Le scorie nucleari, un problema irrisolto

Colloquio con Gianni Mattioli, docente di fisica-matematica all’Università La Sapienza di Roma

L’unica soluzione seria, suggerita dal buon senso, è quella di abbandonare la via nucleare

di A.R.

C’è un tipo di rifiuti che merita un discorso a parte: le scorie nucleari. Ne parliamo con Gianni Mattioli, docente di Fisica-matematica all’Università di Roma ed ex ministro per le Politiche comunitarie. «Le scorie sono i prodotti di scissione, cioè i pezzi in cui si è spaccato il nucleo dell’uranio producendo grandi quantità di energia. Sono radioattivi anche altri materiali, che rappresentano residui del ciclo di lavorazione del combustibile, e i rifiuti di carattere medico-ospedaliero e industriale, dato che sostanze radioattive vengono impiegate anche in normali cicli produttivi».
Perché tutto questo materiale è pericoloso? «Perché è radioattivo e dunque emette particelle materiali beta e alfa o radiazioni elettromagnetiche, ossia raggi gamma, che sono capaci, a contatto col nostro organismo, di trasformare le molecole dell’acqua delle nostre cellule. Si formano così dei sistemi chimici molto attivi, che reagiscono con la macromolecola del Dna delle cellule innescando processi di mutagenesi. Se sono colpite cellule somatiche si producono tumori e leucemie, se cellule genetiche alterazioni che influiranno sulle generazioni successive».
Di qui si capisce quanto sia importante che tutto questo materiale venga trattato con assoluta sicurezza. Ma come vengono sistemate attualmente le scorie radioattive? «Sono compattate, immesse in matrici vetrose che assicurino una prima schermatura e depositate in contenitori. Poiché la radioattività di alcune sostanze dura per centinaia di migliaia di anni, bisogna sistemare questo materiale in sedi geologiche così stabili da sfidare i tempi di questa durata o sottoporlo a controllo continuo. In passato era circolata fra gli scienziati la speranza che le rocce saline, in quanto idrorepellenti, rappresentassero una soluzione; l’acqua, infatti, se viene a contatto con il contenitore ha la capacità di fessurarlo e di liberare la radioattività. Purtroppo la teoria era sbagliata».
Come lo si è capito? «Gli Stati Uniti avevano aperto in New Mexico un sito per depositarvi prima scorie di carattere militare e poi quelle dell’attività civile. Purtroppo, quando gli operai hanno aperto la roccia sono stati investiti da 600 mila metri cubi d’acqua. Era la riprova che l’ipotesi delle rocce saline era infondata. Siccome il governo vi aveva investito una enorme quantità di dollari, gli Stati Uniti hanno deciso di seppellirvi lo stesso scorie a bassa e media intensità. Per le altre più pericolose si è cercato altrove. Oggi si buca nelle Yucca Mountains, ma Obama ha già bloccato questa iniziativa perché il sito mostra caratteri di sismicità. Il presidente ha già dichiarato che fintanto che non si troverà una sistemazione affidabile per le scorie prodotte, non darà il consenso per la realizzazione di nuovi impianti nucleari».
Cosa si fa in altri paesi che hanno scelto il nucleare per stoccare le scorie radioattive? «I francesi, ad esempio, hanno bucato a Bure, nella regione della Meuse, fino a 500 metri di profondità per vedere se un altro tipo di rocce desse garanzie di sicurezza, ma si tratta ancora di sperimentare. In realtà, dunque, non sappiamo nemmeno quanto costi lo smaltimento delle scorie, soprattutto se si debbono smantellare vecchi impianti, perché le strutture metalliche del reattore producono cadmio e nichel fortemente radioattivi: queste strutture costituiscono un grosso problema perchè dovranno essere tagliate a pezzi e smaltite come scorie. A tutt’oggi si procede con smaltimenti provvisori supercustoditi. Anche la Finlandia ha provato a fare un deposito sotterraneo, sempre con carattere di provvisorietà».

