Massoneria / Una presenza pervasiva

Intervista a Luciano Neri nel 1994 protagonista della pubblicazione delle liste dei massoni umbri

di Antonio Guerrini

La lunga inchiesta sulla Massoneria ci porta al 1994, anno in cui vennero pubblicate le liste dei massoni umbri. Protagonista di quella fase politica fu Luciano Neri nella veste di Presidente del Consiglio regionale, a cui chiediamo quale fu il motivo di tale decisione.
«Tangentopoli aveva cambiato il clima politico nazionale – spiega Neri – e anche la Regione Umbria fu investita dalla questione morale, con arresti di assessori regionali, esponenti politici e imprenditori, e a catena entrarono in crisi la Regione e altri Comuni: Terni e Perugia in primis».
Come riuscisti a diventare Presidente del Consiglio regionale pur appartenendo a una forza minoritaria?
«Fui eletto come indipendente in una lista “movimentista”, arcobaleno, sostenuta dalla Rete, i cui esponenti erano Leoluca Orlando, Nando Dalla Chiesa, Antonino Caponneto, dai Verdi, da settori di base del mondo cattolico, Caritas e Scout, dalla Legambiente, dal mondo laico progressista non allineato, da settori del sindacato e del movimento pacifista e nonviolento. Con la mia elezione entrava in Consiglio Regionale per la prima volta un esponente che non veniva dai partiti tradizionali Pci, Dc, Psi e Pri. Per quel mondo la nostra stessa presenza, rappresentava una anomalia pericolosa, una bestemmia».
Cosa provocò la tua elezione?
«Si scontrarono due prospettive: una cordata che definiremo per comodità “di destra”, Pci-Pds, Dc, Pri e che aveva in Francesco Ghirelli il candidato presidente, sostenuta dalla Massoneria umbra, da personaggi come Sbrenna e Liviantoni e dai settori della destra “napolitaniana-migliorista” del Pci-Pds umbro, da un “settimanale” nel quale un ruolo di primo piano veniva svolto da Walter Verini, che faceva capo all’ex segretario provinciale del Pci-Pds, Walter Ceccarini, poi arrestato; un’altra “di sinistra” rappresentata dall’ingraiano Claudio Carnieri, che puntava a un governo regionale “progressista” e prevedeva il nostro ingresso e quello di Rifondazione».
Quale era l’assetto dei poteri in Umbria?
«Il consociativismo era una regola, un patto stabilito a tavolino che determinava preventivamente la lottizzazione di tutte le istituzioni regionali e della struttura amministrativa. Al Pds andavano Regione, Provincia di Perugia e di Terni. Al Psi i Comuni di Terni e Perugia. Alla Dc le banche e l’Università. Al Pri la Presidenza del Consiglio Regionale. Alla regola sottostavano anche pezzi dell’opposizione, larghi settori del mondo imprenditoriale, sindacale e associativo».
Perché alcuni settori del Pci – Pds decisero di sostenere la tua candidatura?
«In molti nell’apparato hanno pensato: “questo giovane inesperto ce lo gestiamo come vogliamo, rappresenta una scelta di cambiamento, ma in sostanza ci consentirà di continuare a fare le cose di prima”. Così non fu. Sottovalutarono che noi eravamo liberi e agili, non avevamo rendite di posizione né apparati di potere da tutelare. E cominciò la guerra».
Perché si decise di pubblicare le liste della Massoneria e quale scenario emerse?
«Si trattava di un potere molto diffuso, non solo condizionante ma direttamente protagonista. C’erano esponenti di primo piano delle istituzioni e della politica, del Psi e Pci-Pds, e persino della Dc e del Msi. Sindaci di importanti Comuni a partire da Perugia, magistrati, un numero esorbitante di avvocati, imprenditori, il capo dell’ufficio stampa della Regione, giornalisti Rai e della carta stampata, medici, dirigenti Asl, dirigenti amministrativi attivi soprattutto nei settori dell’urbanistica e degli appalti. Cinque magistrati iscritti alla massoneria e uno, Paolo Nannarone, affiliato alla P2. C’era tutto il gruppo dirigente socialista, e il suo padrino politico Enrico Manca, anch’esso nelle liste della P2».
Quali effetti produsse la pubblicazione delle liste negli assetti di potere?
«Contribuì alla sconfitta dell’asse di “destra” Pci-Pds, Dc/Forza Italia e Massoneria. Entrò in crisi la giunta di Perugia retta dal sindaco massone Mario Valentini e quella di Foligno. Cadde anche la giunta di Todi retta dal sindaco massone Buconi. Alcuni magistrati vennero sanzionati e qualcuno trasferito. Al Grand’Oriente d’Italia fu ritirato il riconoscimento ufficiale da parte della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, considerata la massima autorità massonica del mondo. È grazie a quella iniziativa che si è interrotta la pessima pratica che voleva il sindaco di Perugia “obbligatoriamente” massone, aprendo per la prima volta la strada alla elezione di un non-massone, Gianfranco Maddoli e in Regione di un esponente che non veniva dagli apparati dei partiti come Bruno Bracalente».
Chi sostenne la tua battaglia e chi ti trovasti contro?
