Quell´Aedo non canta più

Città di Castello. Il progetto Aedo, coordinato da un gruppo di studiose locali, è fermo dal 2005. Eppure la catalogazione e il monitoraggio delle opere d´arte e dei beni presenti nel centro storico è fondamentale per una efficace politica culturale

di Claudia Belli

L’aedo nell’antica Grecia era una sorta di cantore, incaricato di trasmettere i testi oralmente egli aveva soprattutto funzione di memoria storica.

Il Progetto Aedo, un progetto di studio, monitoraggio e catalogazione di beni mobili, opere e oggetti d’arte presenti nel comune di Città di Castello che fu patrocinato dal Comune e finanziato dal Lions Club, ha preso il nome proprio da questa figura dell’antichità. Il primo obiettivo del progetto era infatti portare avanti un’opera di monitoraggio e di catalogazione affinché una conoscenza profonda dei beni culturali portasse la società a riappropriarsi del proprio passato. L’allora assessore ai beni culturali Rosario Salvato offrì il patrocinio e l’appoggio logistico del Comune a un gruppo di lavoro formato da: Annamaria Rosi, Chiara Mercati, Silvia Palazzi, Simona Beccari, Maria Sensi, Francesca Mocci e Simonetta Riccardini.

Le finalità del progettano erano sicuramente molteplici, perché se da una parte bisognava individuare una o più opere che necessitassero di un restauro, che sarebbe poi stato finanziato dal Lions Club di Città di Castello, dall’altra emerse fin da subito che un bene culturale deve essere inteso come elemento fondamentale della memoria di una collettività e che valorizzandolo si valorizza anche il territorio.

La prima fase operativa si svolse interamente all’interno della Pinacoteca comunale, in primo luogo per creare una postazione multimediale da utilizzare durante tutte le fasi di realizzazione del progetto e poi per catalogare e digitalizzare le schede dei beni già censiti in precedenza. Infine si individuarono le opere che necessitavano di un immediato intervento e per due di queste sarebbe stato poi finanziato il restauro da parte del Lions Club.

Questa prima fase si concluse alla fine del 2004 e iniziò subito la seconda, che prevedeva la catalogazione delle collezioni Bartoccini e Ruggeri conservate alla Pinacoteca comunale e quella dei beni culturali che si trovano nel quartiere San Florido (rione Prato), oltre che la segnalazione di opere presenti in Pinacoteca che necessitavano di restauro. Per quanto riguarda la terza fase si procedette con la catalogazione dei beni culturali conservati nei depositi comunali, di quelli del quartiere Santa Maria (rione Mattonata), di quelli del quartiere San Giacomo e di quelli del quartiere Sant’Egidio.

Gli esiti del progetto furono certamente positivi, dal punto di vista materiale si arrivò infatti all’effettivo restauro di due opere (San Pietro e San Paolo, del pittore Giovan Battista Pacetti detto lo Sguazzino, Città di Castello 1593 – dopo 1662) e si ottennero centinaia di schede digitali contenenti immagini e dettagli tecnici di beni di varia natura.

Inoltre ci fu un risultato meno tangibile, ma non per questo meno concreto: il gruppo di lavoro era diventato una vera e propria fucina di idee, si erano create delle sinergie che avevano permesso di andare ben oltre quelli che erano gli obiettivi iniziali, al punto di ideare e scrivere delle vere e proprie guide turistiche dei rioni cittadini. Sostanzialmente quindi erano stati posti dei quesiti in più rispetto a quelli che potevano essere materialmente risolti, benché le soluzioni fossero, e lo sono ancora, a portata di mano.

Importante è anche non considerare l’archivio come il fine, ma come un mezzo per altri progetti, molteplici sono infatti i possibili impieghi di un lavoro così ben strutturato.

Le schede sono molto tecniche e non a carattere divulgativo, ma sarebbe bene, ad esempio, che fossero messe a disposizione degli studiosi che volessero consultarle; la collocazione più naturale dell’archivio è sicuramente la Pinacoteca, sarebbe quindi opportuno che l’archivio fosse reso accessibile mediante una postazione multimediale collocata all’interno del museo cittadino.

L’opera di monitoraggio dovrebbe poi indirizzare verso una fase di valorizzazione dei beni più rilevanti, quelli cioè che portano prestigio e turismo al territorio, ma anche quei dettagli persi nei vicoli del centro storico, di fronte ai quali i cittadini passano ignari ogni giorno e che invece meriterebbero uno sguardo o una riflessione.

Il Progetto Aedo quindi non si è esaurito nel 2005 con il restauro finanziato dal Lions Club perché deve ancora essere raggiunta la piena consapevolezza, da parte dei cittadini e da parte degli enti, del patrimonio culturale comunale dal momento che una conoscenza profonda del territorio rappresenta l’unica base possibile per una politica culturale efficace.

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