La città di pietra

di Ivan Teobaldelli – foto nell’edizione cartacea di Carlo Jansiti

La strada che da Saranda porta a Gjirokastra è un incubo di tornanti e baratri costellati di lapidi. Sembrano altarini, con ghirlande di fiori di plastica, vuoti di birre e raki, pacchetti di sigarette e la foto di chi s’è schiantato nei crepacci. O è caduto – giovani finanzieri in posa che sorridono – in scontri a fuoco coi contrabbandieri. Quando si valica, la vista dell’orizzonte tronca il respiro. In basso un’aquila perlustra lenta una radura in cerca di prede. Su un campo un vecchio nodoso appoggiato al bastone pascola una smunta vacca e rumina ricordi.
Gjirokastra ha origine greca – Argirocastro: castello d’argento – ma nelle pagine del suo figlio più celebre, lo scrittore Ismail Kadaré, diventa la città “pendente” (penchée) per le case dai tetti d’ardesia che “sfidano le leggi dell’architettura e dell’urbanistica”. È anche il ventre di pietra che ha partorito per arcano magnetismo Ali Pacha, Enver Oxha e la ciclopica Cittadella. La fortezza risale al XII sec. e s’apre con la Grande Galleria che ha i pilastri e le volte d’un “carcere” di Piranesi. Ospita un minaccioso arsenale di pezzi d’artiglieria sottratti alle forze d’occupazione nazi-fasciste nella 2° Guerra Mondiale. Nel Museo degli Armamenti tra dipinti, uniformi, armi, foto e documenti scorre il passato eroico e tormentato dell’Albania. Dalle cronache di viaggio d’uno stupito Evliya Çelebi nel 1670: “Qui la gente vive a lungo. Ci sono uomini che hanno 170 anni e sono ancora forti”; alle imprese di Ali Pacha – il bey dagli occhi blu nel ritratto di Auguste Conder – crudele e illuminato “Napoleone musulmano”; all’indipendenza dall’impero ottomano nell’agosto 1914 in un’esemplare copertina di Beltrame per la “Domenica del Corriere”; fino alla resistenza antifascista che ha i volti di giovani partigiane fucilate e l’arrivo al potere del dittatore Oxha.
Visitiamo la sua casa natale trasformata in Museo Etnografico. È un edificio in stile ottomano con camere per l’estate e l’inverno, alle pareti costumi tradizionali e arazzi, bracieri e utensili da cucina, il salone con l’orologio a pendolo, i tavolini intarsiati e l’immancabile samovar. Tutto troppo lezioso per essere autentico.

 

