Le cause politiche della crisi mondiale

Le politiche liberiste degli ultimi 30 anni hanno notevolmente aumentato in tutto il mondo il divario tra ricchi e poveri

di Rodrigo A. Rivas

Leggendo la stampa economica italiana (incluse le sezioni economiche dei giornali più importanti) non si trova praticamente nulla sulle cause reali della Grande Recessione, ossia sulla forte polarizzazione dei redditi avvenuta nella maggior parte dei paesi industrializzati raggruppati nell’Ocse. Un fenomeno prodotto dalle politiche liberiste che ebbero inizio con il governo federale degli Stati Uniti presieduto da Reagan e il governo britannico presieduto da Thatcher, proseguite dai governi di Bush padre, Clinton e Bush figlio negli Stati Uniti, Tony Blair e Gordon Brown in Gran Bretagna, dai governi di Jospin in Francia, Prodi e Berlusconi in Italia, Schröder e Merkel in Germania …, dai dirigenti della Commissione Europea, José Manuel Durao Barroso e dall’équipe economica della Commissione diretta da Solbes (Commissario agli Affari Economici e Monetari).
Le politiche liberiste possono raggrupparsi essenzialmente in tre capitoli: 1) riduzione delle tasse e della spesa pubblica; 2) deregulation dei mercati del lavoro, commerciali e finanziari; 3) riduzione dei benefici sociali e del lavoro (scuola, sanità, politiche sociali, occupazione, ammortizzatori sociali, pensioni). Ognuna delle tre ha contribuito alla enorme polarizzazione dei redditi, aumentando i profitti del capitale e diminuendo i redditi da lavoro.
Bisogna risalire agli anni successivi al 1929 (crash di Wall Street) per ritrovare polarizzazioni dei redditi così accentuate. Nel 1979, l’1% della popolazione che pagava le tasse negli Stati Uniti percepiva l’8% del reddito nazionale. Nel 2007, la percentuale è salita al 18%. Ma, se s’includono i redditi (dello stesso 1% della popolazione) derivati dalla proprietà di azioni, la percentuale sul reddito nazionale aumenta dal 10% del 1979 al 23% del 2007. Con il liberismo, quindi, si è determinata una enorme concentrazione del reddito e della proprietà a favore dei ceti più ricchi del paese fino a raggiungere una polarizzazione senza precedenti fin dalla Grande Depressione.

Le ragioni della polarizzazione dei redditi
Le scuole economiche dominanti hanno spiegato questa polarizzazione dei redditi come risultato di due fatti. Il primo riguarda la introduzione di nuove tecnologie nelle attività economiche, che ha valorizzato maggiormente la conoscenza e le qualifiche dei lavoratori. In base a questo scenario teorico, l’incremento dei redditi superiori è stato la conseguenza della importanza acquistata dalla formazione dei lavoratori in una economia che richiede personale qualificato. Tutto il progetto intellettuale-politico rivolto a stabilire la “società della conoscenza” (promossa dalla strategia di Lisbona del 2000) era basato su questa interpretazione della realtà: poiché a maggiore educazione/formazione corrispondeva un maggior salario, bisognava investire in educazione e formazione. Era uno schema facile da capire e da realizzare, in base al quale, per diminuire le disuguaglianze sociali e prevenire la esclusione sociale bisognava formare la forza lavoro, un messaggio che è stato e continua a essere molto forte. La seconda spiegazione della crescente polarizzazione dei redditi è la globalizzazione, che si legava alla spiegazione precedente: i lavoratori non qualificati dei paesi ricchi competevano con i lavoratori non qualificati del terzo e quarto mondo. Ciò forzava i loro salari e condizioni di lavoro verso il basso. Questo secondo scenario si concretizzava in due modi diversi: tramite la globalizzazione dell’attività economica (che includeva la delocalizzazione delle imprese che traslocavano nei paesi del terzo o quarto mondo) e la mobilità internazionale del lavoro, cioè l’immigrazione. In base a questa spiegazione, la globalizzazione ha portato a un impoverimento massiccio dei lavoratori con scarsa formazione, allontanando i loro redditi da quelli dei settori qualificati, molto meno colpiti dal fenomeno della globalizzazione.

