Inchiesta massoneria / Le due chiese del potere umbro: massoneria, PSI-PCI

Nel 1985, in piena campagna elettorale, Mons. Cesare Pagani, arcivescovo di Perugia, sferra un duro attacco alla Massoneria

Il primo attacco alla Massoneria umbra non venne dalla politica, ma dal mondo cattolico. A sferrarlo fu Mons. Cesare Pagani, arcivescovo di Perugia nel 1985 con lo scritto Perché sono inconciliabili fede cristiana e Massoneria, dalle pagine del settimanale La Voce. Il documento, raccolto in 28 tesi esposte in tre uscite successive del settimanale cattolico, ebbe un effetto dirompente nella società regionale. L’attacco frontale all’associazione massonica prendeva spunto dalla fitta rete di affiliati presenti ai vari livelli di potere, le cui relazioni avevano finito per costituire una specie di piovra che strangolava le istituzioni umbre. La presa di posizione del prelato era stata molto determinata a causa della presenza di molti fratelli cattolici nell’associazione. Il suo documento, con evidente intento pastorale, era rivolto a tutti coloro che rischiavano di compromettersi con una organizzazione i cui principi erano inconciliabili con la professione di fede cattolica: «Il Vescovo è in dovere di offrire la verità della Chiesa a coloro che sono nella disposizione di ascoltarla… Se tra gli aderenti alla Massoneria ci sono queste persone (i credenti) hanno il diritto di essere aiutate dal loro Vescovo». Ma l’attacco piombava nel mezzo di una accesa campagna elettorale per le amministrative e quindi il suo effetto fu enormemente amplificato. L’arcivescovo non si limitò solamente a ribadire i punti dottrinali della Chiesa sulla Massoneria, ma sfidò apertamente l’associazione dai microfoni della radio della curia a un confronto aperto sui problemi della società umbra, usando parole durissime. «La massoneria è un’ organizzazione che vive sotto il pelo dell’ acqua delle cose che si possono vedere e combattere». Le logge, inoltre, secondo il presule, «attirano adepti allettandoli con la possibilità di fortune personali e questo provoca guasti notevoli nella società». Dunque non solo tesi astratte, ma attacchi sul modo di essere presente nella società, sulle influenze esercitate, sulle discriminazioni attuate, sulla dubbia legalità delle loro pratiche. Le trenta logge perugine, tante erano, non fecero attendere la loro risposta. Dopo un mese uscì un manifesto in concomitanza della festa che ricordava l’insurrezione cittadina del 1859 contro le truppe pontificie nel quale si diceva esplicitamente di guardarsi «dagli sprovveduti e dai falsi profeti ai quali non è consentito conculcare i diritti altrui». Ma l’intervento del prelato creò una spaccatura all’interno dell’organizzazione massonica con reazioni furibonde e dovette intervenire personalmente l’allora Gran Maestro Armando Corona a quietare gli animi. L’Arcivescovo aveva osato assimilare la massoneria alla mafia e alla camorra, «organizzazioni che realizzano gli interessi di pochi, fuori delle regole della società», a pochi anni dalla scoperta degli elenchi della P2 avvenuta a Castiglion Fibocchi. La ferita era ancora aperta per poter sopportare un’altra delegittimazione per di più proveniente dal mondo cattolico.
Quell’incipit fu ripreso dal successore di Pagani, Mons. Giuseppe Chiaretti, il quale di fronte ai ripetuti scandali e al persistere indisturbato dell’ “occupazione” delle massime istituzioni regionali da parte di adepti massoni, scriveva un documento dal titolo significativo: Qui c’è un regime. In quello scritto l’arcivescovo di Perugia ribadiva che «…in Umbria da sessant’anni c’è un regime che affievolisce le coscienze, dentro il quale il mondo del laicato cattolico patisce una subalternità politica e culturale». Roberto Segatori, sociologo all’Università di Perugia, sulla scia delle parole de vescovo perugino, con un articolo apparso sul Corriere dell’Umbria nel 2006 affermava: «A Perugia comandano due Chiese. Ma nessuna delle due è cattolica. La prima si chiama Massoneria. La seconda ieri si chiamava Pci e oggi si chiama Ds… Un quadro dentro il quale la Chiesa cattolica appare come un vaso di coccio stretto tra i vasi di ferro del potere massonico e di quello comunista, poteri strutturati e capillari che spesso e volentieri si intrecciano e saldano assieme».
L’esito di quello scontro violento portato al cuore del potere umbro si risolse in modo pesante per i due prelati: «Due vescovi della terza chiesa perugina hanno provato ad affrontare la massoneria e la sinistra. Ma entrambi ne sono usciti con le ossa rotte».
A Don Cesarino Pagani, racconta Segatori, andò male perché contro di lui si rivoltarono massoni che «non erano solo repubblicani e socialisti storici, ma anche comunisti e peggio ancora cattolici. Ci rimase malissimo… perse vivacità e da lì a poco cominciò il suo declino». Morì di crepacuore, narrano le cronache.
A Mons. Chiaretti andò meglio perché non si ritrovò solo a combattere la buona battaglia. A sostenerlo non fu solo «Il mondo del laicato cattolico – dall’associazionismo al sindacato passando per Comunione e liberazione … intellettuali da posizioni trasversali… il centrodestra e larghi settori dell’imprenditoria umbra. Persino un monumento del vecchio Pci umbro come Lello Rossi ha riconosciuto che il Vescovo ha sollevato un problema che non si può negare».
Ma ciò fu possibile perché già il velo della segretezza e delle compromissioni era stato rotto, prima da Mons. Cesare Pagani e successivamente, nel 1992, dalla pubblicazione delle liste dei massoni che rivelarono in modo inoppugnabile nomi e cognomi della complessa e articolata mappa del potere perugino e regionale. ◘

 

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