamo con una doverosa segnalazione. Nella prima delle sette giornate della fantastica cavalcata, dopo una lunga assenza, rientrò in squadra Giulio Cantarini. Non ne uscì più.
L’impresa della squadra biancorossa destò qualche sospetto nei tifosi del Carpi, ma la Lega non avviò inchieste a livello ufficiale. Anche in casa biancorossa sorsero dei dubbi “rileggendo” la gara e ricordando, in particolare, quell’evidentissimo quanto inutile sgambetto in area avversaria a Narni subito da Cristini, fallo che non venne sanzionato dall’arbitro malgrado tutti si fossero fermati in attesa di un calcio di rigore che sembrava dover esserne l’inevitabile sanzione. Fortunatamente fu lesto Piobbichi a mandare in rete il pallone capitatogli fra i piedi e a marcare il 2-1 definitivo.
A distanza di anni questo sospetto non svanì, anzi! Qualcuno parlò di misteriosi viaggi compiuti da un dirigente biancorosso che anticipavano quelli della squadra. Si riferì di trattative per eventuali acquisti… “ma il giocatore ci interessa…, solo se andiamo in serie C…”.
Sicuramente si trattò di pure fantasie che riemersero in seguito, per essere accostate ad altre che forse avevano, al contrario, un fondo di verità.

Il nuovo fatto
Mondiali di Spagna, 1982, l’Italia iniziò il torneo fra mille polemiche per l’utilizzo di Paolo Rossi, da poco tempo rientrato in campo dopo la squalifica di due anni per un clamoroso caso di calcio-scommesse. Ad acuire le tensioni, la stampa romana che avrebbe voluto il giallorosso Pruzzo al posto del bianconero.
Ma il c.t. Bearzot puntò tutto sul blocco juventino. L’avvio fu molto deludente: 0-0 con la Polonia e 1-1 con il Perù ed eliminazione certa se contro i forti “leoni” del Camerun non fosse arrivato almeno un pari. E pari fu, 1-1, con passaggio del turno per maggior numero di reti segnate, proprio a scapito dei camerunensi che uscirono imbattuti dal mondiale. Poi tutti sanno come andò a finire: Bearzot ebbe ragione su tutti. Vinse il titolo mondiale e Paolo Rossi, ribattezzato Pablito, fu il capo cannoniere del torneo.
Fu vera gloria? La domanda viene spontanea sentendo Oliviero Beha, docente di Sociologia della Comunicazione alla Sapienza di Roma, uno che ha sempre fatto giornalismo d’inchiesta.
Due anni dopo la conquista del titolo mondiale, a suo dire, scoprì che quel pari del 23 giugno 1982 era frutto di una “combine”…
Un titolo, Camerun?, ho le prove che fu comprata , riaccese un paio di anni fa l’interesse sulla vicenda. Una vicenda che avrebbe dovuto essere pubblicata 22 anni fa da una grande casa editrice, ma non se ne fece nulla (“citai nomi troppo importanti”).
Oggi finalmente Oliviero Beha spiega, nel suo “Trilogia della Censura”, perché il match fu “aggiustato”. “Il Camerun vendette il pareggio. A loro importava solo tornare imbattuti e mantenere il mito dei Leoni Indomabili”, dice. E gli azzurri? “Non c’entrano. Furono altri a darsi da fare. Quella non era una semplice partita. Non si voleva un’altra Corea e c’erano gli interessi degli sponsor. Sopra tutto l’ombra della camorra…”.
Quest’ultima affermazione, siamo certi, non riguarda la nostra storia!

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