Il più grande ghetto del mondo

Gaza a sei mesi dalla guerra

Gli ingressi sono tutti chiusi, il materiale nella Striscia arriva con il contagocce. E ogni giorno che passa la situazione si fa più drammatica

di Antonio Rolle

«Siamo diventati come dei vagabondi». Si lamenta Tayssir Khadra, scacciando via le mosche che infestano le tende del campo chiamato “La fierezza”, in una Gaza devastata. «Nel bagno non c’è più acqua da una settimana. Non si può continuare a vivere così (…) vogliamo ricostruire le nostre case, ma il materiale per farlo non arriva. Gli israeliani impediscono di far entrare a Gaza ogni tipo di materiale per le costruzioni. È da quando sono nata che vivo con la guerra. Quando penso alla mia infanzia, vedo l’esercito israeliano che entra a casa nostra, in un campo di rifugiati palestinesi a nord di Gaza. All’età di 10 anni ero molto contenta, come tutti i bambini palestinesi, di vedere l’esercito israeliano, dopo averci fatto tanta paura, che se ne andava da Gaza. Pensavo che s’iniziava a vivere in pace. (…) Nel 2000 avevo 16 anni. La guerra ricominciava e i nostri sogni volavano via. Perché non abbiamo il diritto, semplicemente, di vivere in pace e di sognare come tutti?». (Salma Ahmed, 2 gennaio 2009 da Gaza).

Gaza, la Soweto della Palestina occupata, il più grande ghetto del mondo si trova oggi al limite della catastrofe umanitaria. A Gaza difficilmente si entra e, in modo ancora più problematico, si può uscirne: può farlo solo chi è possessore di una carta d’identità palestinese, il personale diplomatico, qualche uomo d’affari, alte personalità, il personale dell’Onu e quello delle organizzazioni umanitarie. In ogni caso, l’autorizzazione di entrata viene concessa dopo la supervisione delle autorità israeliane come se Gaza fosse, territorialmente, parte integrante dello stato di Israele. Gaza è circondata da un muro alto fino a 6 metri, da moderni reticolati “a rasoio”, da recinzioni ad alta tensione e da imponenti torrette di osservazione. I punti di passaggio sono ermeticamente chiusi, controllati e custoditi da carri armati israeliani: una prigione a cielo aperto lunga 45 km e larga 6 nella parte più stretta. Vi vivono quasi un milione e mezzo di abitanti, una delle più alte densità per chilometro quadrato del mondo. Il 70% sono rifugiati della polizia etnica della guerra del ’48. Gli ultimi profughi arrivarono a Gaza nel 1951, dopo essere stati sradicati con la violenza dai loro villaggi e dagli accampamenti beduini del deserto del Negev occidentale.

Gaza sta morendo: gli spazio aereo, marittimo e terrestre sono ermeticamente sigillati. L’aeroporto, finanziato dai fondi dell’Unione Europea, è stato completamente distrutto dagli israeliani nel 2000. Da oramai due anni il passaggio di Rafah, al confine con l’Egitto, del quale gli europei dovevano essere i controllori ufficiali, è praticamente chiuso. L’esercito israeliano controlla interamente il valico di Karni da dove dovrebbero passare le merci per la sussistenza della popolazione. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, gli abitanti di Gaza necessitano di 800 camion di merci al giorno ma gli israeliani ne consentono il passaggio di appena 120. Il massacro dell’operazione che cinicamente gli israeliani hanno chiamato “Piombo fuso” (frase che compare in una filastrocca che i bambini ebrei recitano nelle scuole elementari), tra il 27 dicembre 2008 e il gennaio 2009, ha causato la morte di 1.347 palestinesi dei quali più di un terzo erano bambini e 5.300 feriti. Le persone ospedalizzate possono essere solo parzialmente curate dalle lacerazioni delle bombe al fosforo bianco che, come denunciano varie associazioni presenti a Gaza, compresa Amnesty International, sono state sganciate sui civili in fuga e «in zone densamente abitate». (Nel linguaggio militare israeliano si chiamano bombardamenti chirurgici contro i terroristi di Hamas che si fanno scudo della popolazione civile!). Dopo quell’operazione militare che ha indignato il mondo, la situazione di Gaza è diventata drammatica: il 75% degli abitanti vive sotto la soglia ufficiale di povertà che, secondo le organizzazioni dell’Onu, è di 2,10 dollari al giorno per persona. I tre quarti della popolazione non ha più sostentamento in denaro per soccorrere le proprie famiglie. I prezzi dei prodotti, essenziali alla sopravvivenza, sono di colpo aumentati a causa del calo catastrofico della loro quantità sul mercato. C’è poca farina a Gaza e i forni per la produzione del pane sono scarsamente alimentati per mancanza di rifornimenti di carburante. Scarseggia il pane, lo zucchero, il riso, il latte e tutti i prodotti del latte. Il blocco marittimo impedisce l’arrivo della pesca: ai pescatori di Gaza, con 45 km di costa mediterranea è concesso di pescare solo a poche miglia dalla spiaggia. A causa delle criminali restrizioni sulle importazioni e sulle esportazioni, l’economia della striscia di Gaza è totalmente rovinata: i tempi di attesa delle merci ai valichi di passaggio di Karni ed Erez, da dove provengono prodotti agricoli come la frutta, gli agrumi, le verdure e i legumi, sono spesso così lunghi che i prodotti di decine di camion deperiscono miseramente negli hangar. La circolazione delle merci è sottoposta a condizioni draconiane, il che fa aumentare il costo del trasporto oltre che la totale dipendenza economica. Al passaggio di Karni al centro della Striscia, per esempio, i camion che provengono da Gaza sono scaricati in zone di transito e, dopo il controllo delle merci, ricaricati in camion cosiddetti “sterili” appartenenti a compagnie israeliane.

