Tagliati gli aiuti ai paesi poveri

di Fabio Romani

I poveri possono aspettare. Lo ha deciso il governo Berlusconi che nell’agosto dello scorso anno (legge 6 agosto 2008, n.133 all’articolo 60, comma 11) ha ridotto di 170 milioni di euro annui la spesa relativa all’aiuto pubblico a favore dei paesi poveri a decorrere dal 2009. Eppure questi aiuti assumono un ruolo decisivo per i paesi in via di sviluppo (l’Onu definisce come tali quelli appartenenti all’America Latina, all’Africa e all’Asia a esclusione del Giappone), sia per gli interventi necessari a soccorrere e sostenere le popolazioni in casi di emergenza (guerre e catastrofi naturali), sia per la realizzazione di progetti attraverso i quali promuoverne lo sviluppo (fornire assistenza e strutture sanitarie, formazione scolastica e supporti per la costruzione di infrastrutture per garantire l’accesso all’acqua). Ci sono paesi, come ad esempio la Somalia e il Mozambico, tanto per citarne alcuni, il cui sostentamento e miglioramento delle condizioni di vita dipendono proprio dall’assistenza che proviene dai paesi ricchi.
Tradotto in termini economici, con questa legge viene tagliato di quasi la metà l’aiuto pubblico allo sviluppo gestito dal Ministero degli Affari Esteri. In pratica vuol dire più uomini senza lavoro, più donne che muoiono di parto, più bambini senza cibo, acqua, medicine e scuola. Significa, in definitiva, più miserabili privi del diritto alla dignità e alla vita stessa, abbandonati al loro ingiusto destino. È doveroso ricordare che di questa vicenda poco si sono occupate Tv e carta stampata (forse l’approvazione del provvedimento in pieno periodo estivo ha trovato chi di dovere in ferie…!), mentre, per le conseguenze che produrrà, essa ha lasciato sconcertati tutti coloro che si occupano dei paesi in via di sviluppo. In primo luogo sono state le Ong (Organizzazioni Non Governative) a levare un grido di protesta contro il provvedimento voluto dal Ministro Tremonti, ricordando che la loro attività di cooperazione si basa proprio sui fondi oggetto dei tagli e che, malgrado la crisi mondiale, altri paesi europei come Francia, Spagna e Germania non hanno ridotto il loro impegno. La legge è stata contestata anche dal presidente dell’Unicef Italia Vincenzo Spadafora, il quale denuncia preoccupazione per questi tagli pesanti e senza precedenti che, a suo dire, pongono «l’Italia al penultimo posto, nell’ambito del G8, nella graduatoria dei governi donatori, con conseguenze enormi sulle attività che l’Unicef realizza a favore dei bambini di tutto il mondo». Della stessa opinione è Marina Ponti, direttrice per l’Europa della Campagna delle Nazioni Unite per gli Obiettivi del Millennio, secondo la quale in questo modo si «mette a rischio il contributo dell’Italia al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio». Il nostro Paese con questi tagli non riuscirà, infatti, a rispettare gli accordi presi in sede internazionale, in base ai quali, entro il 2010, dovrà essere destinato all’aiuto pubblico allo sviluppo lo 0,51% del Pil.
D’altra parte, sono ormai anni che l’Organizzazione delle Nazioni Unite chiede ai paesi industrializzati di destinare ai paesi poveri lo 0,70% del loro prodotto interno lordo per progetti di aiuto. Ma a questa richiesta hanno risposto in modo favorevole solo alcuni paesi del Nord Europa, mentre tutti gli altri si sono mantenuti abbondantemente al di sotto di questa soglia. Non ha fatto eccezione l’Italia, che assieme agli Stati Uniti è il paese che ha destinato la minor parte del suo prodotto interno a tali fini, solo 0,19%, risultando così il fanalino di coda dell’Unione Europea per l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Un posto che, grazie alla legge varata la scorsa estate, siamo tristemente destinati a mantenere.
Nel corso del G8 di questi giorni a L’Aquila assumeremo senz’altro altri impegni, destinati poi a rimanere sulla carta, com’è accaduto in passato. All’ipocrisia, si sa, non c’è mai fine.

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