Sette giorni in Kurdistan

Reportage

Diario di viaggio di una settimana passata nel cuore di un territorio che brucia, divorato dalla lotta di un popolo in galera che rivendica il diritto elementare alla sua autodeterminazione.
Il popolo kurdo è assediato dalla repressione turca che non si fa scrupolo di sparare anche su donne e bambini, ma soprattutto dall’indifferenza della comunità internazionale che ha deciso di voltare la testa dall’altra parte per non assumersi le responsabilità che le competono. è urgente affrontare il problema adesso che il governo di Ankara è stato ammesso alla procedura d’integrazione nell’Unione Europea

di Antonio Ruggieri

Antefatto

Il viaggio l’avevamo preparato nel corso di numerose telefonate e di incontri rari e fugaci, nella sede romana di Uiki, l’associazione di rappresentanza del Kurdistan turco in Italia.
Mediatore infaticabile e sorridente era stato e continua ad essere, in maniera efficacissima e dissimulata Hikmet, kurdo di Batman, arrivato clandestinamente in Italia dopo essere scampato alle torture e alle privazioni che la polizia politica riserva ai guerrriglieri del Pkk nelle sue prigioni, fra le più famigerate del pianeta.
Hikmet agiva con la sua formazione al confine fra Iran e Turchia. Catturato dalla polizia iraniana era stato scambiato con alcuni prigionieri di quel paese detenuti ad Ankara, dopo aver rischiato di morire, sottoposto alle sevizie dei suoi aguzzini. Uscito di prigione scelse di fuggire per mare, pagando un pizzo oneroso e bestiale ai commercianti della disperazione, che aggiungono barbarie alla barbarie del suo paese. Era arrivato in Calabria, aveva poi raggiunto la sorella maggiore che vive con la sua famiglia in Germania, ma poi era tornato in Italia, attratto dalle qualità caratteriali del nostro popolo e anche dalla clemenza del clima. In fondo alla valigia, piegata come una reliquia, la bandiera del Pkk (il partito dei lavoratori kurdi adesso sciolto e da sempre fuorilegge in Turchia) e il ritratto di “Apo” Ocalan, con l’aria accigliata e bonaria, da grande padre popolare. Per il tramite di Hikmet abbiamo conosciuto e imparato ad apprezzare Yilmaz e Mehmet, due dei giovani che animano la sede romana di Uiki, ma che svolgono anche una vera e propria funzione di rappresentanza diplomatica per il loro popolo in galera.
I dettagli della nostra partecipazione alla delegazione internazionale che si preparava a partecipare al Newroz kurdo di quest’anno li discutiamo io e Nicola Lanese.
Nicola, fotoreporter e cine operatore, aveva accolto immediatamente e con entusiasmo il mio progetto di documentare il capodanno nel Kurdistan turco e attraverso questa celebrazione ricostruire il dramma di un popolo senza rappresentanza, minacciato nella sua identità e soggiogato, al cospetto complice e ambiguo di una comunità internazionale che volta la testa dall’altra parte per non essere costretta a guardare, soprattutto adesso che la Turchia ha chiesto di entrare nell’Unione. Rispetto a quelle degli altri delegati, le nostre necessità sono specifiche.
Abbiamo bisogno d’immagini e di situazioni meno “istituzionali” di quelle programmate per il resto degli osservatori.
Concordiamo per un interprete dal kurdo all’inglese a nostra disposizione e tracciamo una scaletta di lavoro, ancora del tutto ipotetica, per il nostro viaggio.
Prima di lasciarci la giovanissima decina di attivisti di Uiki c’invita a pranzo. La sede dell’associazione è in un appartamento nei dintorni del Vaticano, con una cucina attrezzata e funzionante. Il menù è tipicamente italiano, spaghetti al pomodoro, con una bollente e definitiva “correzione” kurda: il peperoncino. Hevi, una delle due ragazze presenti, con un solo piatto di spaghetti è riuscita a mangiare ben 21 peperoncini freschi e fortissimi, senz’avere (e soprattutto dare) il minimo fastidio. Ci spiega che viene da Urfa, la patria di Abramo nel sud del Kurdistan, dove per questa evocativa solanacea si celebra orgogliosamente un vero e proprio culto.
Sulla strada del ritorno Nicola, entusiasmato dall’incontro, mi propone di coinvolgere nel progetto Mauro Di Salvatore, suo amico fidato e valido collaboratore, per girare con due telecamere, in modo da realizzare un prodotto più evoluto e fruibile. Naturalmente acconsento.
C’incontriamo una sola volta, prima di partire, a “il Bene Comune”. Facciamo insieme mente locale sugli impegni specifici d’ognuno e ci diamo appuntamento alla stazione di Campobasso, al treno delle cinque e cinquanta per Roma.

