Enti pubblici: Comunità Montana a rischio

Valtiberina toscana

Il governo le vuole cancellare. Eppure in Valtiberina ci sono progetti importanti che potrebbero saltare. E poi i comuni più piccoli da soli non riescono a fare nulla

di Gaetano Rasola

La Valtiberina sta attraversando un periodo di difficoltà soprattutto sul piano istituzionale. Le recenti iniziative del governo centrale per la cancellazione dell’Ente Irriguo e della Comunità Montana stanno provocando preoccupazioni crescenti, stante l’inesistenza di un governo del territorio. L’attuale classe politico/amministrativa dei comuni che formano il comprensorio non hanno compreso appieno il rischio che corrono e non hanno preso nessuna iniziativa comune per difendere i loro diritti. Forse sperano, come da epoche immemorabili, nello stellone italico. La volontà governativa di eliminare, tra gli enti inutili, le comunità montane rientra in un programma di lotta agli sprechi vecchia ormai di venti anni. Finora però è stato raggiunto un solo risultato, quello di mantenerle in vita attaccate alla canna dell’ossigeno. I tagli ai finanziamenti, quest’anno 650.000 euro in meno, non accompagnati da una riforma delle loro attività o dalla eliminazione, se inutili, sta svilendo un istituto che in Valtiberina potrebbe risultare non solo utile ma necessario.
Immaginiamo i sette comuni, ognuno con il proprio ufficio anagrafe, tecnico, urbanistico, di polizia urbana e così via, spendono dei soldi senza avere un servizio adeguato e sufficiente. Troppo piccoli e inadeguati, i comuni con pochi abitanti, per sostenere uffici attrezzati per le esigenze attuali e servizi all’altezza. Invece potrebbero essere efficacemente riuniti in una associazione creata dai comuni stessi facendone convergere le sinergie. Con pari dignità in modo da vincere il campanilismo che ne consegue. Oppure studiando un diverso sistema che, comunque, non butti il bambino con l’acqua sporca ma recuperi quanto di utile finora si sta facendo. D’altra parte continuerà a essere necessario un qualcosa che gestisca, nel comprensorio valtiberino per conto della Regione, i 7.000 ettari demaniali, i fondi per la bonifica, la protezione civile.
L’altro grande problema è la gestione dell’invaso di Montedoglio. Poche settimane fa è scaduta la proroga del commissariamento dell’ente irriguo. Siccome non è stata subito rinnovata, ha messo in allarme comuni e dipendenti. Chi si prende la responsabilità in caso di pericolo, si è chiesto il responsabile della diga, se non ho riferimenti istituzionali? E poi ci sono i problemi legati alla centralina elettrica in funzione, le restituzioni a valle, la vendita all’Ato per Arezzo e gli altri comuni. Senza parlare del meccanismo dei finanziamenti tuttora in corso per i lavori di adduzione nella Valdichiana. Insomma c’è stato caos per almeno una settimana poi, seppur a fatica, tutto è rientrato con il ripristino dello statu quo ante da parte di Calderoli. Ora è venuto il tempo della formazione di una società di gestione che sostituirà l’ente. Chi saranno i protagonisti? Questo è il problema. La rappresentanza politica locale ha elaborato una qualsiasi strategia per rivendicare i diritti del territorio?
Il presidente della Comunità Montana, Riccardo Marzi, ha dichiarato di aver parlato con un sottosegretario rivendicando il finanziamento necessario al completamento degli impianti di irrigazioni per la Valtiberina (Anghiari-Gricignano fino al Trebbio) per un valore di circa 5/6 milioni e l’utilizzo delle sponde del lago. Ma le regioni Umbria e Toscana sembrano non sentirci da questo orecchio. Il presidente è sembrato molto solo, così non potrà sostenere nessuna rivendicazione territoriale condannando lo stesso ente a «una lenta agonia». A questa inerzia locale si accompagna l’ignavia del governo centrale e del Parlamento, protesi a formulare leggi ad personam per proteggere il premier dai processi tralasciando completamente le riforme necessarie a risolvere i problemi dei cittadini.
L’eliminazione degli enti inutili, tra cui le comunità montane, è necessaria e utile ma la riforma va fatta per favorire il governo del territorio e non per risparmiare solo dei soldi. Quindi va studiata caso per caso, soprattutto aiutando il territorio a scegliere le soluzioni più adatte al funzionamento delle sue istituzioni. Senza allontanarle troppo dai cittadini. È necessario, cioè, pensare un po’ al bene comune. Per esempio: la comunità montana Valtiberina ha preso l’iniziativa di realizzare alcuni impianti per la produzione delle energie alternative. Impianti, quindi, che non servono un singolo comune ma sono zonali. A Santa Fiora, località Campezzone, si dovrebbe coprire una discarica dismessa di circa 3 ettari, con 2,4 ettari da pannelli fotovoltaici. Il progetto è stato finanziato con 20.000 euro.
L’impianto dovrebbe produrre, inizialmente, 1,250 Mwh/anno per poi scendere, in circa 20 anni, a 1,06 Mwh/anno. Nell’attuale fase si sta studiando la scelta del tipo di gestione futura dell’impianto: costruzione e gestione da affidare a un’impresa privata, ricavandone un affitto mensile stimato di 20-25.000 euro l’anno, oppure affidare all’impresa privata solo la costruzione e poi mantenere in proprio la gestione. Il ricavo è stimato in 130-150.000 euro l’anno. Con tutte le incertezze di una tecnologia nuova, ma soprattutto con l’incognita della scomparsa dell’ente. E poi cosa sarebbe successo? Con l’università di Firenze si è studiata la possibilità di costruire impianti per biogas utilizzando i reflui degli allevamenti e altri elementi. I finanziamenti potrebbero arrivare dall’Unione Europea e dalla Regione. Gli allevamenti di maggiori dimensioni possono raggiungere una loro autonomia energetica realizzando un doppio obiettivo, riduzione della produzione di CO2 e dell’inquinamento da reflui con la filiera che ne consegue. Ma la sfida più importante, come ente comprensoriale, è la realizzazione di un impianto per biogas gestito per conto di tutti gli allevamenti che vogliono partecipare. Un digestore cooperativo gestito dalla Comunità Montana. Per ora l’impegno economico, anche in questo caso è di 20.000 euro con l’università che, dopo aver censito tutti gli allevamenti, produrrà un progetto preliminare e la localizzazione. L’ubicazione, forse, sarà sempre Campezzone a Santa Fiora. Queste iniziative dimostrano non solo l’utilità, ma anche la necessità di realizzare un meccanismo istituzionale che riassuma bisogni e esigenze di comuni piccoli e marginali, dei territorio montani e promuova le sinergie capaci di convogliare le risorse disponibili in progetti di respiro comprensoriale.

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