Il codice del Kanun

Ce lo conferma sprezzante Edlira, l’ultima erede di casa Skënduli: l’abitazione di Oxha è un falso storico perché completamente rifatta nel 1966. E ci spalanca le porte della sua che è forse la più bella e autentica delle dimore tradizionali di Gjirokastra. Sulla facciata massicce travi in nocciolo rinforzano la struttura contro i bradisismi insieme alle fondamenta della cantina che è un caveau in pietra con la cisterna per 130m³ d’acqua. L’edificio è del XVII sec. ma sorprende per la modernità dei servizi, 8 camini e 6 bagni, incluso un piccolo hammam. Le camere destinate alle donne hanno passaggi mascherati da grate (mashrabiye) e armadi a muro per materassi e coperte. Il salone per gli ospiti ha il respiro e la luce di 15 finestre in vetro colorato, bauli di nozze intarsiati e i soffitti di legno scolpiti con sagome di rose. L’altro simbolo della fertilità è la melagrana incisa sugli architravi delle porte e ripresa nei decori dei camini. Un’ariosa terrazza coperta rinfresca e collega tutte le stanze del piano nobile offrendo una vista superba della città.
L’abitazione ha subìto un drammatico esproprio nel 1984. Requisita da Oxha fu adibita a museo etnografico per tornare solo nel ‘92 ai legittimi proprietari. Un documentario trovato sul canale francese di ARTE ricostruisce la penosa vicenda con interviste a Edlira e al padre. La ripete per noi tranchante, una sigaretta via l’altra, la minuta ragazza bionda che sembra forgiata nell’acciaio d’una “vergine giurata”.
Erano così chiamate, nel codice ancestrale del Kanun, le donne che per essere pari agli uomini e socialmente rispettate dovevano rinunciare alla sessualità. Un’usanza in vigore tra le comunità isolate del nord dell’Albania e del Kosovo. Fare voto di castità – come accade alle suore: “spose di Cristo” – era il prezzo per scrollarsi di dosso le redini del padre e dei fratelli che impongono il marito e hanno in mano il tuo “onore”. La libertà di muoversi e di auto-determinarsi pagava uno scotto tremendo: la solitudine, il vuoto degli affetti e il silenzio. La stampa occidentale ci ha sguazzato dentro torbida: “fenomeno da baraccone” da paese sottosviluppato le donne-uomo che fumano e girano armate a cavallo, primitive e strambe come le Amazzoni. Ma c’è un libro che fa giustizia e ne coglie la forza dirompente: “Vergine giurata” di Elvira Dones, 2007 Feltrinelli. Dove l’autrice albanese si sente rispondere: “Ti stai scervellando per capire perché ho giurato castità (…) l’ho fatto perché ero molto più avanti del mio tempo. Non volevo essere menata per il naso da un uomo. Non io. Ed eccomi qua”.
Il centro storico di Gjirokastra ha il fascino fiabesco e austero d’una antica stampa. Col pavé dei vicoli a ciottoli bianchi rosa neri, crocchi di vecchi sulle terrazze dei caffè, monelli che sbucano dalle botteghe del bazar, le case-fortezza che appaiono sbilenche con feritoie e balconi aggettanti e mentre percorri una via “ti può capitare, allungando semplicemente un braccio, di attaccare il tuo cappello alla punta d’un minareto” (da “Cronaca della città di pietra” di Kadaré). Su consiglio di Edlira pranziamo sulla terrazza della “Taverna Kukra”, al fresco d’un pergolato e con una vista che accarezza l’ordito dei tetti. Rientriamo a Saranda con l’autobus delle 17h. per non rischiare di fare al buio e a occhi sbarrati gli insidiosi tornanti del ritorno.

 

L’universo sufi

Il mattino seguente si riparte in minivan per Tirana. Il viaggio dura 5h. e ad attenderci davanti casa c’è il signor Hidajet, più azzimato e curioso che mai. Rifiutato come chauffeur muore dalla voglia di conoscere i nostri spostamenti, e con stizza permalosa ci rimprovera d’aver saltato le località balneari chic come Dhërmi e Himaré. Amico, si sceglie! E il discorso è chiuso.
Resta invece aperta una questione che ci preme: esiste una scena gay albanese? Carlo suggerisce di cercare la risposta al Komiteti Kafé Muzeum: se non lo sanno lì? Ma il proprietario su cui contavamo è assente. Restiamo col rospo in gola. Vicino al locale svetta lo scheletro ingombrante di un grattacielo che incombe incompleto da 3 anni. Sembra una gigantesca pannocchia rosicchiata dai topi e nessun tassista sa dargli il nome. Lo verrò a sapere al mio rientro in Italia per una fortunata coincidenza. Mi capita in casa un amico con la fresca fidanzata che guarda caso fa l’architetta nello studio fiorentino ARCHEA che cura quel progetto: “4ever green Tower”. Mi aggiorna che i lavori sono ripresi e che stanno realizzando anche il nuovo stadio di Tirana per 25.000 spettatori, rosso come la bandiera albanese. È l’ulteriore conferma – se ce ne fosse bisogno – che non ci s’incontra mai per caso.
L’altro argomento che ci intriga è la presenza sufi in Albania. In autobus raggiungiamo una zona periferica brutta e anonima, con le strade in terra battuta, le fogne a vista e negli slarghi branchi di cani randagi pulciosi e macilenti. In mezzo allo squallore spunta come un tulipano screziato la grande Tekké del Bektascismo. Circondata da mura, ha un superbo portale in pietra che immette in quello che in lingua farsi è “il paradiso”: un giardino recintato. Un lungo viale lastricato a motivi geometrici conduce al tempio dalle tinte pastello stile Bhollywood, sospeso su 12 colonne. Quanti sono gli Imam succeduti a Maometto nel canone sciita. Sparse ci sono aiole ombreggiate e vasche che zampillano arabeschi d’acqua. Sullo sfondo 3 tekké dalle cupole bianche e verdi custodiscono i sarcofaghi dei maestri della Confraternita che hanno il nome preceduto da un affettuoso “Dede Baba”con cui ci si rivolge a un nonno adorato. All’aperto c’è un minuscolo e ordinato cimitero, con stele a turbante e su una la foto di un giovane ucciso nel 1941 a soli 26 anni perché derviscio. Lo racconta il suo nome: Dervish Hazizi. Quello che colpisce nel ritratto, tra il bianco cono calcato sulla fronte e l’inchiostro della barba, sono gli occhi profondi e insondabili da illuminato che trapassano chi li guarda.

