Senza perdere la tenerezza

Il dittico di Steven Soderbergh su Che Guevara

di Pietro Mencarelli

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso (Ernesto Che Guevara)

Che – L’argentino e CheGuerriglia di Steven Soderbergh sono un dittico dedicato a un mito rimasto intatto nel trascorrere del tempo. Su Ernesto “Che” Guevara sono già stati realizzati film tipo Che! di Richard Fleischer con Omar Sharif e Jack Palance quale Fidel Castro, e “Che” Guevara di Paolo Heusch girato in Sardegna con Francisco Rabal. Deludenti. Da ricordare semmai il più recente I diari della Motocicletta di Walter Salles, su un Guevara giovanissimo interpretato da Gael García Bernal.

L’opera di Soderbergh affronta due momenti cruciali della vita di Guevara: la rivoluzione cubana e la guerriglia in Bolivia. Cominciamo da L’argentino. Sodebergh si serve di un montaggio che stravolge interamente la cronologia delle azioni per evidenziare aspetti rilevanti della vita del “Che”. Vediamo Fidel Castro che, il 26 novembre 1956, salpa per Cuba con una ottantina di ribelli, fra i quali Ernesto Guevara, un medico argentino che insieme a lui è deciso a far crollare il corrotto regime di Fulgencio Batista, dittatore dal 1952 dopo un colpo di Stato. Quindi l’avanzata dei rivoluzionari, le marce estenuanti, la faticosa disciplina e i duri allenamenti nella Sierra Maestra, il continuo ingrossarsi delle file dei ribelli, gli scontri sanguinosi (dall’assalto alle caserme di Batista alla guerriglia nella foresta), i dibattiti etico-politici e le profonde riflessione sulla lotta armata e sull’importanza del Movimento 26 luglio fino ad arrivare alla battaglia per la conquista di Santa Clara, ultimo atto prima dell’entrata trionfale a L’Avana (tale battaglia, combattuta sotto il comando del “Che” nel dicembre 1958, viene superbamente realizzata in modo dettagliato). Per tutti questi momenti si ricorre a un colore privo di luci artificiali (è utilizzata la luce naturale grazie alla leggera videocamera digitale Red ) e si utilizzano soprattutto piani americani o campi lunghi proprio per evitare che i primi piani possano in qualche modo “mitizzare” la figura del “Che”. A tutto questo si sovrappone un’intervista del ´64 a New York rilasciata dal “Che” a una giornalista americana in occasione della sua partecipazione alle Nazioni Unite, ove questi illustra le proprie convinzioni politiche e morali (“Ogni rivoluzionario deve avere un profondo amore per l’umanità, la giustizia e la verità”). Infine l’Assemblea al Palazzo di Vetro e il famoso discorso di Guevara contro l’imperialismo americano e lo sfruttamento dell’America latina e del Terzo Mondo. Questi due ultimi eventi, ripresi in un bel bianco e nero, rammentano le tecniche documentaristiche delle televisioni anni Sessanta. La prima parte si conclude con la scena del furto di una auto da parte di un guerrigliero dopo la vittoria e del rimbrotto del “Che” che sembra presagire il suo futuro isolamento. Guerriglia si concentra sul tentativo del “Che” di aprire, nel 1967, un fuoco di guerriglia in Bolivia, per abbattere la dittatura di Barrientos, azione da affiancare al processo rivoluzionario che, in quel periodo, sta divampando in molta parte del Terzo Mondo, dal sud est asiatico all’Africa di Lumumba, dall’America di Allende, Camillo Torres, Douglas Bravo, Marighella a quella dei Tupamaros in Perù e Uruguay.

Da aggiungere che se nella prima parte si assiste all’entusiasmo rivoluzionario dei barbudos che avanzano trionfanti verso L’Avana, la seconda presenta un “Che” stanco, avvilito, stremato da malattie e tradito da politici vili (il Partito Comunista boliviano è il primo ad abbandonarlo alla sua sorte) e da masse di campesiños impauriti e dunque facile preda dei ranger boliviani e dei consiglieri militari statunitensi. Un grande rivoluzionario solo e conscio che il popolo non è ancora maturo per alzare la testa. Se Cuba significa vittoria la Bolivia vuol dire morte.

Anche nella seconda parte del film si narra ricorrendo a flashback, e infatti una bellissima scena finale mostra un “Che” di anni addietro sulla nave che dal Messico lo sta portando in quella Cuba in cui ha iniziato l’avventura rivoluzionaria. Evitando modelli hollywoodiani e toni epici e cercando anzi di distaccarsi dalla materia raccontata, Soderbergh ricostruisce i fatti in maniera precisa fuori da qualsiasi retorica, trasformando la vicenda di una figura leggendaria in uno strumento di profonda riflessione storica. Il “Che” che appare è un combattente di indiscusso carisma e dalla volontà di ferro, acuto stratega e fine tattico, convinto dell’importanza per la rivoluzione sia delle armi che dell’istruzione (“un popolo che non sa né leggere né scrivere è un popolo facile da manovrare”), ma certamente non esente da errori di valutazione e da azioni discutibili (come negare il conforto religioso a un traditore prima della sua fucilazione). Oltre al “Che” guerrigliero incontriamo il medico, il filosofo raffinato (un “grande intellettuale, ma non solo: il più completo essere umano della nostra epoca” scriverà di lui Jean Paul Sartre), e l’animo nobile che impone ai commilitoni di non rubare, né maltrattare i prigionieri, né picchiare i contadini e né stuprare le donne. Rivediamo certi suoi abituali modi di agire e gli oggetti che l’hanno reso una specie di icona quali il sigaro e il berretto con la stella rossa. Ma infine anche un uomo afflitto dalle continue crisi di asma, una malattia che lo tormenterà sempre, dalle intricate foreste della Sierra Maestra a quelle ancora più impervie della Bolivia. Nel film affiora la “distanza” del “Che” dal compagno Fidel Castro. A proposito, ad esempio, del rapporto con l’Urss, si capisce che il “Che” rifiuta la strategia di entrare nell’orbita economica “revisionista” secondo i desideri di Fidel perché considera l’Urss rapace quanto i capitalisti statunitensi nel trattare col Terzo Mondo. C’è anche da considerare tuttavia che mentre Fidel combatte per una specifica terra, “Che” preconizza una guerra rivoluzionaria dalla parte dei diseredati e degli sfruttati di tutto il mondo. Una lotta non per il particolare ma per l’assoluto. Per questo non sembra disponibile a compromessi e questo sarà il principale motivo delle incomprensioni e della sconfitta. “Fratello non difendermi” dice in modo significativo un delegato panamense in una replica al discorso del “Che” del 1964 all’Assemblea dell’Onu.

Il film oltre che tener conto delle memorie e degli scritti del “Che”, si avvale di anni e anni di ricerche di documenti e di interviste a persone ancora in vita che la rivoluzione e la lotta armata l’hanno vissute in prima persona, dalle parti più diverse della barricata. L’attore Benicio Del Toro è un credibile “Che” Guevara di una rassomiglianza impressionante.

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