Parla Monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Campobasso

Sarebbe bello se il Papa accanto ai suoi discorsi ponesse dei segni che dessero modo alla gente di capire il cuore dei suoi messaggi

di Achille Rossi

Non è d’accordo monsignor Giancarlo Bregantini, già vescovo di Locri e attuale arcivescovo di Campobasso, quando gli diciamo che, a 50 anni dall’annuncio del Concilio, stiamo ritornando nella chiesa alla stagione culturale e spirituale degli anni Cinquanta: “Non credo che si tratti di nostalgia regressiva, ma della fatica che facciamo per applicare il Concilio in un mondo più complesso. La gente è più disorientata, la pastorale più difficile e allora vien voglia di tornare a momenti più assoluti, più solidi”.

Ma la difficoltà, per il vescovo, non giustifica il disimpegno: “Bisogna andare avanti in una linea pastorale coraggiosa, aperta, incisiva. La strada però è esigente e difficile, richiede la pazienza di non pretendere subito i frutti, la coerenza e, soprattutto, un grande bagaglio di fede. Oggi c’è bisogno di una fede che germogli in speranza e si faccia operosa nella carità”. È però la speranza la virtù cardine su cui punta padre Bregantini: “Chi ha speranza guarda avanti e dalle radici di ieri prepara frutti per il domani; chi non ha speranza invece guarda indietro e diventa nostalgico. Anche dalla mia vicenda personale ho potuto constatare la differenza fra nostalgia e benedizione. Entrambe hanno radici nel passato, ma i frutti della nostalgia restano acerbi perché il passato diventa totalizzante; la benedizione invece produce frutti dolci nel presente. Credo che questo valga anche a livello di chiesa”.
Quando lei parla di realizzare le indicazioni conciliari a quali prospettive si riferisce? “Ci troviamo di fronte una realtà molto cambiata, per cui è già fondamentale realizzare bene la pastorale ordinaria: attivare il dialogo col mondo, sostenere la speranza in un contesto che ne è sprovvisto, curare la vicinanza con chi soffre, non abbandonarsi né al pessimismo né al volontarismo che sono errori opposti e simmetrici. Direi che l’ordinarietà è il punto nodale della pastorale di oggi”.

Si ha l’impressione che le indicazioni conciliari stiano fermentando nella base della chiesa, mentre nei vertici sembra emergere la tentazione di ritornare alla società cristiana di un tempo. Condivide anche lei questa sensazione? “Difficile essere drastici, perché si corre il rischio di essere sommari. Io riscontro fermenti coraggiosi sia nella base che nei vertici, benché non in tutta la base e in tutti i vertici allo stesso modo. C’è una base comoda che non vuole essere disturbata per continuare a frequentare la messa senza cambiare molto; ci sono dei vertici coraggiosi che portano avanti con dignità il loro compito, pur essendo esposti a gravi rischi. Certo, non è un’epoca di grande entusiasmo e questo è il vero nemico. È diminuito lo zelo nei sacerdoti e la passione educativi nei laici. Dover constatare che, a causa del clima culturale contemporaneo, i bambini e i ragazzi non si appassionano quasi a nulla, determina un calo di proposta: un conto è parlare a ragazzi che ti ascoltano con occhi aperti e cuore limpido, un altro trovarti di fronte a persone che sbuffano e non vedono l’ora di andarsene. Questo è il mondo col quale dobbiamo confrontarci, senza contrapporre una chiesa di coraggio e una di stanchezza”.
Il vescovo Bregantini è convinto che chi combatte seriamente contro una mentalità di disimpegno è davvero eroico: “L’eroismo non consiste tanto nel realizzare imprese straordinarie, ma nel fare con entusiasmo le cose di tutti i giorni: regalare un sorriso, saper accogliere, elaborare proposte. Ho suggerito ai miei preti di coniugare questi tre verbi: proporre e non imporre, convincere e non vincere, analizzare invece di giudicare. È quello che ho imparato nella mia esperienza di vescovo e mi sembra lo stile adeguato con cui lavorare oggi, senza separare gerarchia da una parte e laici dall’altra, perché la distinzione non è sociologica ma motivazionale e passa nel cuore delle persone”.