La depoliticizzazione del fenomeno economico
A prima vista queste due spiegazioni sembrano credibili o, quantomeno, ragionevoli ma, depoliticizzando ciò che è un fenomeno squisitamente politico, si buttano in una piscina senz’acqua. Infatti, assumendo la conoscenza e la globalizzazione quali fattori determinanti della polarizzazione dei redditi (e della proprietà), e definendoli come fattori esogeni alla società (che arrivano dall’esterno), scompare il fatto determinante che la distribuzione dei redditi è sempre conseguenza dello sviluppo dei conflitti interni esistenti in ogni società specifica. Quindi, con questi argomenti si consacrava la depoliticizzazione del fenomeno economico, un ostacolo da rimuovere se si vuole capire quanto avviene nella società e poter intervenire per modificare la situazione.
L’introduzione di nuove tecnologie e la globalizzazione non sono fattori esogeni, ma avvengono all’interno di contesti politici specifici che ne definiscono il come, il quando e quali conseguenze provoca ognuno di questi fenomeni. Fenomeni che non sono la causa della polarizzazione dei redditi, ma soltanto sintomi dei rapporti di potere esistenti. Rapporti di forza che sono la causa reale di tale polarizzazione. La dimostrazione è semplice.
Negli Stati Uniti, le disuguaglianze di reddito sono diminuite dagli anni Trenta fino alla fine degli anni Settanta grazie alla forza del movimento operaio statunitense. Non c’è alcun mistero in questo risultato: negli anni Trenta si è consolidato il movimento sindacale (appoggiato dal governo Roosevelt prima e dal governo Truman poi), che ha organizzato negli anni Quaranta e Cinquanta la maggioranza dei lavoratori industriali, la forza più importante del movimento operaio statunitense.
L’economista liberale James K. Galbraith, afferma: Roosevelt diede lavoro ai nord-americani su una scala immensa, diminuendo i tassi di disoccupazione a livelli tollerabili anche prima della guerra, passati dal 25% della forza lavoro nel 1933 a meno del 10% nel 1936… Il New Deal ha ricostruito fisicamente gli Stati Uniti mettendo le basi (le centrali elettriche della Tennessee Valley Authority, ad esempio) dalle quali si è potuto lanciare la mobilitazione della Seconda Guerra mondiale. Ma, soprattutto, salvò politicamente e moralmente il paese dando lavoro, speranza e fiducia alla popolazione sul fatto che, in fin dei conti, valeva la pena preservare la democrazia. Nella decade del Trenta erano in molti a non crederlo». (No Return to Normal: Why the economic crisis, and its solution, are bigger than you think, “Washington Monthly”, 22 marzo 2009).
In seguito, il movimento per i diritti civili e quello pacifista degli anni Sessanta, quelli femministi ed ecologisti negli anni Settanta e Ottanta, hanno imposto cambiamenti non soltanto politici, ma anche economici come, ad esempio, il divieto alla discriminazione di razza e di genere o l’inclusione dei costi derivati dalla distruzione dell’ambiente come fattori di valutazione delle politiche pubbliche. Tutte queste misure furono avversate dal mondo imprenditoriale che dovette accettarle ma non le incorporò mai completamente nella sua pratica imprenditoriale e, anzi, colse qualsiasi possibilità concessa dalle leggi e pratiche federali per non metterle in atto e svilupparle.

