Medio Oriente / Confonderli ad arte

Antisionismo e antisemitismo. Lettera dello storico israeliano Shlomo Sand al Presidente francese Emmanuel Macron

di Antonio Rolle
In occasione di un incontro tra il Presidente francese e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per ricordare la “retata” di migliaia di ebrei avvenuta a Parigi tra 16 e 17 luglio del 1941, lo storico israeliano Shlomo Sand, professore di storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, ha inviato una lettera aperta a Emmanuel Macron. La pubblichiamo quasi per intero.
(…) Lei ha preso una posizione chiara e priva di ambiguità:«Sì, la Francia è responsabile della deportazione; sì, c’è stato antisemitismo in Francia, prima e dopo la seconda guerra mondiale. Sì, dobbiamo continuare a combattere tutte le forme di razzismo». (…) Per essere del tutto sincero, sono stato piuttosto infastidito dal fatto che Lei abbia invitato Benjamin Netanyahu, che è indubbiamente da qualificare nella categoria degli oppressori e non può quindi essere presente per rappresentare le vittime di ieri. (…) Ho smesso di capire quando, durante il suo discorso Lei ha dichiarato che «l’antisionismo… è la forma reinventata dell’antisemitismo». (…) Il vecchio studente in filosofia (il Presidente francese è laureato in filosofia), l’assistente di Paul Ricoeur (il famoso filosofo francese, deceduto nel 2005) ha letto così pochi libri di storia al punto di ignorare che molti ebrei, o discendenti di origine ebraica, si sono sempre opposti al sionismo senza, tuttavia, essere antisemiti?
Mi riferisco ai numerosi vecchi grandi rabbini, ma anche allo schieramento di una parte del giudaismo ortodosso contemporaneo. Penso anche a personalità come Marek Edelman (il leggendario comandante della “Organizzazione ebraica di combattimento”, ad appena vent’anni, nel ghetto di Varsavia. Irriducibile antisionista) uno dei sopravvissuti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, o ancora ai comunisti di origine ebraica del gruppo Manuchian che sono morti (i Manuchian furono acerrimi resistenti durante l’occupazione nazista a Parigi). Penso anche al mio amico e professore Pierre Vidal-Naquet e ad altri grandi storici o sociologi come Eric Hobsbawm e Maxime Rodinson i cui scritti e il ricordo mi sono cari, o ancora a Edgar Morin. Infine mi chiedo se, sinceramente, Lei si aspetti dai palestinesi che non siano antisionisti!
Suppongo, tuttavia, che non apprezzi particolarmente la gente di sinistra né, forse, i palestinesi. Sapendo anche che ha lavorato presso la banca Rothschild, consegno qui una citazione di Nathan Rothschild, (…) primo ebreo a essere stato nominato Lord nel Regno Unito, di cui divenne anche il governatore della banca. In una lettera inviata nel 1903 a Theodore Herzl (il fondatore del sionismo), il talentuoso banchiere scrive: «Le dico in tutta franchezza: temo per la fondazione di una colonia ebraica nel pieno senso del termine. Una tale colonia diventerebbe un ghetto, con tutti i pregiudizi di un ghetto. Un piccolo stato ebreo, devoto e non liberale, che respingerà il cristiano e lo straniero». Rothschild si è forse ingannato nella sua profezia, ma una cosa è certa però: non era antisemita!
