Reportage / In compagnia di Lorca di Ivan Teobaldelli – foto di Carlo Jansiti

Con la sagoma grifagna di Torquemada s’era chiusa la puntata precedente. Ma c’è un luogo a Granada che riassume lo sfregio sacrilego che l’Inquisizione ha inflitto alla convivenza dei tre monoteismi. È il “Palacio de los olvidados” – dei dimenticati – trasformato ora in “Museo della tortura e della cultura sefardita”. Se l’intento era di trasmettere la memoria di un ”orrore” è riuscito. La vista degli strumenti per estorcere abiure e possessioni diaboliche è agghiacciante. Incutono terrore gli attrezzi e i marchingegni progettati scientemente per straziare. Come la mostruosa ruota che spezzava le ossa una a una; o il palo a forma di piramide, detto “la vigilia”, usato per penetrare l’ano su fino alla gola; o il “toro di Falaris”, una scultura in bronzo dell’animale dove la vittima arrostiva e muggiva di dolore. Ci si chiede come possa l’uomo infierire così sul simile. La risposta c’è: azzerandone l’umanità: l’altro diventa uno scarafaggio. Per fortuna la visita termina con le stanze dedicate alla cultura sefardita, con oggetti preziosi e documenti rari che testimoniano l’influenza e l’apporto della comunità ebraica alla gloria di Granada.
Proseguo per il quartiere di Albaycin che conserva l’impronta medievale con le strette strade acciottolate, le fontanelle pubbliche, le cisterne e le ville – in arabo, carmenes – difese da trionfi di buganvillea e da alti muri di cinta. La sensazione è d’essere all’epoca della dominazione arabo-berbera e giudaica. Al Mirador de San Nicolás c’è una terrazza con vista spettacolare sull’Alhambra e sullo sfondo il massiccio argentato della Sierra Nevada. In cima all’Albaycin l’Abbazia di Sacromonte con il magnifico chiostro e le case dei gitani ricavate nelle grotte e i tablao dove la sera si balla il flamenco. È stata una scarpinata ma la luce era così tersa e fresca che non ho sentito la fatica.
GRANADA FRICCHETTONA
Ridiscendo col piccolo bus che fa capolinea a Plaza Nueva e qui mi godo l’aperitivo al tavolo d’un caffè. Davanti a me un giovane africano allestisce sul selciato la sua “boutique” di scarpe Adidas contraffatte. Ha gesti meticolosi ed essenziali. Prima ha steso a terra un telo bianco legato all’estremità da due canapi che s’incrociano al centro. Poi dispone i vari modelli con estro da vetrinista. Di ogni paio di scarpe una è distesa sulla tomaia e l’altra è posta in bella vista sopra. Resto incantato dal tocco delle sue lunghe dita inanellate. Quando sembra soddisfatto dell’allestimento torna a verificare lo snodo dei canapi. Dipende tutto da quello se arrivano i vigili. Gli basta uno strappo, il telo si chiude a sacco, e via di corsa con la boutique in salvo.
Poco distante, un ragazzo allampanato, con bretelle e bombetta in testa, pratica la lettura dei tarocchi a una credula e grassa signora bionda. Davanti ai murales di un centro sociale una band multietnica accorda gli strumenti per una jam session. Dalla panchina di fronte un trio di pensionati tifa e sollecita il concertino. Di colpo ho chiara la “grazia divina” di Granada: la sua tolleranza. Che la fa riserva d’una fauna umana altrove estinta. In giro s‘incontrano personaggi che sembrano usciti da Parco Lambro; capannelli di freaks sognanti tra zaffate dolciastre di kif; gruppi di “punk a bestia” che elemosinano in mitezza, tra cani e cartoni vergati con pennarello poliglotta; dappertutto gli aromi di cucina etnica a prezzi popolari; e sono centinaia i batik stesi a terra coi lavori d’un artigianato ormai vintage. È un’illuminazione questa Granada fricchettona.
Rientrato in albergo, con Carlo decidiamo di raggiungere in autobus Fuente Vaqueros dove c’è la casa-museo di Federico Garcia Lorca. È un tragitto di soli 17 km. e questo centro agricolo della vega granadina si apre con una rotonda dominata dalla statua in bronzo del poeta, seduto e corrucciato. La casa natale è a un centinaio di metri: un’abitazione modesta con la facciata in calce bianca, 4 finestre e un balconcino, e una targa in ceramica azzurra con incisa la data di nascita di Federico: 5 giugno 1898.
LA CASA DEGLI SPIRITI
Ci fa da guida un distinto cinquantenne brizzolato che mostra per Lorca un’appassionata competenza. Prima di iniziare premette che la casa ha subito modifiche strutturali per la conservazione ma che l’arredo è interamente originale. La visita parte dal salottino. C’è un tavolo rotondo al centro, una cassapanca, un grammofono, su una parete, riprodotto al telaio, un “Pierrot con la chitarra” disegnato da Lorca, e il pianoforte sui cui s’era esercitato con talento fino a 18 anni. Poi il rifiuto del padre a mandarlo all’estero per proseguire gli studi e la morte del maestro l’indussero a smettere. Il padre è ritratto in una foto sopra il camino: un bell’uomo dai capelli folti e i baffi corvini. Era un agiato proprietario terriero che in seconde nozze aveva sposato la maestra del paese, donna dal temperamento artistico e sensibile ma di salute cagionevole.la camera nunziale c’è il monumentale letto in legno scuro impreziosito da inserti d’ottone dove venne alla luce Federico. Accanto, gli oggetti che conservano un profumo d’infanzia: una seggiolina da bimbo, la culla avvolta in garze di mussolina e il girello per muovere i primi passi.