In Italia dove vengono custodite le scorie? «Nei luoghi che le hanno prodotte, ossia dentro alcuni reattori come quello “Avogadro” in Piemonte, oppure in siti di stoccaggio del combustibile» Gianni Mattioli rievoca il fallito tentativo di Bersani, da ministro dell’Industria, di individuare un sito per sistemare provvisoriamente le scorie: «Le popolazioni si sono immediatamente opposte perché non vogliono avere nella propria zona residui di attività che si sono svolte altrove. Ma, probabilmente, dal punto di vista della sicurezza rispetto al terrorismo, non è prudente avere scorie disseminate in tutto il territorio». Mattioli rievoca poi l’iniziativa di Berlusconi di imporre lo stoccaggio delle scorie a Scanzano Ionico, motivato proprio con la presenza di rocce saline. A ragione, dunque, le popolazioni si opposero. Quello però che ha lasciato più perplesso Mattioli è il misto di superficialità e menzogna con cui hanno proceduto le istituzioni in questa vicenda: «Ormai le popolazioni considerano le istituzioni insincere e imbroglione e non accettano nel proprio territorio neanche uno spillo garantito da loro, perché ne hanno sperimentato l’inaffidabilità».
Qual è la sua opinione personale su questo problema? «Io penso che la cosa più ragionevole per il nostro paese sia mantenere la custodia attiva dei materiali radioattivi là dove sono stati prodotti, piuttosto che in un unico grande deposito, perché nessuno accetterebbe di ospitare scorie provocate da altri e perché la custodia militare non offre poi garanzie tali che possano tranquillizzare chi dovesse ospitare il sito. Al tempo stesso bisogna attivare una accuratissima, intensa e costosa ricerca».
Il professor Mattioli ci spiega che la via più promettente sembra quella imboccata dalla natura in alcuni siti in Africa, dove per milioni di anni delle concentrazioni di materiale radioattivo sono rimaste intrappolate in particolari strutture geologiche e dove sono andati avanti nei secoli processi di decadimento della radioattività. «Uno scienziato italiano che lavora all’Enea, Brondi, sostiene che occorre studiare quello che ha fatto la natura per capirne di più. Tra gli altri suggerimenti c’è anche quello di Rubbia, che propone di sottoporre i materiali radioattivi a processi in cui i nuclei vengono spaccati e ridotti a sostanze di radioattività più limitata nel tempo. È un procedimento che si chiama spallazione, che migliora la situazione ma non cancella la radioattività».
Non esistono soluzioni più radicali? «La soluzione radicale suggerita dal buon senso sarebbe quella di abbandonare la via del nucleare. Come dicono gli scienziati che si occupano di questo problema, nessuno salirebbe su un aereo sapendo che non c’è l’aeroporto di atterraggio».
Come trattano le scorie radioattive i paesi che hanno fatto la scelta del nucleare? «Il nucleare è molto diffuso nel mondo e nessuno ci viene a raccontare come questo o quell’altro paese smaltisce tale genere di rifiuti, salvo scoprire ogni tanto che in qualche favela brasiliana la radioattività è molto superiore alla norma e la gente si ammala di tumore».In questi giorni è esploso il problema delle navi con rifiuti anche radioattivi affondate dalla ‘ndrangheta lungo le coste della Calabria. Cosa può dirci di questa infiltrazione della criminalità nel trattamento dei rifiuti? «La criminalità organizzata non si è interessata alle scorie degli impianti nucleari pubblici, ma alle sostanze radioattive usate negli ospedali e nelle industrie. Siccome lo smaltimento controllato è molto costoso, è facile scegliere la scorciatoia dell’accordo con la criminalità».

C’è però un “rifiuto” sul quale Mattioli vuol portare la nostra attenzione: «I paesi Nato hanno usato nelle loro missioni proiettili a uranio impoverito, che è quel che resta come coda di lavorazione nel processo di arricchimento dell’uranio per fare bombe atomiche o utilizzarlo negli impianti nucleari. L’uranio impoverito è un metallo pesante, molto adatto per fare corazze di carri armati e di bombe. Nell’esplosione però polverizza e c’è pericolo che venga assorbito per inalazione, nel qual caso la sua radioattività è molto più pericolosa che quando agisce dall’esterno del corpo. Questi proiettili sono stati impiegati in Iraq e in Kosovo. In particolare per il Kosovo non si è potuto procedere alla individuazione dei residui bellici, perché la commissione Onu guidata dal finlandese Pekka Havistok non ha ricevuto nessuna collaborazione da parte della Nato».
Mattioli ricorda d’aver ricevuto a Roma nel 2000 il ministro della Salute iracheno che chiedeva aiuto per individuare i frammenti dei proiettili a uranio impoverito, dato che nei villaggi delle zone bombardate bambini e adulti si ammalavano di tumore. «Naturalmente non se ne fece nulla perché era imminente la nuova invasione americana dell’Iraq e anche perché ufficializzare una correlazione tra l’uso di proiettili a uranio impoverito e l’insorgenza di tumori avrebbe permesso a questi paesi di portare Stati Uniti e paesi Nato di fronte alle corti di giustizia internazionali per farsi risarcire i danni subiti. Negli Usa avrebbe addirittura sottoposto il governo a un’infinità di cause da parte dei militari che avevano partecipato a queste spedizioni».

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