Il disagio della scuola Il riordino delle superiori in pole position

Sistema scolastico in crisi

di Matteo Martelli

Abbiamo trascorso – dirigenti scolastici, docenti, studenti, genitori, responsabili degli enti locali, esperti di sistemi educativi – un anno scolastico all’insegna di annunci di riforme epocali; reprimende sui comportamenti di dirigenti, docenti e studenti; accuse rivolte ai travet della scuola presentati come fannulloni, assenteisti, irresponsabili, pericolosi sovversivi che insegnano la rivolta politica più che le discipline del curricolo. Dai decisori politici è stato disegnato un quadro a fosche tinte della scuola (e dell’università) che non solo accentua le criticità esistenti, ma rischia di demotivare e disorientare i milioni di coinvolti nel sistema dell’istruzione nelle varie tipologie e nei diversi livelli. Se stiamo ai fatti, dobbiamo registrare che gli addetti all’educazione, pur tra difficoltà e incomprensioni, disconoscimenti e svalorizzazioni, con i mezzi strumentali e le risorse a disposizione hanno continuato nel loro “fare” quotidiano con l’obiettivo di dare risposte formative efficaci ai milioni di ragazzi che frequentano istituti di ogni ordine e grado e hanno – per ora – contenuto gli effetti negativi dei giudizi e dei modelli trasmessi impunemente dai massmedia. Lo stato d’animo – però – non è dei migliori. Si percepisce tanta delusione. C’è grande incertezza sul futuro assetto del sistema scolastico italiano. Si temono veri e propri terremoti nei flussi delle iscrizioni alla secondaria superiore. Nel primo ciclo gli operatori hanno avvertito sulle proprie spalle la fatica di un riordino realizzato al solo scopo di far pagare all’istruzione la crisi economica e finanziaria, con un taglio imponente di risorse umane e finanziarie. Quando saranno pubblicati i dati definitivi avremo la certezza della percentuale dei tagli al tempo scuola (e all’offerta formativa) e all’impegno di personale, realizzato dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado e di secondo grado. Nel secondo ciclo – alla vigilia delle attività di informazione e di orientamento rivolte alla cittadinanza, ai docenti, ai ragazzi delle terze medie e ai loro genitori – le bozze dei regolamenti relativi al riordino sono ancora tali. L’Unione Europea ha indicato nel decennio 2000/2010 obiettivi a questo punto irraggiungibili. I paesi membri dovrebbero entro il 2010: a. ridurre l’abbandono scolastico di almeno il 10%; b. raggiungere il dato dell’85% dei giovani diplomati; c. ridurre del 20% i risultati negativi in tema di capacità di lettura; d. aumentare del 15% il totale dei laureati nelle matematiche, nelle scienze e nelle tecnologie; e. nella prospettiva del lifelong learning, innalzare del 12.5% la partecipazione degli adulti in età lavorativa (25-64 anni) all’apprendimento permanente.
L’Italia, con la politica dei tagli e del riordino portati avanti in quest’ultimo anno, come si presenterà all’appuntamento del 2010? Probabilmente avremo la sorpresa di un peggioramento della situazione rispetto al 2000. Vedremo e commenteremo i dati al momento opportuno. Per ora possiamo presentare e commentare le scelte politiche fatte e, in particolare, esaminare l’impianto del riordino (la cosiddetta Riforma Gelmini) che a giorni potrebbe tradursi nei previsti decreti, che fisseranno i nuovi ordinamenti per l’intera scuola superiore. Abbiamo più volte denunciato gli effetti della politica gelminiana. Le scuole non hanno i mezzi finanziari necessari per organizzare il servizio e chiedono contributi e partecipazione finanziaria ai genitori. I dirigenti incontrano difficoltà a sostituire i docenti e il personale assenti e ricorrono alle più fantasiose soluzioni (smistamento dei ragazzi nelle altre classi, impegno personale nella sostituzione degli assenti, utilizzazione per le supplenze delle frazioni di ore – 10 minuti – ottenute con la riduzione dell’ora a 50 minuti, sollecitazione della buona volontà del personale libero da impegni, declassamento a bidello di insegnante a tempo indeterminato eccetera). E intanto i precari, rimasti senza incarico, sono andati a protestare nelle piazze e l’opinione pubblica ha potuto prendere atto del cancro del precariato che affligge da tempo la scuola italiana. Il cosiddetto decreto salvaprecari non solo non risolverà la vexata quaestio del precariato, ma produrrà una montagna di ricorsi e un incremento esponenziale del contenzioso giurisdizionale.
