L’alfabeto del XXI secolo / Merito

di Baldassarre Caporali

All’inizio del XXI secolo la parola merito demerita: il rapporto collettivo di lavoro, incubatore collaudato di solidaristiche coscienze di classe, viene inficiato da prestazioni inesauribili e ricattate, assoggettate al tempo schizofrenico della nuova impresa, in cui il tayloristico gorilla ammaestrato – in fondo, così poco ammaestrabile! – dovrebbe divenire un previdente stipulatore di contratti assicurativi. Ma anche nel secolo precedente questa parola, quando è stata invocata, ha annunciato controffensive di maggioranze silenziose, o ha armato vanità professionali rabbiose verso fantomatici egualitarismi economici, oppure, infilandosi nelle lotte sociali, ha blandito le cosiddette “aristocrazie operaie”. La cosa, ideologicamente, non stupisce! L’individualità borghese, dalle api di Mandeville ai marescialli di Napoleone, dagli arrampicatori sociali di Balzac agli impiegati di Kafka, ha fatto del merito il surrogato professionale di una comunità che le restava preclusa, un carcere nevrotico recatole dall’ascesi intramondana del calvinismo, sottofondo culturale, secondo Max Weber, del capitalismo moderno. Questo ristagnare dell’individualità umana in un interesse ossessionato dal dovere, e perciò legittimato da esso, è stato sferzato da Hegel come regno animale dello spirito.
La scuola, la nostra scuola, un bene comune secondo l’idea, è il vivaio scrupolosamente amministrato di questo regno psicologicamente regressivo, e lo è in nome del feticcio “progressista” dell’addestramento alla competizione. Tutto è gara! Oggi ludicamente, per ricevere i premi delle università del management imprenditoriale e finanziario, o degli enti specializzati che distillano scienza e poesia in test a crocette; domani crudelmente, per affermarsi, o per non soccombere a prestazioni quantificabili, dove superstipendiati dirigenti ed esecutori perseguitati da sondaggi senza fine, obbediranno allo stesso codice meritocratico. Non meraviglia, allora, che il vociferare giornalistico sul merito voglia imitare, con ideologica spensieratezza, la voce della natura umana. Ma quale natura umana?
La virtù greca, l’areté, non era schedabile, anche se poggiava su un ordine patriarcale e schiavistico; e l’estime publique di Rousseau mostrava la grana passionale del merito: l’amor-proprio, l’isolamento borghese. Il merito è classista. Soltanto la prospettiva di una società senza classi potrà allora rinominare il merito, poiché lo avrà storicamente svalutato: da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. ◘

 

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