La radice del terrorismo

Non dimenticheremo facilmente il volto di Julian, il bambino di
sette anni falciato da una furia omicida che non risparmia nemmeno
i più piccoli. La madre lo aveva condotto in Italia a visitare il
Colosseo, uno dei suoi sogni, e poi a Barcellona, dopo una festa di
matrimonio, lo portava per mano, passeggiando sulla Rambla. La
morte lo aspettava in questo luminoso pomeriggio estivo, mentre la
vita era appena sbocciata. È la vittima più giovane della mattanza
di Barcellona. Ormai il terrorismo è diventato globale e schiaccia
tutti, innocenti e colpevoli, poveri e ricchi, perché il suo
obiettivo è la distruzione del nemico.
Gli osservatori politici più acuti ci spiegano che l’Isis è in
declino perché ha perduto la sua forza di attrazione, anche se i
sussulti finali potrebbero essere più pericolosi. Ma l’aspetto più
inquietante di tutta la vicenda mediorientale è chiedersi chi arma
e chi foraggia il terrorismo, chi accoglie queste bande criminali
che devastano e uccidono civili inermi.
In cima alla lista c’è l’Arabia Saudita, che diffonde tra le masse
un messaggio salafita radicale e violento. Per gli Stati Uniti è un
alleato prezioso a cui fornisce missili e tecnologia in base al
vecchio principio che il denaro non puzza. Non è un caso che nel
suo primo viaggio Trump sia andato a omaggiare i reali di Riad.
Anche l’America ha flirtato a lungo con l’Isis prima di decidersi a
bombardarlo e continua a mantenere un certo rapporto con i gruppi
di terroristi per controllare il territorio siriano. La Turchia ha
approfittato della situazione per rifornirsi di petrolio e lasciar
passare indisturbati i foreign fighters al confine. Lo ha fatto
anche Israele con i combattenti di Al Nusra, medicati negli
ospedali dello Stato.
In fondo il terrorismo ha dilagato perché ognuno ne trae vantaggio,
mentre il conto lo pagano le popolazioni inermi. ◘

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