L’alfabeto del XXI secolo / Democrazia di Baldassarre Caporali

Nella democrazia rappresentativa serpeggia Pirandello, poiché essa si maschera denudandosi. O meglio, si maschera semplificandosi, riducendosi a indice manicheo di una separazione elementare, di una esclusione formulata come scelta: democrazia o autocrazia, secondo il dettato di Kelsen. Oppure, nella variazione di Bobbio: democrazia o dittatura. Questa contrapposizione è un segno del moderno, poiché l’antichità faceva girare la democrazia sul perno delle comparazioni dei governi o, in Platone, delle loro genealogie antropologiche. Infatti, i moderni scrittori della borghesia liberale, a partire da Constant e Tocqueville, hanno avvertito un’esigenza pungente, destinata a proiettarsi su tutto l’arco del XX secolo: svincolare la democrazia dalla sovranità popolare, esorcizzare ogni ritorno di passioni sanculotte. Questi ritorni, nelle repubbliche dei consigli o nelle fabbriche occupate, nelle comuni zapatiste o nelle avanguardie studentesche, hanno riecheggiato lo scandalo politico della cuoca di Lenin, immaginata nella veste di un personaggio filosofico – simbolo d’impensabili rovesciamenti di ruoli -, o in quella del “controuomo” del politico di professione, come scriverebbe Sartre. Al contrario, la “maschera nuda” della democrazia capitalistica rende irriconoscibile il proprio essere sociale e lo rende irriconoscibile spettacolarizzandolo. La democrazia va in scena, insieme a lucide vetture e a creme detergenti, come La Democrazia. La sua scena è il “feticismo della merce”.
Nel XXI secolo, mentre intorno a una democrazia purgata di tutti i predicati si raduna quel genere di luoghi comuni e di idee chic che Flaubert, per primo, tentò di catalogare, i rapporti di potere che operano con la cauzione di una parola magica, si sbarazzano, attraverso pagelle finanziarie, profili informatici, multe, polizie, licenziamenti e campagne di stampa, dei “pazzi sociali” che, prendendo alla lettera qualche ideale costituzionale, non vogliono affidare le loro vite e il loro mondo a fantomatici investitori di capitale. Ma forse sono proprio questi pazzi savi i veri eredi della cuoca, simili al dottor Stockmann di Ibsen, che denunciava, con un tagliente doppio senso, le acque inquinate di un bagno termale e della società. Lungo questa via, però, gli ideali costituzionali non bastano; occorre ricordarsi di un’astuta raccomandazione di Brecht: parliamo di rapporti di produzione. Ossia di rapporti di proprietà.

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