Il Concilio aveva suggerito un atteggiamento di partecipazione e di empatia nei confronti del mondo contemporaneo, oggi invece ci troviamo di fronte a una chiesa che pronuncia solo dei no e soprattutto non sembra in posizione di ascolto. Lei ravvisa in questo atteggiamento un abbandono del Concilio?
“Direi che alla chiesa di oggi, e anche al Santo Padre, manchi la dimensione del segno che attualizza un atteggiamento. I discorsi del papa sono illuminanti e io li leggo sempre volentieri, ma sarebbe bello che accanto a questi discorsi ponesse dei segni che dessero modo alla gente di cogliere il cuore dei suoi messaggi. Andando a Pompei, ad esempio, perché non portare un mazzo di fiori sul luogo dove sono stati uccisi quei sei africani o non fare un cenno alla camorra, visto che è uno dei luoghi più tormentati da questo cancro?”. Padre Bregantini è convinto che offrire più segni darebbe ai vescovi maggiore credibilità. “I preti dovrebbero reimparare la povertà, essere vicini a chi soffre, frequentare i luoghi di lavoro. Il fondo di solidarietà lanciato da Tettamanzi è una bella iniziativa, ma se non viene accompagnata con segni di presenza e di condivisione suoi luoghi di lavoro dove c’è la crisi, finisce sempre per collocarci un gradino sopra la gente. La solidarietà non si realizza dall’alto in basso, ma in una reciprocità di contatto per cui la crisi dell’altro interpella e cambia la mia vita. Anche la chiesa ha bisogno di misurarsi con la precarietà, perché noi preti e religiosi siamo sempre garantiti. Con segni più evidenti, con una dimensione di maggiore vicinanza e di condivisione della precarietà, avremmo la possibilità di lanciare un messaggio più pieno e completo nei confronti del mondo”.
Come mai, di fronte a palesi violazioni dei diritti umani – penso alla questione degli immigrati, delle minoranze, degli zingari – la chiesa italiana nel suo complesso non leva la voce per riaffermare con forza i principi evangelici della dignità e del rispetto delle persone? “L’eterna insidia che ci schiaccia è la paura di prendere posizione contro altri quando parliamo o interveniamo. La situazione politica ci tarpa le ali e ci suggerisce una prudenza eccessiva per non entrare in gioco rispetto a scelte che sono affidate al mondo del laicato. A mio parere, si esce da questo vicolo cieco con un solo metodo, che ho trovato prezioso per la mia azione pastorale sia nella Locride come in Molise: quello di intervenire sempre, di dire una parola chiara su qualsiasi fatto. Più il vescovo interviene e parla meglio è, perché abitua la comunità a essere vigilante. Ogni fatto che non è deciso da me ma che la vita mi pone davanti mi interpella e può diventare oggetto di riflessione, di preghiera, di pianto, di solidarietà. Più la chiesa è vicina, meno problemi ha nel proporsi e nel chiarire le cose”.

Padre Bregantini vorrebbe recuperare il metodo della sentinella: “Noi siamo la sentinella che deve rispondere: “Quanto resta della notte?”, che è in fondo la grande domanda di oggi. La sentinella deve parlare sempre, non può selezionare i fatti; può aggiustare il tono di voce, attendere un attimo, ma non può esimersi dal parlare. È importante che la gente abbia al suo fianco una chiesa sempre presente, amabile, a cui ti puoi rivolgere senza paura di disturbare”.
Cosa si dovrebbe fare, sia ai vertici che alla base della chiesa, per riprendere sul serio l’ispirazione conciliare? “Anzitutto non spaventarsi del presente e capire che, pur nelle sue difficoltà, è anche estremamente affascinante. Il Concilio, riletto nella complessità del presente, è più bello di ieri e deve infonderci quell’entusiasmo che ha accompagnato la sua fioritura. A mio parere, non bisognerebbe lasciarsi intrappolare nella tesi della continuità, perché il Concilio è stato una grande novità, un vento dello Spirito che ieri ha scosso in un modo, oggi scompagina in un altro e ci libera dalle sabbie mobili delle abitudini e dalla tristezza del presente”.
Per il vescovo di Campobasso il Vaticano II ci rimette in cammino particolarmente sul piano dell’ecumenismo e sul recupero del ruolo fondamentale dei laici: “Riprendere l’ispirazione conciliare significa oggi adattarsi a una nuova pastorale che richiede molta fantasia e molta creatività”.

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