La città dei Papi

di Ivan Teobaldelli – foto disponibili in edizione cartacea di Luigi Quattrini

Galeotto è stato un documentario visto in tv che riprendeva i vicoli medievali, le mura ”ciclopiche” e gli austeri palazzi della fiera Anagni, “la città dei papi”. Ci aggiungo il mio sbiadito ricordo scolastico dello “schiaffo” a Bonifacio VIII e tanto m’è bastato per proporre agli amici milanesi, Ebe e Gigi – nel week-end programmato per l’Art Déco a Forlì – anche l’inclusione di Anagni e Palestrina. Benché l’avessero visitata l’anno scorso, gli amici hanno generosamente acconsentito. Ed eccoci, lasciata la Casilina, sui tornanti che risalgono il colle di tufo dove sorge l’antica capitale degli Ernici, Anagnia, definita città “saturnia” perché fondata dal dio insieme ad altri 4 siti sacri in Ciociaria.
A lasciarci increduli, lungo la dorsale che costeggia l’abitato, l’apparizione inaspettata di tre imponenti “fabbriche” dell’intelletto e della fede che Leone XIII ideò finanziandole alla fine del 1800. Sono nell’ordine: il Collegio nazionale Regina Margherita, dove aveva insegnato, quand’era convento domenicano, il “doctor angelicus” Tommaso d’Aquino; il Collegio Principe di Piemonte, che si erge in cima a una scenografica scalinata; il Pontificio Collegio Leoniano, già seminario per studi di filosofia e teologia diretto dai Gesuiti. Sono un contrafforte del sapere, impressionante, che sottolinea il prestigio d’un territorio che tra il XII e il XIV secolo dominò la scacchiera politica europea. Impose il cosiddetto “pactum anagninum” del 1176 che fissava l’accordo tra l’autorità del Papato e quella dell’Impero; dette i natali a quattro pontefici: Adriano IV, Alessandro III, Gregorio IX e Bonifacio VIII; elevò agli altari due fondatori di ordini: S. Bernardo di Chiaravalle e S. Chiara d’Assisi; comminò una raffica di scomuniche all’antipapa Vittore IV, a Federico II, “stupor mundi”, al suo erede Manfredi e a Filippo il Bello. In conclusione, se non fosse ancora chiaro: Anagni è città da trattare ”coi guanti”.

 

