Se le api scompaiono…

Alcuni esperti del settore ci illustrano la situazione. Altotevere compreso

di Stefania Bravi

Ormai è allarme ecologico. Le api stanno morendo. Nel 2007 la mortalità annua delle arnie negli Stati Uniti ha raggiunto la soglia di quasi il 50%, l’anno prima un dato simile si era avuto in Spagna. E il 2008 sembra che verrà ricordato per la notevole moria di api registrata in Italia. Un dato non certo incoraggiante, stando a quanto ci dicono i nostri apicoltori e ricercatori. Ma vediamo cosa sta succedendo.
Tiziano Gardi, ricercatore presso l’Università degli Studi di Perugia, ci ha illustrato quali sono alcuni dei possibili responsabili di tale moria. I maggiori indiziati sono i neonicotinoidi, degli agrofarmaci che vengono utilizzati per il trattamento delle colture ortive e cerealicole, sotto forma di involucro sui semi (concia delle sementi) per proteggerli dall’attacco di eventuali agenti patogeni, insetti e quant’altro. Secondo alcune ricerche condotte su piante di mais, tali composti sono risultati tossici per le api e per tutti gli altri insetti che si occupano di impollinazione. Come agiscono? Entrano in circolo nella pianta e una volta che questa espelle l’acqua che ha in eccesso, mediante un processo chiamato “guttazione”, tali goccioline di “acqua” che si presentano sotto forma di rugiada diventano letali per le api. Muoiono nel giro di pochi minuti, se l’agrofarmaco è usato in concentrazioni elevate. Non solo. Tali composti vengono spesso utilizzati nei parchi e giardini pubblici per via endogena contro eventuali agenti patogeni che possono attaccare le piante. Questi trattamenti, anche se effettuati all’interno della pianta, risultano pericolosi per tutte le specie di insetti (sia quelli dannosi che quelli utili all’ecosistema come le api), poiché in assenza di fiori si cibano della melata che fuoriesce dalle foglie di tali piante. Gli agrofarmaci sembra possano avere anche un’azione tossica a livello genetico, agendo sui cromosomi che determinano poi le mutazioni.
Altri attribuiscono la scomparsa di tali insetti alla “varroa”, un acaro che entra all’interno delle celle dove avviene la metamorfosi dell’ape causandone la morte. Anche altre ipotesi si stanno facendo strada, però ancora non ci sono dati certi. Alcuni, per esempio, collegano la moria delle api alla presenza di onde elettromagnetiche prodotte dai ripetitori (in certe zone anche non ben visibili), le quali sembra che agiscano causando danni ai loci della memoria. E così gli insetti troverebbero difficoltà a trasferire i dati dalla cosiddetta memoria corta alla memoria lunga, non riuscendo più a tornare in alveare. Questi sono solo alcuni dei possibili responsabili della morte delle api, ma i fattori sono molteplici e sicuramente concatenanti. Le api da sempre costituiscono un patrimonio inestimabile per l’umanità. “Quando le api moriranno all’umanità resteranno 4 anni di vita” profetizzò Einstein. Evidentemente non c’è nulla di scientifico sulla veridicità di tale affermazione, ma dovrebbe quantomeno far riflettere sui danni che il nostro sistema sta producendo. Per ora la Comunità Europea ha deciso di sospendere l’utilizzo dei neonicotinoidi.
Ma cosa accade in Altotevere? Ne abbiamo parlato con Enrico Burzigotti e Marco Valentini agronomi e apicoltori altotiberini. Anche se in Umbria non esistono elementi scientifici certi in merito alla moria di api da inviare al ministero, dicono i nostri interlocutori, il problema della diminuzione di produzione esiste davvero e si fa sentire pesantemente. In Altotevere i dati parlano chiaro: nell’ultimo quinquennio la produzione di miele registrata nelle aziende esaminate è scesa di circa il 30%. E non è una diminuzione da poco, concordano i due apicoltori. Ma, in realtà, nelle nostre zone anche le condizioni metereologiche hanno notevolmente influito sulla produzione; e il clima, almeno in determinate annate, sembra essere stato la causa principale di tale diminuzione. Ma certamente tale fattore non esclude gli altri.
L’ape, questo insetto sociale così evoluto, è molto importante per una molteplicità di ragioni. “Oltre che produrre miele le cui proprietà sono ben note a tutti – aggiungono i nostri due interlocutori – ci appare importante porre l’attenzione sulla funzione dell’impollinazione, senza la quale non si avrebbero fiori, né molte specie di frutti. Ed è proprio a tali insetti che sono strettamente legate alcune caratteriste importanti quali la serbevolezza, cioè la capacità di potersi conservare per un certo periodo di tempo senza deteriorarsi, e la buona pezzatura di un frutto. Ma le api sono insetti in grado di favorire anche la biodiversità, che costituisce il punto di forza di ogni specie vivente, senza la quale si creerebbero organismi deboli e incapaci di sopravvivere”. E allora è forse il caso di porre più attenzione all’ambiente in cui viviamo, perché non si può spezzare il connubio che è sempre esistito tra uomo e terra senza subirne poi le disastrose conseguenze. La stretta relazione che c’è tra uomo e terra è simile a quella che esiste tra due discipline come l’ecologia e l’economia. Mentre la prima studia la “nostra casa”, la seconda la gestisce. Entrambe necessitano di impegno e serietà.
Ma pensare di risolvere il problema ecologico delegandolo ai singoli cittadini è solo un modo per sfuggire le responsabilità. In questo caso una buona politica è essenziale.

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