Elezioni politiche 3 / La sinistra perduta di A.G.

Esattamente dieci anni fa Paolo Rumiz ci concesse una intervista – “Se la sinistra diventa la destra” -, nella quale il giornalista di Repubblica descrisse il disfacimento della sinistra negli stessi termini in cui si è verificato. Una lucida analisi non ascoltata che riproponiamo integralmente

«La crisi che stiamo vivendo non ha niente di illogico o di imprevedibile. È già accaduto con la vittoria di Heider in Austria nel 2000…Oggi ci troviamo a fronteggiare una situazione infinitamente peggiore, perché abbiamo un populismo mediatico più forte del suo».
Paolo Rumiz… conosciuto soprattutto per i suoi diari di viaggio nella geografia del Nordest in cui la Lega coagulava i suoi spiriti nascenti, ne ha saputo descrivere prima di ogni altro umori, saperi e poteri. Nei suoi lunghi reportage per il quotidiano la Repubblica ha peraltro mostrato il terreno di coltura su cui maturava il vento del cambiamento nella parte più industrializzata del paese. Un cambiamento, sostiene Rumiz, per certi aspetti preoccupante, connotato da atteggiamenti
«…avanguardistici, se non squadristici, che si sentono risuonare in giro per il paese, saluti romani sotto il Campidoglio, un clima di violenza crescente. Una serie di cose che se fossimo un po’ più onesti con noi stessi non dovremmo guardare sem-plicemente come folklore, ma come una deriva populistica dell’intera società italiana, non soltanto della destra».
I toni allarmati derivano dalla costatazione che «…questo centrodestra – che evita meticolosamente di richiamarsi ai valori dell’antifascismo – non è un centrodestra qualunque, ma il risultato di una impressionante involuzione culturale. Quella che Pier Paolo Pasolini avvertì e descrisse nitidamente con decenni di anticipo sull’oggi, come l’ultima tappa della trasformazione autoritaria della società dei consumi. In altre parole, si sta realizzando ciò che nessun manganello e nessun olio di ricino sarebbero mai stati in grado di costruire; cioè un totale appiattimento culturale, un rinascere di nostalgie autoritarie, una devastazione estetica e ambientale del paese, un imbarbarimento civile con lo smantellamento totale del senso della res publica, e soprattutto questo trionfo scenografico dell’apparenza sull’essere e perfino sul fare, che è il segno della deriva populistico-mediatica a cui abbiamo assistito». … Allora dobbiamo chiederci chi ha consentito che ciò accadesse. La sinistra, ovviamente. Quella sinistra antifascista che non ha saputo tenere fede ai suoi valori fondanti, la cui timidezza ha aperto una falla che sta diventando una valanga inarrestabile: «Chi ha smesso di fare resistenza?, si chiede Rumiz. Chi ha continuato a celebrare la Resistenza come se fosse una cosa chiusa nel 1945? Chi ha taciuto, chi non ha fatto la legge sul conflitto di interesse, chi non ha cambiato la legge elettorale, se non le cosiddette forze antifasciste? Abbiamo assistito negli ultimi mesi a cose incredibili. Abbiamo visto una sinistra vivere con assoluta timidezza la propria identità, quasi con vergogna; sindaci progressisti rincorrere la Lega sul tema delle ronde; un 25 aprile celebrato con imbarazzo nel timore che il ricordo della Liberazione potesse urtare la sensibilità di una parte del paese; partiti progressisti tacere sui valori autentici della libertà consentendo ad altri di vantarsene.
Abbiamo visto un presidente della Repubblica post comunista, in occasione della celebrazione del giorno del ricordo dedicato alla cacciata degli istriani e dalmati dalle coste orientali dell’Adriatico e alle Foibe, parlare ripetutamente di barbarie etnica dei nostri vicini, di barbarie slava, senza un minimo cenno alla barbarie di una guerra che noi avevamo imposto e che stava chiaramente all’origine di quanto accaduto. Abbiamo visto sindaci di sinistra (il sindaco di Roma) gridare all’emergenza rumeni, quindi la rincorsa del tema legalitario su un piano etnico e non di ordine pubblico; sindaci Ds segare le panchine delle piazze per impedire che qualcuno non gradito ci si sedesse; mettere in lista, per le elezioni, esangui esponenti della razza padrona, incapaci persino di affrontare un operaio a viso aperto, mentre operai e contadini venivano messi in lista dai partiti di destra. Abbiamo visto generali candidati con le sinistre irridere gli omosessuali, invocare la riaperture delle case pubbliche, dei casini; amministrazioni di sinistra usare lo stesso nepotismo e lo stesso autoritarismo decisionista dei loro avversari, i sindacati proteggere i nullafacenti. Abbiamo subito le scelte di candidati secondo criteri esclusivamente estetici, mentre dall’altra parte un partito vinceva presentando un uomo con un’emiparesi, incapace quasi di parlare, e tuttavia in grado di esprimere un minimo di indignazione, che naturalmente non condivido, ma che rappresentava comunque una scelta di coraggio. Abbiamo visto la devastazione cementizia del territorio, per cui molti dei parchi nazionali sono stati aggrediti dal cemento sotto amministrazioni di sinistra, che fossero regionali, provinciali, comunali. Abbiamo assistito alla privatizzazione di risorse come l’acqua, come le ghiaie, come la terra; alla vendita di beni pubblici riguardanti la sanità, i patrimoni dei comuni.
E soprattutto abbiamo visto affrontare il tema della sicurezza in un modo non distinguibile da quello della destra, secondo una logica che riempirebbe l’Italia di videocamere e manganelli, ovviamente senza nessun risultato. E questo gigantesco imbroglio del federalismo italiota, che unito all’irresponsabilità, questa sì etnica della nostra razza, fa sì che noi rischiamo di andare ad una jugoslavizzazione della società». «Tutto questo è avvenuto a sinistra, nelle forze che esprimevano l’antifascismo. E ciò ha creato disaffezione e anche qualcosa di più nell’elettore». Rumiz descrive una malattia dell’anima e della mente, uno smarrimento della sinistra intera, un disorientamento di rotta che l’ha fatta arenare sulla battigia del suo antagonista: la destra. La quale, per difendersi da que-sta presenza ingombrante, si è spinta su posizioni più oltranziste, «…esattamente come è avvenuto ai tempi della repubblica di Weimar.

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