Dal 2006 la striscia di Gaza è praticamente chiusa. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, che è riuscito a procurarsi una copia di un documento interno all’esercito israeliano, questa misura è destinata a durare nel tempo. Dopo la cattura, il 25 giugno 2006, del caporale israeliano Ghilad Shalit da parte di combattenti palestinesi nell’ambito di una operazione contro una base militare che è costata la vita oltre che a due palestinesi anche a due soldati israeliani, Israele ha deciso di esercitare “una pressione” (sic!) sulla popolazione gaziota e di punirla in modo esemplare. Hamas, che governa oramai a Gaza, per la liberazione del caporale ha chiesto il rilascio dalle carceri israeliane di centinaia di minori e delle donne palestinesi.
Il 28 giugno 2006 l’aviazione israeliana ha distrutto gli unici sei trasformatori della sola fabbrica di produzione di elettricità della striscia di Gaza. Metà degli abitanti sono rimasti improvvisamente senza luce elettrica. Oggi, la Gaza Electrical Distribution Company (Gedco) chiede a Israele l’elettricità che gli manca ma, essendo la distribuzione aleatoria, la corrente arriva alle famiglie in modo intermittente. Contemporaneamente, anche la distribuzione dell’acqua è pesantemente razionata. I pozzi sono raccordati alla linea elettrica nazionale attualmente completamente distrutta e per la distribuzione si utilizzano numerosi gruppi elettrogeni che, sempre a intermittenza, fanno funzionare i pozzi stessi. Infine, la chiusura frequente dell’oleodotto di Nahal Oz, il solo a poter alimentare di carburante Gaza, ha compromesso gravemente l’utilizzo dei gruppi elettrogeni come mezzo per la distribuzione dell’acqua.

L’Europa tace, facendosi complice di quanto avviene di mostruoso nella striscia di Gaza. «Mantenere quella striscia di terra sotto pressione e punirne collettivamente gli abitanti» avevano sentenziato gli israeliani. Alla Conferenza di Sharm el Sheik del febbraio 2009 i donatori internazionali avevano promesso 4,5 miliardi di dollari per ricostruire Gaza ma, a tutt’oggi, non è arrivato nemmeno un centesimo. Ciò che fa dire a Leila Shahid, rappresentante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina presso l’Unione Europea: «Israele è stato trattato per 41 anni dall’Europa come un bambino viziato. Ora, dopo decenni di violazioni nei confronti dei palestinesi, quel bambino (parlo dei governi d’Israele, non del suo popolo in generale) è diventato un mostro».
L’ex presidente americano Jimmy Carter ha visitato qualche giorno fa la striscia di Gaza. Constatando la mancanza totale di un inizio di ricostruzione a causa del blocco d’Israele che impedisce il transito di qualsiasi prodotto, dall’acciaio al cemento, ha fatto fatica a trattenere le lacrime sconvolto da tanta devastazione. «Trattano gli abitanti come degli animali» ha dichiarato il Presidente Carter. Ismail Hannyeh, il leader di Hamas a Gaza, ha ribadito al Presidente la disponibilità ad accettare uno stato palestinese che comprenda la Cisgiordania occupata, Gaza e Gerusalemme est come capitale. Per Carter, Hamas vuole la pace e una riconciliazione sia con gli israeliani che con Fatah, il movimento palestinese che governa in Cisgiordania. Alla fine della visita il presidente Jimmy Carter ha consegnato ad Hannyeh una lettera che gli era stata raccomandata dal padre del caporale israeliano Ghilad Shalit, prigioniero a Gaza dal 2006.

Le notizie sulla striscia di Gaza sono state tratte dal “Centre information alternative” di Michel Warschawski. Dalle pubblicazioni: Gaza, dicembre 2008, gennaio 2009 Ed. La boite a bulles 2009; Gaza, la vie en cage Ed. du Seuil 2005; Rapporto sui diritti dell’uomo nei territori occupati dopo il 1967 presentato il 5 settembre 2006 da John Dugard, portavoce del “Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite” e da due interviste del quotidiano il Manifesto del giugno 2009.

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