«Contro di noi si schierò tutto il vecchio apparato della politica, delle istituzioni, dell’economia, del sistema d’impresa legato al cemento e ai giornali regionali di loro proprietà. Attorno a me in Regione si formò un gruppo “collaboratore” di persone giovani e meno giovani. Ricordo tra questi con gratitudine il responsabile dell’ufficio legislativo Paolo Salvatelli e Renzo Massarelli, giornalista di straordinaria onestà intellettuale e competenza. E fuori una marea di bellissime persone che hanno condiviso con me l’avventura: innanzitutto Padre Nicola Giandomenico del Sacro Convento di Assisi, e poi l’indimenticato segretario della Cgil Assuero Becherelli, Mario Capanna, Beppe Giulietti, Alfredo Galasso, la responsabile della Caritas Stella Cerasa, Fabrizio Ciappi e tutto il gruppo di Psichiatria Democratica, Gabriele De Veris per gli scout, Legambiente, associazioni cattoliche di base, l’Associazione Umbra per la Pace, L’Associazione degli Obiettori di Coscienza e tante persone e movimenti».
E la Massoneria come reagì?
«Alcune logge comprarono pagine dei giornali a pagamento e tappezzarono la Regione di manifesti, contro tutti noi, in particolare furono feroci nei confronti di Padre Giandomenico: scrissero di tutto fino ad accusarlo di essere un “frequentatore dell’Opus Dei”. Tra i sostenitori non ci furono i vertici della chiesa umbra e La Voce. Evidentemente Ciliberti e Monsignor Pagani restavano casi isolati nella consociativa chiesa umbra. Si schierarono con noi persino settori della Massoneria valoriale. Il Gran Maestro Di Bernardo in persona intervenne, si espresse duramente sul carteggio tra Licio Gelli e De Megni per la presidenza di istituti di credito».
A seguito della pubblicazione delle liste hai subito un processo. Come andò a finire?
«Mi si accusò di “Attentato alle funzioni istituzionali”. Si tentò di dimostrare che con la pubblicazione delle liste venivano condizionati i comportamenti di quegli esponenti istituzionali i cui nomi figuravano in esse. Solo un’altra persona ha subito la stessa accusa: il procuratore di Milano Saverio Borrelli sulla base di un esposto di Giuliano Ferrara. Lui non ebbe conseguenze. Io venni assolto naturalmente, ma a poche settimane dalla fine della legislatura e dalle nuove elezioni. Il loro obbiettivo era stato raggiunto: sterilizzare la spinta al cambiamento. Quello che non era riuscito per via politica, lo ottennero in Tribunale»
Perché la Massoneria in Umbria è stata così potente e continua ancora a esserlo?
«Le lotte risorgimentali hanno sedimentato principi di laicità, libertà e anticlericalismo in vaste aree della sinistra, nella lotta di Liberazione e nel dopoguerra. Ma non è di questa Massoneria che stiamo parlando. Qui ci interessa la pervasività delle massomafie e delle Massonerie delinquenziali, due varianti di una stessa patologia. Questa presenza così diffusa, nelle istituzioni, nelle professioni e nella Magistratura, è anche il sintomo dell’arretratezza e della fragilità del sistema democratico umbro. Un sistema chiuso, piegato da una vera e propria occupazione delle istituzioni, dell’economia, della sanità, dell’università, della Magistratura».
Tale pervasività interessa anche l’Altotevere?
«Sono presenti tutte e tre le variabili massoniche. La Massoneria valoriale, storicamente fondata da persone perbene come l’avvocato Pacciarini o l’imprenditore Azelio Renzacci, tanto per fare un esempio. Le massomafie sono presenti ma numericamente poco diffuse. Tuttavia se non le si contrasta sono destinate a un rapido insediamento. E poi c’è la Massoneria costituita da personaggi che usano la segretezza e l’affiliazione massonica a scopi esclusivamente personali e di gruppo, legati tra di loro e con gli esponenti corrotti della politica e delle istituzioni.
Mi sono trovato, del tutto per caso, in una circostanza nella quale un esponente della Massoneria, insultando platealmente un altro massone, Presidente di una delle principali società partecipate pubbliche, parola più parola meno gli diceva “sei una vergogna come amministratore e come massone”. Non credo che possa esistere la segretezza per chi gestisce l’amministrazione pubblica o i beni comuni».
Cosa è cambiato rispetto ad allora e come si possono distinguere massoni onesti e massoni corrotti?
«Ci sono tanti massoni, alcuni amici miei, che si sono associati alla Massoneria o per tradizione familiare o per condivisione dei principi, non certo per collusione con le mafie o per fare affari sporchi con la politica. Non a caso, quando parlavo di trasparenza delle logge, intervennero a sostegno di questa tesi tanti massoni onesti e persino il Gran Maestro Di Bernardo. I massoni veri hanno il dovere e l’interesse di intervenire, magari cogliendo l’occasione di questo approfondimento aperto da l’altrapagina. E come per la politica, gli onesti hanno l’interesse a contrastare la corruzione, altrimenti rischiano di esserne coinvolti e travolti».◘

 

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