di Antonio Guerrini

Un signore alza le mani al cielo e inveisce contro un giovane di colore. Siamo all’uscita di un emporio. Il giovane stringe freneticamente un cappello e guarda esterrefatto il bianco che lo insulta. Come decine di altri africani ormai presenti all’ingresso e all’uscita di qualsiasi supermercato, emporio, angolo della strada, aiuta le persone a spingere carrelli carichi di spesa, a trasportare buste, piccoli servizi in cambio di qualche spicciolo. Dopo pochi giorni appare una scritta razzista sui muri che dice “+ affogano – sbarcano”, che ricorda tanto da vicino quel “forza Etna” di una Lega prima maniera. La scritta allunga la lista dei segnali di intolleranza anche nella nostra città, in aggiunta a quelli estivi perpetrati sulle spiagge di Gabicce o di Rimini o della costa laziale e toscana, dove le scorribande di nerboruti fascisti di Casa Pound si sono esercitate nella “caccia al negro”, o negli sgomberi di profughi avvenuti a Roma. Ma dopo questi episodi diciamo: noi non siamo razzisti. E poi si tirano bombe agli alberghi individuati per ospitare profughi, si minacciano gli albergatori, le istituzioni solidarizzano con i loro cittadini scesi in strada. Ma noi, continuiamo a dire, non siamo razzisti. Solo non possiamo accogliere tutti; ci rubano il lavoro, meglio aiutarli a casa loro, gli slogan usati come pezze d’appoggio per dire che noi non siamo razzisti.
Forse è vero; ma il razzismo prima di essere una scelta ideologica e razionale è un sentimento, un fattore inconscio, un clima che si fonda sul bisogno di sicurezza, la percezione di sentirsi ospiti a casa propria, un abitus mentale che si forma nelle persone, alimentato da professionisti della paura e da estremisti della parola, i quali, in coro, dicono “sono loro, i migranti, i profughi, gli stranieri la causa di tutto ciò”. Ma i dati, afferma Piero Ignazi su Repubblica, non sostengono questa tesi. «In quell’anno [2015] arrivarono in Europa più di un milione di persone… di queste 857.363 entrarono in Grecia. Un paese tre volte più piccolo dell’Italia, sei volte meno popoloso e più debole economicamente ricevette in un anno tanti migranti quanti l’Italia in dieci anni… L’anno scorso i numeri sono cambiati grazie all’accordo con la Turchia (sulla cui gestione è calato il silenzio): nel 2016 sono precipitati gli arrivi in Grecia (176.906) e saliti in Italia (181.436)… a luglio di quest’anno siamo a 83.752 in Italia e “solo” 10.679 in Grecia. Se poi ci confrontiamo con i paesi del nostro livello, occorre ricordare che tra 2015 e 2017, secondo Destatis (Agenzia statistica del governo federale tedesco), sono arrivati in Germania quasi duemilioni di stranieri per i quali il governo ha stanziato, nel 2016, 20 miliardi di euro… Il confronto internazionale sulle cifre dei flussi migratori rende meschine le nostre lamentele e disgustose le polemiche salviniane sull’invasione». Ma la propaganda aumenta in modo esponenziale la paura. L’unica cosa certa è che Omar – lo chiameremo così – , che abbiamo lasciato davanti a un emporio a 42 gradi dalla mattina alle nove fino alle 19,00, serve. Sarà lui il protagonista della campagna elettorale già in atto.
Noi non siamo razzisti ci ripetiamo, anche se Città di Castello fa parte di quasi 5000 Comuni che non hanno aderito allo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), rendendo così meno sopportabile l’accoglienza agli altri. L’Italia si indigna quando gli altri paesi europei rifiutano le quote di profughi e chiudono loro le frontiere, ma tace se i comuni rifiutano di accogliere le quote di loro pertinenza. L’egoismo degli altri suscita orrore, il nostro, no. Sono poco più di 400 profughi accolti in Umbria, tutti ragazzi giovanissimi come Omar con i suoi 20 anni: una goccia nel mare. Eppure si vuol far credere che lui, delle cui paure, fragilità, bisogni, idee, pensieri e affetti è stato denudato, sia la causa del nostro male di vivere. Ma noi non siamo razzisti. ◘

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