19 marzo
Un popolo fantasma

Partire così presto dà il senso preciso e vagamente inquietante che si debba andare lontano; e noi lontano andiamo. L’inquietudine è motivata e in qualche modo coltivata dalle notizie fresche che arrivano dal Kurdistan. Il 5 marzo, da Dersim, erano arrivate notizie riguardanti l’avvio di una operazione militare delle forze armate turche nell’area di Dukuzkayelar con l’invio di elicotteri del modello Sikorsky.
Lo stesso giorno a Mardin era stato avviato il processo contro 15 persone coinvolte in una manifestazione per l’anniversario della cattura di Abdullah Ocalan.
Da Bruxelles il giorno prima lo scrittore kurdo Madeni Ferho aveva rilasciato una dichiarazione in cui accusava forze dello Stato turco di avere prima torturato e poi ucciso i suoi genitori. Alla fine di febbraio 24 “Madri della pace” di Dyarbakir che protestavano per le condizioni d’isolamento in cui è tenuto Ocalan, unico prigioniero nel carcere sull’isola disabitata di Imrali a settanta miglia dalla costa turca, guardato da quattromila soldati, erano state prima messe sotto custodia e poi arrestate.
Due giorni prima a Van era stato arrestato Hasan Ciftci, presidente della sezione provinciale del Dtp (Partito della Società Democratica), per alcune dichiarazioni rilasciate a Roj Tv, l’emittente kurda messa al bando in Turchia, costretta a trasmettere dalla Danimarca. Insieme a Ciftci, a piede libero ma in attesa di giudizio, erano stati arrestati anche Bazi Bor, un funzionario della sezione di Van del partito e addirittura un bambino. Il 25 febbraio era arrivata la notizia che nei villaggi di Belen e Bostanli, nel distretto di Dargecit, hanno avuto luogo scontri fra l’esercito turco e l’HPG, l’esercito di liberazione popolare kurdo e che sono rimasti uccisi molti militari e cinque guerriglieri.
Insomma, le notizie che ci erano arrivate dal Kurdistan alla vigilia della nostra partenza erano quelle di un paese in guerra, in continua fibrillazione per un conflitto a bassa intensità, mascherato dalla quotidianità delle occupazioni ordinarie che continuano a svolgersi in quei luoghi, nonostante tutto.
Il Kurdistan è un paese fantasma, sparpagliato fra Turchia, Iran, Iraq, Siria e una piccola parte dell’Armenia. Ha una popolazione di 40 milioni di abitanti, più della metà della quale vive in Turchia, in gravissimo stato di soggezione e discriminazione. All’aeroporto abbiamo appena il tempo di salutare Mehmet e Yilmaz che ci presentano gli altri osservatori della delegazione italiana. Due ore precise di volo e siamo a Istambul. Un’ora e mezza di attesa per la coincidenza per Dyarbakir.
Mauro non resiste al piacere di farsi una sigaretta. Si allontana e raggiunge la sala fumatori che si vede in lontananza. Torna sbigottito. Anche per un fumatore “appassionato” come lui, la quantità di fumo che stazionava nel locale chiuso da vetrate trasparenti era mefitica. Guardando con maggiore attenzione, i fumatori si dividevano, per resistenza, in due categorie. Quelli “persi”, seduti tranquillamente al loro posto in attesa del volo, avvolti felicemente da una nuvola di fumo che si addensava quasi fino a solidificarsi e gli altri non ancora a quel livello, che fumavano sulla porta; tirando la sigaretta all’interno, ma respirando l’aria del corridoio come fosse alla menta.
Ripartiamo per Dyarbakir con una linea interna. La generalità dei passeggeri è kurda; cominciamo ad abituarci ai tratti somatici, alla foggia dei vestiti e soprattutto alla rarità di trovare qualcuno con cui parlare in inglese. Dall’aeroporto all’albergo andiamo con un pulmino. Ci accompagnano giovani attivisti di Uiki che parlano tutti, solo rigorosamente kurdo.
Alloggiamo al “Grand Guler”, a ridosso del centro della capitale kurda, che i suoi abitanti chiamano amorevolmente Amed, nella lingua dei loro padri. Non è ancora tardi per la cena per gli italiani che alloggiano al nostro hotel. Per organizzarcela si mobilitano una decina di persone che ci conducono in un ristorante poco distante, dove paghiamo il corrispettivo di una cena consumata in Italia, ma che in quei luoghi è una cifra da capogiro.
" Mi pare giusto" , mi viene da considerare, " c’era compreso lo scomodo per il piccolo esercito che s’è mobilitato per telefonare, per prenotare, per accompagnarci eccetera" . A mezza cena compare Hussein che finalmente parla un inglese corrente e articolato, con il quale ci diamo appuntamento l’indomani mattina al Guler.