Si raggiunge la cucina – a causa dei lavori non ultimati – attraverso un basso cunicolo. Bisogna farlo acquattati e la guida ci mostra come. Io passo agilmente ma quando tocca a Carlo, in prossimità dell’uscita, dà una capocciata tremenda che lo lascia dolorante a terra. Ci precipitiamo a soccorrerlo ma ci vuole un po’ prima che si riprenda. Tornato in sé racconta di aver sentito una mano che gli ha sbattuto la testa contro la volta. E crede anche di sapere perché. Vedo che parla seriamente. L’interesse al paranormale gli deriva dalla sua passione per l’astrologia e i tarocchi. Che ha sviscerato nel tempo fino a tenere una rubrica su Babilonia che analizzava il tema astrale dei più importanti scrittori. “Lorca s’è vendicato!” ammette. E spiega d’aver venduto in passato, pentendosi, un’edizione di lusso, in carta giapponese, di “El Romancero Gitano” con due disegni autografi di Federico. A quanto pare il poeta non gliel’ha perdonato.
Ci rilassiamo nel patio soleggiato che ha al centro il pozzo, una pergola d’uva e il busto in bronzo di Lorca dello scultore Carretero che ci invoglia a una foto-ricordo. La guida ci sollecita a seguirlo nell’annesso Museo che occupa l’edificio d’una vecchia scuola. Custodisce un’importante collezione di manoscritti autografi, come la conferenza sulla “Architettura del Canto Jondo”, pagine scelte del dramma “Mariana Pineda” con le scene disegnate da Dalì, e gli archivi personali donati dagli studiosi di Lorca.
Nella sala del vecchio granaio, che porta il nome di Anna Maria Dalì, sorella del pittore e generosa benefattrice del museo, attraverso i filmati d’epoca si rivive la New York del ’29 che il poeta visitò, e Cuba che coi suoi ritmi musicali e “l’anima negra” gli ispirò “Son de negros in Cuba”. Ma il reperto più prezioso e toccante sono alcuni fotogrammi muti girati nel 1934 che mostrano Federico con la compagnia “La Barraca” da lui fondata, nella rappresentazione di “La vida es sueño” di Calderón de la Barca. Per pochi secondi si vede il poeta in scena che accenna una pantomima, avvolto dalla testa ai piedi, da un velo di crespo nero. Valgono più d’una reliquia.
FLAMENCO AL CHIEN ANDALOU
Ce l’ha consigliato la “peperina” romana che lavora al caffè “La Fontana”. Di lei ci fidiamo perché è qua da tre anni e conosce “le trappole” per turisti. Il locale è un’antica cantina dalla volta in mattoni e il pavimento in basalto. È gestito da una cooperativa sociale di giovani. L’hanno chiamato come il famoso cortometraggio “Le chien andalou” girato nel 1929 da Luís Buñuel con l’apporto di Salvador Dalì. Diventò il manifesto del “Surrealismo” ma ferì profondamente Lorca che vi ravvisò la sua caricatura. E troncò ogni rapporto con l’amico-amante Dalì.
Lo spettacolo si fonda sul classico trio del flamenco. La cantadora, Sandra Santìsteban, è una quarantenne bassa e robusta, coi tratti gitani e la voce scura e gutturale. Alla guitarra, un biondo dagli occhi slavati e cerchiati ma dalla tecnica sbalorditiva: Jorge “El Pisao”. La baladora è una bella ragazza slanciata, Pilar Fajardo, dal seno e i fianchi formosi, che agita tra i sorrisi e i lampi degli occhi verdi. Il pubblico è in maggioranza composto di giovani che all’inizio seguono in silenzio e intimiditi, poi via via si scaldano.
Per comprendere il significato storico e artistico del Canto jondo (profondo) che è alla base del flamenco, bisogna ricorrere di nuovo a Lorca. Che intuì per primo il magma incandescente d’un genere ritenuto musicalmente rozzo com’era il primitivo canto andaluso. Primitivo perché non aveva una vera struttura armonica ma si basava sulla ripetizione ossessiva di suoni e cadenze popolari. Come le canzoni della Tonáa e della Liviana che sono i canti dei contadini andalusi eseguiti “a cappella”, senza accompagnamento; o la Seguiriya che è un canto tragico e oscuro, in forma compassata e lenta, che parla d’amore e soprattutto di morte; o la Petenera che è una canzone molto arcaica, dai toni cupi e sentimentali, e i versi intercalati da un ossessivo “madre de mi corazón!”. Anche Lorca si cimentò al piano con le peteneras per accompagnare la celebre cantante “La Argentinita”. Era l’amante del torero la cui tragica fine “a las cinco de la tarde” ispirò a Federico lo struggente “Llanto por la muerte de Ignacio Sánchez Mejiás”.
A metà spettacolo c’è la pausa per degustare un piatto e bere qualcosa. Carlo si butta sui calamari “à la planche” e patate fritte, io sul salmorejo che è una zuppa fredda e densa di pomodoro, insaporita da pane arrostito, uova sode e pezzi di prosciutto. Quando riprende lo spettacolo la bailadora ha cambiato d‘abito. Ai grandi ibiscus colorati ha sostituito la sciccheria del bianco-avorio. È mutato anche l’atteggiamento del pubblico – merito dell’apporto alcolico – che esplode in grida d’incitamento che caricano gli interpreti e in battimani ritmati. Fino all’applauso finale, tutti in piedi, che rende felici gli artisti e strappa alla cantadora lacrimoni di nero rimmel.
Rientriamo in albergo cotti dalla stanchezza. È stata una giornata campale. Abbiamo deciso di partire per Cordoba e ci sarebbero i bagagli da fare. Ma per oggi basta. Come sospirava mitica Rossella O’Hara: “Dopotutto, domani è un altro giorno!”.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?