Anche il riordino non nasce con buoni auspici. Il Ministero lo annuncia in pole position. Ma le Regioni non sembrano convinte della correttezza delle scelte e del metodo seguito. Per cui hanno ingaggiato un braccio di ferro, che ha coinvolto la Consulta (sentenza n. 200 del 2009) e che rischia di costringere al rinvio, ancora una volta, dell’emanazione dei decreti sui nuovi ordinamenti. A oggi abbiamo a disposizione le bozze approvate tra maggio e giugno dal Consiglio dei Ministri e possiamo condurre un’analisi complessiva del nuovo impianto, che presenta luci e ombre, criticità e scelte condivisibili. Visto che in Italia, diversamente dalla maggior parte dei paesi europei, la scuola superiore non è a tempo pieno (non si svolge cioè in ore antimeridiane e in ore pomeridiane, con annessa mensa ecc.), è ragionevole la scelta ministeriale di contrarre il tempo scuola, ridurre le ore settimanali, semplificare l’organizzazione degli indirizzi di studio, razionalizzare l’offerta formativa. Quello che manca nella proposta Gelmini è un’idea di scuola, l’indicazione cioè delle finalità pedagogiche, formative, culturali per le quali vale la pena dare un nuovo assetto al secondo ciclo. Una riforma dovrebbe partire dall’emergenza educativa che tutti constatiamo con preoccupazione e disagio; dalla presa di coscienza degli elementi negativi, dei risultati insoddisfacenti, delle anomalie presenti, dei fabbisogni rilevati, delle indicazioni e delle raccomandazioni dell’UE e delle organizzazioni internazionali come Pisa/Ocse. Partiamo da due constatazioni: “il solo risparmio non fa una riforma” (v. www.indire.it); nella prospettiva dell’assetto federale dello stato, al centro del nuovo sistema non può non esserci l’autonomia delle istituzioni scolastiche (organizzazione del lavoro, progettazione e realizzazione dell’offerta formativa, responsabilità nel conseguimento degli obiettivi, reclutamento e valutazione del personale e dei risultati formativi ecc.).
Il nuovo sistema dell’Istruzione superiore è disegnato allo scopo di far cassa e non è centrato sul riconoscimento dell’autonomia, delle responsabilità, del merito, che richiedono invece investimenti mirati. Si presenta suddiviso in tre macroaree: quella liceale, quella tecnica e quella professionale. Il settore liceale è suddiviso in sei canali (Classico, Scientifico, Linguistico, Artistico con 3 indirizzi, Musicale e Coreutico con 2 indirizzi, Scienze umane) e prevede mediamente 27 ore nel primo biennio, 30 nel secondo biennio e nel monoennio finale. Per il Liceo artistico sono fissate 34/35 ore settimanali, per il Musicale 32. Il sistema dei licei ripete in gran parte gli ordinamenti tradizionali; non presenta significative innovazioni. Non risponde alle emergenze segnalate in questi anni: carenze nelle lingue, nella matematica e nelle scienze. Una seconda lingua straniera è presente soltanto nel linguistico e nelle scienze umane. L’educazione scientifica fa un passo indietro rispetto alle sperimentazioni targate Brocca. L’opzione scientifico-tecnologica nello scientifico, quella economica nelle scienze umane appaiono incongrue. Il settore tecnico è pensato nella prospettiva del potenziamento e dell’ammodernamento, del collegamento con il mondo del lavoro, dell’università e della ricerca, ma è realizzato con piani di studio che non solo riducono il monte ore e penalizzano le compresenze, ma sacrificano i laboratori e l’attività operativa, senza prevedere né l’articolazione delle classi né l’organico funzionale.
Il settore professionale subisce i cambiamenti più radicali ed è progettato come controfigura dell’istruzione tecnica. Se è positiva la previsione della decurtazione dell’orario settimanale, è preoccupante l’assoluta indifferenza rispetto al grande patrimonio di professionalità che il riordino dissipa. Tutti gli indirizzi dell’istruzione artistica e dell’istruzione professionale che meglio corrispondevano alla domanda del mondo delle imprese e alle richieste del territorio sono depotenziati o totalmente sacrificati: si pensi agli indirizzi professionali di Arezzo, Sansepolcro e Anghiari (moda, orafo e legno), al settore della stampa di Città di Castello, a quello del marmo di Carrara, della ceramica di Deruta, dell’alabastro a Volterra.
Eppure gli istituti professionali meriterebbero la maggiore attenzione, visto che accolgono studenti in prevalenza portatori di disagio individuale e familiare e si rivolgono ad allievi che esigono una cura particolare, individualizzata.

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