Politica / Qual è il progetto?

La sinistra tra alternativa e alternanza

di Giorgio Filippi

Prima di entrare nella trattazione degli argomenti, mi sia consentito di mandare un saluto lieve a Stefano Rodotà, che in questi caldi giorni di giugno ci ha lasciato, dopo aver portato avanti per tutta la sua “nobile” vita la difesa e l’insegnamento dei diritti. E in questo senso la difesa della Costituzione è stata una conseguenza naturale, continuativa e determinata, anche in occasione del recente referendum.
Entrando nel vivo dell’argomento che intendiamo trattare, le dinamiche politiche ed elettorali della sinistra anche a seguito delle diverse “Convention”, non possiamo rilevare che il tempo costituisce un fattore determinante. Sia in riferimento alla legge elettorale che ancora non c’è, sia alla lista (o alle liste) e alla Coalizione (o alle Coalizioni) che le diverse aree della sinistra sapranno o vorranno costruire.
I temi dell’agenda sono molti, e sostanzialmente comuni: dignità della persona e del lavoro, lotta alla precarietà, cultura e scuola, giustizia, sanità, ambiente, diritti civili, tutela del patrimonio storico, lotta all’evasione fiscale e tassazione progressiva. Di questo si è parlarto all’assemblea del Brancaccio promossa da Tomaso Montanari e Anna Falcone. Prima degli schieramentoi parliamo delle cose da fare… ha detto Montanari.Un parterre, quello del Brancaccio, certamente di sinistra e culturalmente radicale, potremmo dire alternativo, che si riconosce in un’area democratica e di sinistra ma che non ha fatto parte, né fa parte, di partiti della sinistra, dalle cui scelte, politiche e di governo, prende le distanze, criticandole quasi tutte, e definendone (motivatamente) catastrofiche e “di destra”alcune. Un panorama dunque chiaro da questo punto di vista quello del Brancaccio, anche diverso da altre componenti che invece sono spezzoni di partiti o ex partiti del centrosinistra, in molti casi modesti, e certamente non in grado di rappresentare sul piano elettorale una sinistra “maggioritaria e di governo” come Podemos in Spagna, Siriza in Grecia o France Insoumise in Francia.
Non si tratta, si è detto, di formare un altro cartello elettorale, piuttosto di riaggregare dal basso le tante iniziative espressioni di un “civismo democratico e alternativo” che a livello volontario operano sul territorio e tengono in piedi migliaia di progetti e lotte politiche. Una forza che sappia unire queste energie, che sappia rivolgersi ai giovani delle periferie, alla loro voglia di combattere la corruzione, la disoccupazione e un futuro reso precario proprio dalla instabilità lavorativa. Si tratta di mandare in Parlamento donne e uomini che rappresentino questa spinta e questi cambiamenti necessari, non solo per “voltare pagina” o per tentare di vincere, ma anche semplicemente per affermarsi. . Dopo il fallimento dell’accordo Renzi- Berlusconi dell’8 giugno in Parlamento la strada è tornata in salita. Ma la sentenza della Corte Costituzionale, eliminando premi di maggioranza che cancellerebbero le minoranze, anche quelle elettoralmente molto rappresentative, imporrà probabilmente una soluzione di carattere proporzionale. O al massimo semi-proporzionale. per questo tornerà di attualità l’esigenza di candidare esponenti autorevoli e di ricostruire i rapporti con i territori.
Una sinistra che discute più di chi sarà il capo piuttosto che di cose da fare e di progetti alternativi con i quali costruire una nuova forza politica e affrontare la sfida elettorale, è una sinistra destinata a perdere per “manifesta recidività”.
Eppure di cose diverse da fare , di movimenti alternativi dio sa quanto ci sarenne bisogno, di fronte alla crisi nazionale e internazionale che si acuisce, alle sfide che i cambiamenti climatici, le guerre e gli esodi biblici impongono, alle destre che si riorganizzano e vincono, a Grillo, Salvini e Renzi che dicono le stesse cose, con l’obbiettivo (cinico) di fare cassa elettorale sulla pelle di poveri cristi che fuggono, quando ce la fanno, dai bombardamenti fatti con bombe nostre (occidentali), da guerre scatenate dai nostri governi (occidentali), da povertà inenarrabili determinate dalle politiche delle nostre multinazionali (occidentali). Una sinistra che almeno su queste cose dicesse il 50% delle cose che dice Papa Bergoglio, che sembra essere rimasto l’unico a “dire qualcosa di sinistra”, rappresenterebbe già una straordinaria e positiva novità.
Non si tratta di “rottamare” nessuno, quella parola e quel concetto sono ignobili prima ancora che demenziali ed elettoralmente perdenti. Le persone non si rottamano, si difendono e si valorizzano. Ma ciò che la sinistra che si è ritrovata a Santi Apostoli (Pisapia, Bersani, Fratoianni ecc) deve comprendere, è che il male non è tanto Renzi, il male è il renzismo come espressione di un nuovo ceto finanziario e politico che sposta le risorse verso l’alto, che aumenta la disoccupazione e la precarietà, che taglia il sociale, che cancella l’articolo 18, i diritti del lavoro ed i lavoratori, che aumenta la privatizzazione della sanità e impedisce ai poveri di curarsi, che privatizza le università e impedisce ai poveri di laurearsi, che aumenta la produzione delle armi e le vende agli “Stati Canaglia” che sostengono il terrorismo (Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Turchia…).
Ecco, di fronte a tutto ciò il tentativo di Tomaso Montanari di unire a partire dai problemi e da una radicale discontinuità dalle politiche della sinistra/destra (Renzi), e della Sinistra/centro (D’Alema/Bersani) appare ragionevole e condivisibile. Se l’obbiettivo è quello di affermare uno schieramento che parta da valori, programmi e progetti alternativi.
D’altra parte la longevità “di servizio” dei mediocri esponenti politici che siedono in Parlamento è una anomalia tutta italiana che è alla base della corruzione abnorme che mina le possibilità di ripresa e la coesione sociale e civile del nostro Paese. Si fa politica, anzi si fa meglio, anche senza stare in Parlamento o nelle istituzioni per decenni. C’è bisogno di tutti, c’è spazio per tutti, soprattutto per tornare a costruire partiti e movimenti che pensano e che agiscono nella società, non solo in Parlamento.
Chi si accampa nelle istituzioni o al governo perde progressivamente il contatto con la realtà, non legge, non studia, il suo unico obbiettivo “istituzionale” diventa quello di essere ricandidato e rieletto. E a questo si sacrifica tutto.
A questa degenerazione della politica e dei partiti, a questa corruzione dilagante, può rispondere non un cartello elettorale fatto di pezzi dei vecchi partiti (e per vecchio intendo anche e soprattutto il Pd) ma solo uno schieramento profondamente e definitivamente alternativo. Nelle persone che saranno chiamate a rappresentarlo, nei metodi, nelle alleanze e negli obbiettivi. ◘

 

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