Il Principe dei nuovi Farisei

L’albergo che gli amici hanno prenotato, “Le stanze del Duomo”, è un petit hotel de charme e occupa i due piani di una residenza cardinalizia del XVI sec. restaurata con gusto. È adiacente alla Porta S. Maria, storico accesso alla città medievale e siamo a 100 m. dalla piazza della Cattedrale. L’attraversiamo per immetterci in via Maggiore che lambisce case-fortezza medievali, edifici trecenteschi con gli archi a sesto acuto, una delicata loggetta detta “del Banditore” con 2 belle trifore gotiche, finché l’occhio non cade sul ristorante ”Ernicus”. Da un pezzo ha suonato “il tocco” e siamo affamati. La sala ha le volte a botte e alle pareti sono riprodotti i decori zoomorfi della Cattedrale. C’è un’allegra tavolata di commensali e l’atmosfera, come il menu, sono da trattoria familiare. Con la suocera in cucina e la giovane, formosa nuora che sciorina la lista del giorno: antipasto di pizza gialla con aringa; scamorza affumicata con porcini; tonnarelli con salsicce, peperoni, funghi e olive nere; tagliolini fatti in casa con crema di ceci e baccalà. Per non sbagliare decidiamo d’assaggiare un po’ di tutto. E per scegliere un vino locale, chiedo consiglio alla ragazza: «Scusi, lei è ‘indigena’?». Mi guarda visibilmente risentita: «Come?… manco pe’ gnente!». «Intendevo… è del posto?». «Direi proprio di sì!». E se ne va via inalberata. M’ero scordato che le parole possono suonare ambigue e vanno dosate. Ma per Ebe e Gigi diventano la gag: «Scusi, lei è ‘indigena’?» che li fa scompisciare dalle risa.
La Cattedrale di S. Maria dell’Annunziata ha il fianco movimentato dalle forti sporgenze della cappella del Battistero e da un portico a due archi che reggono una terrazza su cui si apre un portale. Dentro una nicchia, la statua di Bonifacio VIII (1295) fissa imperscrutabile il sagrato. Il personaggio è affascinante e merita una digressione. Non potendolo collocare all’Inferno perché ancora in vita – il viaggio della Commedia inizia letterariamente l’8 aprile 1300 e Bonifacio VIII muore nel 1303 – Dante riesce a maledire per ben due volte l’odiato pontefice. Prima per bocca del papa Niccolò III che nel supplizio inflitto ai simoniaci – infilato in un buco a testa in giù, con le gambe che ardono – attende impaziente la venuta di Bonifacio VIII che accusa di aver tramato per l’abdicazione di Celestino V – “colui che fece il gran rifiuto” – e d’essersi comprato con la corruzione il soglio pontificio. Siamo nel canto XIX dell’Inferno, terza bolgia, ottavo cerchio. Poi attraverso la testimonianza del condottiero Guido da Montefeltro che conferma i sospetti di Dante sull’intromissione di Bonifacio VIII nelle vicende belliche della “amata Romagna” e confessa la circuizione subita da questo “Principe dei nuovi Farisei” che lo voleva in armi contro i rivali Colonnesi che s’erano asserragliati nell’imprendibile rocca di Palestrina. In cambio del perdono dei peccati e la sospensione della scomunica. Dante lo racconta nel canto XXVII dell’Inferno, ottava bolgia dell’ottavo cerchio, dove ardono e guizzano come fiamme rabbiose i consiglieri di frode.

 

La Cappella Sistina del Medioevo

L’interno della Cattedrale è a tre navate che alternano pilastri cilindrici e quadrati e si chiude con l’abside centrale illuminata da grandi monofore. Il pavimento a mosaico è un capolavoro della celebre famiglia di marmorari romani, Cosma di Iacopo e i figli Luca e Iacopo, da cui l’appellativo di “cosmatesco” per questa tecnica d’intarsi incredibilmente raffinata. Sulla navata sinistra la Cappella Caetani col sepolcro della famiglia a cui apparteneva Bonifacio VIII. Nel presbiterio il bellissimo ciborio romanico sospeso sopra una selva di colonnine e il candelabro pasquale formato da una colonna tortile su cui un fanciullo regge sul capo una patera.
Attraverso un’apertura nella navata destra si scende nella Cripta di S. Magno ed è come entrare dentro uno scrigno dove il pavimento cosmatesco – serpentino verde e porfido rosso, marmo bianco e giallo antico – riflette le colonne delle navate, gli altari dei santi patroni e martiri di Anagni, il mirabile intreccio degli archi romanici e lo straordinario ciclo di affreschi che l’ha fatta definire “La Cappella Sistina del Medioevo”. L’opera appartiene almeno a 3 anonimi pittori del Mezzogiorno: il primo, il Maestro delle Traslazioni, di stile arcaico e influenzato dalla cultura siculo-normanna; il secondo, il Maestro Ornanista per la sua spiccata abilità decorativa; e il terzo Maestro da identificarsi col Magister Consolus che ha lavorato anche negli affreschi del Sacro Speco di Subiaco. Quest’ultimo è artista dal talento visionario, grandioso nella composizione e magnifico nell’uso del colore. Gli affreschi tra volte e pareti coprono 540 m² e sono stati eseguiti tra il 1231 e il 1255. È un’enciclopedia iconica che va dalle Storie dell’Antico Testamento ai Miracoli di S. Magno, patrono di Anagni; narra la Vita di S. Secondina e di due principesse armene, le sorelle Aurelia e Noemisia; mette a fuoco la dimensione esoterica dell’Apocalisse di Giovanni con il Libro chiuso dai 7 sigilli, i 7 corni e i 7 occhi dell’Agnello Mistico adorato da 24 vegliardi, l’apparizione terrificante dei 4 cavalieri dell’Apocalisse (Vittoria, Guerra, Carestia e Morte); la visione biblica di Ezechiele coi 4 esseri dotati di 4 forme detti Tetramorfi.
Quello che più colpisce è la semplicità naïve del racconto, quasi una favola, anche se deriva da un sincretismo che fonde teologia, filosofia e scienza. Nella prima volta è affrescata la creazione del Cosmo, col firmamento e i segni zodiacali. Nella seconda volta c’è la creazione dell’uomo, messo al centro d’un doppio sistema circolare. Quello più interno è il ciclo umano (microcosmo); quello esterno è il ciclo della Natura (mundus). Entrambi sono suddivisi in 4 parti e si corrispondono. Alla vita dell’uomo (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia) e al suo temperamento (sanguigno, collerico, malinconico e flemmatico) corrispondono in Natura le 4 stagioni e i 4 elementi. Appena sotto la vela, sul pilastrino, è affrescato il Diagramma della Teoria degli Elementi tratto dal Timeo di Platone. Accanto nella lunetta, i medici Ippocrate e Galeno, meravigliosamente ritratti, discutono la teoria.

