E´ scoppiata la bolla del gas

Bollette e gasdotti

In questo momento abbiamo in Italia più metano del necessario. Ma si continua a costruire rigassificatori e gasdotti. E le bollette non scendono

di Stefano Luchetti

Non è passato giorno da gennaio 2006, quando la guerra del gas scoppiata tra Russia e Ucraina mieteva le sue “presunte” vittime, che in Italia su stampa e Tv non apparissero dichiarazioni allarmanti di amministratori, politici e industriali sulla mancanza cronica di infrastrutture per l’approvvigionamento energetico. Scaroni, amministratore dell’Eni, parlava di “emergenza seria”, il Tg2 del 12 dicembre 2007 annunciava «rischiamo un inverno freddo e al buio per mancanza di gas», mentre Pierluigi Bersani, a quel tempo ministro dello Sviluppo Economico, nello stesso Tg sosteneva che «c’è bisogno di potenziare i sistemi di produzione e le infrastrutture». Nel frattempo Di Pietro sparava cifre a caso favoleggiando che dal 2008 in poi avremmo avuto bisogno di 25 miliardi di metri cubi in più di metano ogni anno.
Le parole magiche invocate da tutti i luminari erano “potenziare i gasdotti”, “costruire rigassificatori”, “differenziare le fonti di approvvigionamento” per eliminare i rischi derivanti da eventuali crisi dei nostri fornitori. Ma le nostre saccenti guide, che esprimono i loro pareri nei mezzi di comunicazione, fonti dalle quali noi ci abbeveriamo per la conoscenza della realtà quotidiana, evitavano di fornirci diverse informazioni. Innanzitutto, come dice Davide Tabarelli direttore di Nomisma Energia (il dato è stato confermato da Tabacci, deputato dell’Udc), l’Italia durante la crisi del gas nel 2006 esportava energia elettrica prodotta con lo stesso metano che veniva fatto risparmiare alle famiglie: quindi il gas c’era ma conveniva farci elettricità da vendere all’estero.
Basta poi leggere i dati di Eni e Snam pubblicati in Internet per vedere che la domanda di gas in Italia è stabile (intorno agli 85 miliardi di metri cubi) dal 2006. E tale quantità è ben coperta dai gasdotti di alimentazione della nostra rete, integrata dal rafforzamento di alcuni di essi (Algeria e Russia). Insomma, per assicurarci tranquillità serviva poco, magari il potenziamento del rigassificatore di Panigalia, che avrebbe potuto sopperire a eventuali crisi di alcuni nostri fornitori. Ma in Italia vogliamo fare le cose in grande, faraoniche, così sono stati progettati ben tredici nuovi rigassificatori per una capacità di fornitura totale superiore al doppio dei nostri consumi. Il dubbio di ritrovarci con una “bolla di offerta del gas” intorno al 2010 ad alcune persone è venuta (ne ha parlato Enzo Mangini, giornalista di Carta, durante la trasmissione Report del 29 ottobre 2006. E la bolla è esplosa (vedi Il sole 24 ore del 13 ottobre 2009) con un anno di anticipo, spinta dalla crisi economica che ha ridotto la domanda industriale di metano e di elettricità.
Il surplus di metano che abbiamo in questo momento, incrementato dalla messa in funzione del nuovo rigassificatore di Rovigo inaugurato pochi giorni or sono, ha portato i nostri importatori, assieme a quelli europei, a fare i conti con i vecchi contratti di fornitura denominati “Take or Pay”, dove le clausole obbligano a pagare quasi per intero anche il gas che non viene importato. A questo punto, visto che l’offerta di gas cresce e la domanda scende, secondo le leggi di mercato le tariffe avrebbero dovuto diminuire; invece non sono previsti sconti sulle bollette delle famiglie, mentre le imprese sono annunciati risparmi minimi (il Sole 24 ore del 13 ottobre 2009).
Ovviamente Eni e Snam, società quotate nelle borse mondiali, dovendo macinare utili per essere appetibili agli investitori, in queste situazioni scaricano i costi sul consumatore finale. Dietro la volontà di molte imprese di fare rigassificatori nel nostro paese, con l’alto rischio che dall’altra parte manchino anche gli impianti di liquefazione del gas e quindi le forniture, c’è la delibera 178/05 emanata dall’Autorità dell’energia che stabilisce di incentivare i nuovi investimenti remunerandoli al 10,6% per 15 anni, prospettando poi una funzione di “hub” (punto di smistamento) del territorio italiano per il resto del continente europeo. Ma la cosa più stupefacente la si trova all’interno dell’articolo 13 della stessa delibera dove viene assicurato, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto di rigassificazione, la copertura di una quota pari all’80% dei ricavi: ovviamente i costi qualcuno dovrà pagarli, e non è difficile immaginare che saranno gli utenti finali a farne le spese.
Ma le liberalizzazioni, tanto invocate dai politici e dagli industriali come panacea di tutti i mali del nostro paese, non dovevano agevolare i consumatori che, grazie alla concorrenza, avrebbero dovuto avere bollette più leggere? Oppure, com’è successo per l’acqua, le aziende quando vedono diminuire i guadagni scaricano i costi sugli utenti? Nel caso poi di forniture di beni primari, privatizzati in Italia in regime di quasi monopolio, il cittadino ha poche armi per difendersi e si vede costretto quasi sempre a pagare. Senza considerare poi che una politica di risparmio energetico e di relativa riduzione di emissioni di anidride carbonica, tanto decantata dall’Onu e dalla Comunità Europea, mal si concilia con gli interessi delle multinazionali. Se ogni singolo cittadino adottasse infatti comportamenti virtuosi, utilizzando strumenti per il risparmio energetico arrivati ormai a standard di qualità ed efficienza molto elevati, le multinazionali vedrebbero ridurre i loro profitti, a meno che non reinventino il loro business.
È qui che la politica dovrebbe dimostrare la lungimiranza, la forza del decidere per il bene comune, andando oltre gli interessi di parte e dei potentati economici. Ma l’esempio che ci viene fornito nelle scelte quotidiane da parte dei governi è veramente poco illuminante. E la regione Umbria ce ne ha dato un esempio eclatante, autorizzando il passaggio del gasdotto Brindisi-Minerbio nei suoi territori più pregiati dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, senza domandarsi minimamente quale sia lo scopo reale dell’opera e quali benefici possa arrecare al territorio. Si sono fatte leggi per la tutela del paesaggio, aree protette per la salvaguardia dell’ambiente, versati quintali di inchiostro e spese migliaia di parole per il risparmio energetico, ma è bastata la richiesta di una multinazionale per far sparire tutti i buoni propositi dei nostri politici e indurli a concedere le autorizzazioni senza batter ciglio. Chissà se la costanza è un valore che ancora premia, oppure ormai è diventata prassi comune agire in modo differente da come si legifera.

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