La città del millennio

Lettera dall’India

di Michele Vanni

Il vecchio Mister Singh, ottico di Delhi, non poteva crederci: «Il tuo ufficio è in Gurgaon?! Ma lì non ci sono che risaie e qualche fattoria!» A lui e a quelli della sua generazione il senso della storia e del cambiamento era sfuggito: e c’era da capirlo. In meno di dieci anni il suo paese, l’India, aveva subito più stravolgimenti di quanti ne avesse subiti in tutti gli anni successivi l’indipendenza. Gurgaon aveva seguito il destino di molti altri centri rurali indiani che, nel giro di pochi anni, si erano trasformati da semplici villaggi – il suffisso gaon significa infatti villaggio nel dialetto locale – ad aree di sviluppo urbano e commerciale.
Vista dall’ultimo piano di uno dei suoi centri commerciali, la città sembra una creatura proteiforme che, senza un apparente piano regolatore, allunga i suoi tentacoli di cemento armato verso la campagna. Immensi shopping mall – centri commerciali – fanno da contrappunto a cantieri polverosi perennemente in attività, mentre baracche dai tetti di latta si distendono ai piedi di uffici ad aria condizionata in una impari lotta tra “miseria e nobiltà”. Solo la lingua aguzza della nuova linea metroplitana, ancora in costruzione, sembra ristabilire un po’ d’ordine in tale caos, dividendo la città in due blocchi distinti.
«Qua la gente ha visto arrivare i soldi troppo in fretta – dice un commerciante del luogo – e ora sono tutti come impazziti; ognuno vuole la sua parte di ricchezza». Di certo i contadini del posto devono aver portato generose offerte alla dea della prosperità Laxmi, quando si sono visti offrire dalle grandi compagnie edili nazionali cifre considerevoli per i loro campi. Ora il prezzo di quella terra vale migliaia di dollari in più rispetto al prezzo di vendita e tutte le grandi marche europee e americane hanno impiantato lì i loro uffici. Percorrendo la superstrada in direzione del vicino distretto del Rajastan si vede come questa linea ininterrotta di edifici, voluminosi come cattedrali, convergano naturalmente verso Ifco Chowk.
Ifco Chowk è, infatti, il punto nevralgico della città; da qui partono i bus per Delhi e Jaipur, e frotte di tuc-tuc, sorta di veicoli a tre ruote adibiti a trasporto passeggeri, schizzano impazzite in tutte le direzioni supplendo all’ancora assente trasporto pubblico. «Piccadilly Circus sta ad Ifco Chowk come un’economia di mercato sta ad un’economia da bazar» mi dice sarcastico un manager americano venuto nella “nuova India” per impiantare il suo business. Effettivamente all’ora di punta Ifco Chowk sembra un alveare impazzito; o piuttosto una bolgia dell’inferno. Sotto un tendone di polvere e smog, carovane di vetture avanzano a colpi di clacson lungo cinque arterie stradali. Sciami di persone sul ciglio della strada fumano, vendono verdura, fanno la barba, espletano bisogni corporali, segano canne di bambù, contrattano, chiedono l’elemosina, filano collane di fiori, rovistano tra la spazzatura, inseguono fatiscenti bus Tata che mai si fermano al bus stop.
Unica spettatrice impassibile è la vacca sacra che, con aria assente, assiste a questa concitata rappresentazione quotidiana masticando sacchetti di plastica.
Solo in tarda serata la “Città del Millennio”, come Gurgaon è stata ribattezzata dai suoi moderni progettisti, si acquieta. Le uniche luci che rimangono sono quelle dei cantieri edili dove, con materiali di scarto, operai hanno costruito provvisori rifugi per le loro famiglie.
Rulli di tamburi e squilli di trombe stonate rompono per un attimo il brusio della notte. Un colorato corteo di uomini e donne segue festante un’improbabile banda di ottoni. Un uomo si stacca dal gruppuscolo e rivolgendosi a me con voce giubilante dice: «Oggi è un giorno di festa, mio nipote si sposa! Povero ragazzo ha aspettato tanto tempo prima…» « … prima di trovare la donna giusta?» azzardo io. «No, prima di trovare un buon lavoro. Dopo mesi di attesa è stato assunto lunedì da un’azienda informatica; la moglie, beh quella è stata “arrangiata” in 48 ore». Sorrido e ricordo a me stesso il rito mattutino a cui ciascuno dei miei colleghi indiani si sottopone prima di iniziare una nuova giornata lavorativa. Con i loro abiti occidentali e le loro credenziali di manager, ingegneri, analisti finanziari, periti informatici, tutti si inchinano reverenti di fronte alla voluminosa statua del dio elefante Ganesha, posta all’ingresso degli uffici per volontà dell’Amministratore Delegato.

Dal Maggio 2008 Michele Vanni lavora come analista di mercato a Gurgaon, India. Ha voluto condividere con i lettori de l’altrapagina l’esperienza di un tifernate nel Sub-Continente.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?