La chiesa della Carità rischia di scomparire

Città di Castello. Contratto di quartiere

La chiesa del XII secolo, appartenuta ai monaci benedettini, ai domenicani e quindi ai templari, nel progetto approvato dal comune subirebbe l´ultimo sfregio

di Enzo Rossi

La realizzazione del progetto ex Fat così come è stato elaborato, oltre ai numerosi problemi di ordine architettonico, estetico, culturale e sociale, pone all’attenzione di tutti coloro che hanno a cuore la città un’altra questione di grande interesse, quella della chiesa della Carità. Una struttura della quale molti tifernati ignorano perfino l’esistenza, anche perché di essa all’esterno rimane solo una flebile traccia: un tetto a capanna che spunta dagli uffici Fat che fronteggiano il vecchio ospedale.
Se quel progetto andrà in porto, la chiesa verrà cancellata per sempre, nome compreso (molti infatti già ora la definiscono “Cenacolo” proprio per il fatto che al suo interno contiene un affresco, purtroppo molto mal ridotto, che rappresenta l’ultima cena). Il primo sfregio la Carità lo subì oltre 170 anni fa, attorno al 1830, quando fu “accorciata” per aprire una piazza di fronte all’ospedale. Negli anni ’30 del secolo scorso fu inglobata nel complesso Fat e molto più recentemente ha subito l’ultimo affronto: l’ingresso è stato murato e per oltre 20 anni nessuno ha potuto più entrare al suo interno. Solo da pochissimo tempo è stato riaperto un passaggio attraverso un foro sulla parete di fondo, che costituisce tuttora l’unico accesso alla chiesa.
Eppure la Carità era una antichissima chiesa ascrivibile al secolo XIII appartenuta, secondo le testimonianze degli antichi storici locali, prima ai monaci benedettini (ultimamente si è parlato da Francesca Abbozzo direttore provinciale della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici dell’Umbria, di una chiesa templare, l’unica presente in Umbria oltre a quella di San Bevignate a Perugia), poi alla fine del ’200 fu affidata ai frati domenicani che vi rimasero fino al 1424 quando si trasferirono nella loro grandiosa chiesa e convento. Con la partenza dei padri domenicani la chiesa passò a una confraternita, detta appunto della Carità. Oltre all’ultima cena, la chiesa conteneva al suo interno altre opere di notevole valore, tra cui La Madonna in trono con bambino, sei angeli e un domenicano inginocchiato di Maestro di Città di Castello e la Imposizione delle mani da parte di Pietro e Giovanni di Santi di Tito che sono conservate in Pinacoteca e Cristo alla colonna che attualmente si trova nella chiesa di Santo Spirito.
È anche per questa ragione, cioè per restituire alla città una chiesa così importante per il suo significato storico, che riteniamo che il progetto ex Fat debba essere completamente rivisto. Si potrebbe finalmente utilizzare lo strumento della permuta,ora anche la legge regionale lo consente, per liberare l’area (totalmente o parzialmente, come auspica la Consulta del Centro storico) e ripensarla in un contesto più ampio, che tenga conto degli edifici storici che le fanno da corona: San Domenico con l’annesso chiostro, Palazzo Vitelli alla Cannoniera e il settecentesco vecchio ospedale che necessita di urgenti interventi di restauro. E visto che la demolizione del Vittoria sembra per ora scongiurata (la proprietà non pare più intenzionata ad aderire al contratto di quartiere che ne prevedeva la trasformazione in appartamenti), potrebbe essere questa l’occasione buona per trasformare il teatro in quel vero auditorium che manca alla città. È evidente che un serio progetto di risanamento di una porzione così importante del centro storico, oltre al coinvolgimento di tutti i soggetti interessati (istituzionali e non), necessita di molta lungimiranza e magari anche di un po’ di fantasia.
La Carità, per esempio, potrebbe diventare il piccolo museo dove esporre le opere attualmente conservate, sia pure in modo idoneo e senza alcun pericolo di deterioramento, nella soffitta della Pinacoteca. Si tratta di due affreschi che provengono dal monastero di Santa Cecilia (una Trinità e un San Bernardino da Feltre) attribuiti alla scuola di Luca Signorelli, di un affresco del XV secolo proveniente dalla chiesa di San Domenico che raffigura San Pietro Martire e attribuito a un autore attivo nella parrocchia di Passerina nei pressi di Lama (San Giustino). E infine di sei frammenti di affresco, sempre del XV secolo, di autore ignoto e provenienti dalla ex chiesa di Santa Caterina, anch’essa inglobata negli edifici Fat e trasformata in un magazzino. Sono opere interessanti che potrebbero essere finalmente restituite al godimento di un pubblico più vasto.
Chissà se, almeno per una volta, gli interessi della città riusciranno a prevale su quelli degli affari e della bassa politica.

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