Mobilità umbra / Viva il trenino

FCU: incontro pubblico a Umbertide

di Mario Tosti

«La tratta Umbertide – Città di Castello sarà riattivata fra otto mesi: quattro per le pratiche amministrative, quattro per le opere». È stata questa la risposta alla domanda che ho rivolto all’assessore regionale Giuseppe Chianella, ritenendola decisiva per capire l’affidabilità delle notizie apprese dai giornali. Confesso che sono stato io a innescare l’applauso di fronte a questa dichiarazione, che ha chiuso l’incubo della soluzione B, documentata in queste pagine con cadenza quasi mensile nell’ultimo lustro: assuefare la popolazione alla morte della ferrovia, nell’ipotesi della mancanza di un soccorritore.
Il programma degli imminenti lavori è stato assicurato nel corso del dibattito pubblico svoltosi a Umbertide lo scorso 23 giugno, al quale, proprio per le puntuali denunce pubblicate nell’altrapagina, sono stato invitato a sintetizzare la storia della ferrovia umbra: l’epopea delle origini; la catastrofe bellica del ’44; la parziale rinascita degli anni ’50; la catastrofe politica degli anni ’60, con la concentrazione delle risorse statali nei trasporti stradali a scapito del ferro; la colpa fatale della Regione, per non aver pianificato il territorio in funzione della ferrovia, soprattutto negli anni della costruzione di ospedali, scuole, centri commerciali, zone industriali; i passaggi di mano in una girandola di gestori svogliati, accomunati dalla smania di disfarsi di un peso; il cerino caduto in mano alla Regione nel 2000, che si è rivelata priva della necessaria capacità tecnica, strategica e finanziaria.
Nel 2013, la Regione si è opportunamente preparata a gettare la spugna: ha integrato finalmente le aziende di trasporto pubblico in una holding regionale; ha poi assegnato la gestione del servizio a un gestore privato.
Nessuno più del sottoscritto può essere soddisfatto di fronte a una soluzione in linea con quella da me proposta negli anni ‘90 – l’incorporazione della CAT nella FCU – che oggi si è realizzata a parti invertite: Busitalia ha assunto la completa gestione del trasporto pubblico umbro, con positivi risultati già visibili, oltre al pregio per l’Altotevere di operare anche nel bacino aretino.
I dettagli che hanno portato al coinvolgimento della Rfi, sono stati sintetizzati dall’onorevole Walter Verini, che ha svolto un ruolo importante nel conseguire il risultato, dando sostanza alle diverse iniziative, rivelatesi vane, promosse per la ferrovia.
Anche per questi motivi, non mi sono pentito dell’applauso di fronte alla buona notizia che consentirà all’Altotevere di superare una fase critica e al sottoscritto di abbandonare l’innaturale ruolo di contestatore. Ad altri competerà attribuire le responsabilità delle scelte precedenti, i cui effetti si stanno scaricando sugli utenti.
Il sollievo per l’annunciata soluzione non mi ha impedito di suggerire all’assessore il coinvolgimento preventivo degli utenti e dei ferrovieri nella conoscenza delle opere programmate, sia per ascoltare utili suggerimenti, sia per ricostruire un clima di reciproca fiducia, necessario per affrontare i prevedibili rischi futuri. A questo riguardo, si deve tenere ben presente che l’intervento annunciato rappresenta l’unica via d’uscita da una situazione politica insostenibile: potremmo dunque trovarci di fronte a una replica degli anni ‘80 – ‘90, quando lo Stato riscattò obtorto collo dal privato la ferrovia, assegnandola dapprima alla Gestione Commissariale del Ministero dei Trasporti e, poi, direttamente alle FS. Come allora, anche oggi potremmo trovarci di fronte a un’altra fuga in avanti, con altri sprechi e allungamenti dell’agonia. In particolare, si tenga ben presente che la tratta altotiberina ha lo svantaggio di ramo secco che, in prospettiva, rischia di essere fatale.
Se invece risponde al vero l’asserita volontà dello Stato di valorizzare le ferrovie locali, dopo lo sviluppo dell’alta velocità, potremmo davvero trovarci di fronte a una svolta storica. Voglio sperarci, ma con prudenza: troppe volte ho assistito a vuote promesse per credere ciecamente che la “cura del ferro” non sia uno slogan propagandistico, ma una convinta scelta strategica, per i positivi effetti sociali, ambientali e macroeconomici.
Per superare i dubbi e accreditare la riscossa della ferrovia, dovremo monitorare i fatti: a dicembre, inizio dei lavori; ad aprile 2018, il trenino dovrà di nuovo unire Perugia a Sansepolcro. Se, alla stazione biturgense ristrutturata, i viaggiatori del treno troveranno autobus pronti a portarli ad Arezzo o a Firenze o all’Alta Etruria, avremmo la prova della fine della tortura. L’attivazione di questo servizio, prospettato cinque lustri fa sotto il nome “Levriero” e rigettato dal commissario romano nonostante i risparmi che avrebbe portato, potrà surrogare la mancata ricostruzione della ferrovia per Arezzo, dimostrandone nel contempo l’utilità. Ne troveranno giovamento gli utenti dell’Altotevere. ◘

 

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