Di Maurice Bellet ricorderò sempre lo sguardo pungente, vivo, curioso, aperto alla vita e agli altri.
Gli devo molto, e devo ringraziare Achille di avermelo fatto conoscere, così come – sempre grazie a lui – conobbi Panikkar.
Maurice Bellet aveva oltre novant’anni quando ci ha lasciati, ma possedeva il cuore e l’apertura mentale di un ragazzo, anzi di un bambino (mi viene in mente Picasso quando diceva che gli ci era voluta tutta la vita per disegnare come un bambino). Bellet era uno spirito libero, curioso, ma – allo stesso tempo, nella migliore tradizione cartesiana – un pensatore rigoroso. Era portatore del messaggio cristiano in tutta la sua “grandiosa semplicità”, se così si può dire.
Altri meglio di me chioseranno i suoi studi, mole alquanto imponente e significativa del pensiero tra XX e XXI secolo (fino alla fine è stato lucido e impegnato a scrivere).
A me piace ricordare la sua generosità, la sua apertura verso l’altro, la sua disponibilità. Mi ospitò a più riprese nel suo studio parigino ed era molto interessato ai miei studi di dottorato. Non venne alla discussione della mia tesi alla Sorbona ma festeggiammo qualche giorno dopo, nel ristorante vicino casa sua, con la sua assistente. Andavamo spesso a pranzo tutti e tre, cambiando sovente locale. Ultimamente frequentavamo le brasserie vicino alla residenza di boulevard Raspail dove viveva da qualche tempo.
La sua camera lì dava sul giardino ed era contento di quella vista. Mi mostrò la sede; gli piaceva molto il refettorio, con grandi vetrate che affacciavano, anch’esse, sul giardino interno.
Era un uomo pacato ma sempre con la battuta pronta, buono, generoso, cui non sfuggiva nulla della complessità del tempo presente. Abbiamo parlato di tutto e ogni suo suggerimento, ogni sua constatazione mi rimarranno dentro per la vita.

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