 

Ancora lui

Davanti alla facciata della Cattedrale ben piantata su muro crudo, si staglia isolato il campanile romanico alto 30 m. Di fronte c’è l’ingresso al Museo del Tesoro con una magnifica raccolta di paramenti sacri appartenuti a Innocenzo III, il prezioso Paliotto dell’Albero della Vita di scuola nordica e il meraviglioso piviale di seta rossa, ricamato con fili d’oro a punto teso – la vita di Gesù in 30 tondi a ricamo – e la decorazione che intreccia grifoni, pappagalli affrontati, aquile bicipiti entro ruote. Grazioso dono alla Cattedrale nel 1295 da parte di Bonifacio VIII.
Un meritato riposo pomeridiano e all’ora del tramonto raggiungiamo Casa Barnekow. È una costruzione romanica del XIV sec. rimaneggiata con una scala esterna, loggia con archi e balcone e gli affreschi sulla facciata, allucinati e mistici, con epigrafi in numerose lingue, opera del barone svedese Alberto Barnekow che era pittore e aveva sposato una modella di Anagni. Una turista di “Camera con vista” avrebbe esclamato: “Molto pittoresco!”. Proseguiamo per lo “slargo dei Caetani” dove sorge il Palazzo di Bonifacio VIII che è preceduto da un giardino e da un gran loggiato a due archi. In una delle sale affrescate del secondo piano, il 7 settembre 1303, dopo la promulgazione definitiva della scomunica contro Filippo il Bello, Bonifacio VIII fu fatto prigioniero dagli emissari del re di Francia, tra cui Guglielmo di Nogaret e il romano Sciarra Colonna che ebbe l’ardire di schiaffeggiarlo. Due giorni dopo gli Anagnini insorsero e liberarono Bonifacio VIII che rientrò a Roma dove spirò di crepacuore il 1 ottobre. A Dante non poteva sfuggire l’increscioso episodio. Ma stavolta il suo atteggiamento nei confronti di Bonifacio VIII è del tutto mutato. C’è solo spazio per la pietas. Al lettore anticipo: Alagna è l’antico nome di Anagni, il fiordaliso è l’emblema dei re di Francia, catto significa prigioniero. Siamo nel canto XX del Purgatorio: «…veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto; veggiolo un’altra volta esser deriso…». Bonifacio VIII è visto come il Cristo alla colonna, dileggiato nella parodia d’un re. Ve lo sareste immaginato? ◘

 

 

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