(…) In primo luogo, il sionismo non è il giudaismo, contro il quale costituisce una rivolta radicale. Nel corso dei secoli, gli ebrei devoti hanno nutrito un profondo fervore verso la loro Terra Santa, più in particolare per Gerusalemme, ma si sono attenuti al precetto talmudico che intima loro di non emigrare collettivamente prima dell’arrivo del Messia. Infatti la terra non appartiene agli ebrei ma a Dio. L’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto e lo farà finché lo vorrà. Manderà il Messia per restituire. Quando il sionismo è apparso ha rimosso dal suo posto “l’Eterno” per sostituirlo con un soggetto umano attivo. Ognuno di noi può decidere se il progetto di creare uno Stato ebraico esclusivo su un pezzo di territorio con un’altra maggioranza popolato da arabi è un’idea morale. Nel 1917 la Palestina contava 700.000 musulmani e cristiani arabi e circa 60.000 ebrei, metà dei quali erano contrari al sionismo. Fino allora le masse del popolo yiddish che volevano fuggire dai pogrom dell’Impero Russo avevano preferito emigrare verso il continente americano. Due milioni lo raggiunsero effettivamente, sfuggendo così alle persecuzioni naziste (e a quelle del regime di Vichy). Nel 1948 c’erano in Palestina 650.000 ebrei e 1,3 milioni di musulmani e cristiani arabi, di cui 700.000 divennero profughi: è su queste basi demografiche che è nato lo Stato d’Israele.
(…) E venne l’anno 1967: da allora Israele regna su 5,5 milioni di palestinesi, privati dei diritti civili, politici e sociali. Sono assoggettati da Israele a un controllo militare: per una parte di essi in una sorta di “Riserva indiana” in Cisgiordania, mentre altri sono chiusi in una “Riserva di filo spinato” a Gaza (il 70% di questi sono profughi o discendenti di profughi). Israele, che continua a proclamare il suo desiderio di pace, considera i territori conquistati nel 1967 come parte integrante della “terra d’Israele” e si comporta a sua totale discrezione. Fino ad oggi 600.000 coloni israeliani ebrei vi si sono insediati, e ancora non è finita! È questo il sionismo di oggi? No, risponderanno i miei amici della sinistra sionista che non smette di ridursi, e diranno che bisogna porre fine alla dinamica della colonizzazione sionista, che un piccolo Stato palestinese limitato deve essere costituito accanto allo Stato d’Israele, che l’obiettivo del sionismo era quello di fondare uno Stato in cui gli ebrei avrebbero esercitato la sovranità su se stessi, e non quello di conquistare nella sua totalità “L’antica patria”. Quello che appare più pericoloso in tutto ciò ai loro occhi è l’annessione dei territori occupati, perché questa sarebbe una minaccia per Israele come Stato ebraico.
(…) Il suo partito politico inserisce nel suo titolo: “La Repubblica”, per questo presumo Lei sia un entusiasta repubblicano. La potrebbe sorprendere, ma questo è anche il mio caso. Quindi essendo democratico e repubblicano non posso, come fanno senza eccezione tutti i sionisti, sia di destra che di sinistra, sostenere uno Stato ebraico. Il Ministero degli interni israeliano individua il 75% dei suoi cittadini come ebrei, il 21% come musulmani e cristiani arabi e il 4% come “altri” (sic). Orbene, secondo lo spirito delle sue leggi, Israele non appartiene a tutti gli israeliani, ma agli ebrei di tutto il mondo che non intendono venire a vivere lì. Così, per esempio, Israele appartiene molto più a Bernard Henry-Levy e a Alain Finkielkraut (noti filosofi francesi, risolutamente difensori dell’attuale Israele) che ai miei studenti palestino-israeliani che si esprimono in ebraico, a volte meglio di me stesso! (…) Si sono potuti sentire due ministri israeliani, vicini a Benjamin Netanyahu, esprimere l’idea che si debba incoraggiare il “trasferimento” degli israeliani arabi, senza che nessuno di loro abbia espresso questa volontà. Ecco perché, signor Presidente, non posso essere sionista. Sono un cittadino che vuole che lo Stato in cui vive sia una Repubblica israeliana, non uno Stato comunitario ebreo. Come discendente di ebrei che hanno sofferto molto la discriminazione, non voglio vivere in uno Stato che solo per definizione mi rende un cittadino dotato di privilegi.
A suo parere, signor Presidente, questo fa di me un antisemita?◘

 

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