La risposta liberista
La risposta liberista degli anni Ottanta è stata la risposta del mondo imprenditoriale alle conquiste sociali del mondo del lavoro che, grazie a una serie di conquiste sociali e del lavoro realizzate nel periodo 1930-1970, era arrivato a conquistare nel 1979 (anno della elezione di Reagan), la minore polarizzazione dei redditi che gli Stati Uniti abbiano conosciuto fin dagli anni Trenta. La risposta imprenditoriale, iniziata a disegnarsi con il governo Carter tramite il ministro dell’Economia, Volker, che dava inizio a una recessione per ridurre il potere sindacale, furono potenziate da Reagan. Argomentando che erano necessarie per migliorare l’efficienza dell’economia, queste politiche rappresentarono un attacco frontale al movimento operaio e ai movimenti sociali. La diminuzione del salario minimo, la deregulation dei mercati del lavoro, la deregulation del commercio, la privatizzazione dei servizi pubblici e l’aumento della regressività fiscale erano definite necessarie al ricupero dell’efficienza dell’economia, ma in realtà erano orientate a indebolire i lavoratori. Tutte e ognuna di queste politiche contribuirono, infatti, a incrementare i redditi del capitale a scapito dei redditi da lavoro, provocando la enorme crescita della polarizzazione dei redditi stessi.
Le modalità di utilizzo delle nuove tecnologie e la forma assunta dalla globalizzazione erano conseguenze dirette dell’enorme dominio del capitale che le aveva disegnate proprio per incrementare il proprio potere e i propri redditi a scapito di quelli da lavoro. Il fenomeno ebbe luogo su entrambe le sponde dell’Atlantico (e non solo), ma raggiunse il suo massimo sviluppo negli Stati Uniti, grazie alla enorme debolezza del mondo del lavoro e delle sinistre, devastante per la qualità di vita dei ceti popolari.
Nella babele dei linguaggi, voluta e/o subita, che domina ogni discussione politica ed economica, potrebbe sembrare non importante, ma conviene chiarire che l’obiettivo teorico di queste riforme non è stato affatto raggiunto. Anzi, l’efficienza economica del periodo 1980-2008 è stata largamente inferiore a quella del periodo 1950-1980. Nessun errore: l’efficienza economica non interessava granché a chi proponeva e realizzava queste politiche. Il vero interesse inseguito dal capitale e organizzato dal lungo elenco di governi neoliberisti era l’aumento dei redditi da capitale a spese del lavoro. E questo risultato l’hanno raggiunto, anche a costo di scatenare la crisi mondiale.
E infatti «Nel 2006, i 400 statunitensi più ricchi possedevano una ricchezza collettiva netta di 1,6 bilioni di dollari, superiore alla ricchezza combinata dei 150 milioni di statunitensi con rediti più bassi. Questo livello di disuguaglianza dei redditi e di ricchezza si era visto per l’ultima volta proprio prima dell’inizio della Grande Depressione». (Fred Magdoff e Michael Yates, The ABCs of the Economic Crisis: What Working People Need to Know, Monthly Review Press, Massachussets settembre 2009).
Più o meno la stessa cosa è accaduta in Europa. Secondo la Confederazione sindacale Europea (Ces) «Le distanze tra ricchi e poveri nel mondo sono aumentate dal 1990 a oggi e, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, la crisi economico-finanziaria in atto sarà pagata soprattutto dalle centinaia di milioni di persone già in difficoltà, che non hanno potuto approfittare dei benefici della crescita economica degli ultimi 15 anni. Mentre l’occupazione a livello mondiale è cresciuta del 30% dai primi anni ’90 al 2007, contemporaneamente si è registrata una ridistribuzione dei redditi a svantaggio dei lavoratori. In 51 dei 73 paesi analizzati dallo studio dell’Ilo la quota dei salari sul Pil è costantemente diminuita: 13% in America Latina e Caraibi, 10% in Asia e Pacifico, 9% nelle economie avanzate» (Ces, id).
Eppure, il pensiero economico-autistico dominante (e molto condiviso), continua a sostenere: a) che la crisi non era prevedibile; b) che è stata risolta; c) che non c’è un’altra politica possibile. “Allegria”, avrebbe detto Mike Buongiorno.
Mi assale un dubbio: non bisogna prendere sul serio gli esponenti di questo “disinteressato pensiero”, o non vanno presi sul serio quelli che ci credono (o fanno finta di crederci, che tanto è lo stesso)?

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