 

Nostalgie retrò

Al fondatore del Bektascismo, Sayd Muhamed Ranza, il posto d’onore al centro dello spiazzo. Una statua in bronzo lo raffigura con turbante e mantello, il Corano aperto sulle ginocchia e le mani intrecciate. Davanti a lui i fedeli si fermano a recitare le Sure a palme levate e voce stentorea. C’è un’intensità nelle preghiere e un abbandono che svelano il fascino d’una religione di pace che è “ponte” tra Platone, Cristo e Maometto. Benché perseguitata nei secoli da vari sultani, da Atatürk e da Oxha conta ancora 7 milioni di fedeli nel mondo e in Albania è la terza religione dopo l’islam sunnita e la Chiesa ortodossa.
È l’ultima sera prima del rientro in Italia e la vogliamo trascorrere in un locale che incuriosisce per il nome rétro: “Radio Kafé Tirana”. È nel Blloku, il quartiere della vita notturna, in una stradina buia e appartata. L’arredo è un inno al riciclo, con sedie e tavoli recuperati nei mercatini, le porte e le finestre ridipinte in carminio e un cortile interno con la veranda a travi arcobaleno. Come il Komiteti ha le stanze che sono un bric-à-brac di vecchie radio, proiettori a manovella, foto di dive del cinema e manifesti, étagères zeppe di ninnoli e cianfrusaglie. Il servizio dei camerieri è molto efficiente anche perché tutti tracannano di gusto. Ma l’atmosfera – tra musica heavy metal e digitazione degli iPhone – è decisamente frigida. Mancano l’allegria e la seduzione. Ci sono tante belle ragazze ma nessuna che azzardi un “look” originale o un po’ spiritoso. Dei maschi neanche a parlarne. Sembra bandita ogni eccentricità o trasgressione.
La visita al tempio sufi non ci ha lasciato indifferenti, ma ha soprattutto rimarcato la sordità e il respiro corto dell’agnosticismo occidentale. Mentre con Carlo ne ragioniamo, torna a galla un ricordo degli anni ’80: un’esibizione dei dervisci “rotanti” nel cortile del Castello Sforzesco di Milano, alla presenza di Franco Battiato e di Gabriele Mandel, il grande studioso italiano del Sufismo. La sinapsi mi si è accesa in testa per l’eco d’una canzone ridestata dal nome del locale: “E radio Tirana trasmette musiche balcaniche mentre danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti …”.
È lampante che non siamo capitati lì per caso e che solo ora il nostro viaggio può dirsi: pienamente concluso. ◘
(la 1°puntata dic. 2016)

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