Donald d’Arabia

Che il Presidente degli Stati Uniti fosse una mina vagante per il mondo intero lo si sapeva da tempo. Le prime uscite sul piano internazionale sembrano confermarlo senza alcuna smentita. Non è un caso che Trump abbia deciso di visitare l’Arabia Saudita e fornire armi americane di nuova generazione che serviranno a bombardare gli sciiti di Sana’a e di rinfocolare la guerra in Siria.
È uno straordinario paese l’Arabia che gioca su due tavoli, appoggia l’America sul piano internazionale, ma dall’altra diffonde un terrorismo salafita sempre più aggressivo. Trump però non se ne preoccupa perché conosce poco la storia e meno ancora la geografia. Ha pranzato con Netanyahu e ha speso parole di circostanza per il dramma palestinese. Del resto suo genero è un fervido sionista e appoggia la causa di Gerusalemme come capitale di Israele.
Ma il regalo più inquietante di un Donald imprevedibile e caparbio è la cancellazione degli accordi di Parigi sul clima. Non sono servite le parole del Papa che gli ha donato l’enciclica Laudato sì. «La leggerò», ha replicato un Trump non molto interessato all’argomento. Lo si è visto con lo scontro con la Merkel che non ha partecipato alle dichiarazioni finali, mentre Donald si è limitato a salutare i soldati americani di stanza a Sigonella. Le due sponde dell’Atlantico non sono mai state così distanti come oggi.
Il Presidente americano ha ipotecato l’avvenire delle giovani generazioni, se gli Usa ritorneranno al carbone, mentre il riscaldamento globale continua a crescere. L’unica via di scampo è affidarsi alle nuove tecnologie che utilizzano il solare e l’eolico, che già impegnano negli Usa 300mila persone. In fondo Trump è legato a un industrialismo arcaico che farà solo male all’industria statunitense. Alcuni Stati, come la California e New York, lo hanno già capito e si danno da fare per evitare la catastrofe per il pianeta e per l’America. ◘

 

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