20 marzo

Un muro di bambini sorridenti
Il programma d’incontri della giornata è piuttosto intenso. Ricca colazione internazionale ma alla kurda (immancabili ortaggi e peperoncino) e poi partenza per Batman e il suo circondario. Appena fuori dal Guler, vestito troppo approssimativamente per i rigori di una primavera che stenta ad arrivare, c’è un drappello di bambini dai 6 ai 10 anni che chiede l’elemosina esibendo pacchetti di salviette da naso come esca per l’obolo.
I bambini di strada sono diventati una piaga in espansione nelle maggiori città kurde. Nella sola Dyarbakir ce ne sono più di 5.000. La città è cresciuta parossistcamente, a seguito dell’avanzata della repressione militare nei territori dell’interno. Nel ’98, prima della sua cattura, Ocalan aveva dichiarato il disarmo unilaterale.
La guerriglia cambia pelle. Diventa più tattica e difensiva e si trasferisce dalle città alla montagna. L’esercito turco mette in pratica soluzioni radicali. Cerca di fare terra bruciata intorno alle formazioni partigiane. Rade al suolo i villaggi e i loro abitanti, perlopiù pastori e contadini, sono costretti a inurbarsi, andando ad ingrossare la quota di disoccupazione e di precariato in città già assediate dalla miseria.
Nella delegazione italiana c’è una cospicua e strutturata componenete campana, raccolta intorno alla figura fraternamente carismatica di Carmine Malinconico, portavoce di Azad, l’associazione pacifista fondata da Dino Frisullo, avvocato penalista di Acerra ed esponente di spicco di Rifondazione Comunista nella sua regione, ma soprattutto “storico” amico del popolo kurdo. Lo accompagna suo fratello Roberto, psicologo e direttore del Sert di una Asl di Caserta, che per primo affronta il muro dei bambini sorridenti ai piedi delle scale dell’albergo. Fotografo esperto e animatore culturale del suo territorio, s’inoltra nell’ampia piazza sulla quale si apre l’ingresso dell’hotel per qualche scatto d’ambientamento. Immediatamente viene attorniato dalla decina di bambini, ognuno dei quali, strillando qualcosa in kurdo e sorridendo, gli offre il suo pacchetto di salviette da naso.
Come in una scena degna del miglior Troisi Roberto, con apparente arrendevolezza, sposta il corpo all’indietro e alza gli occchi al cielo dicendo bonariamente “aggia cagnà”, volendo intendere che non aveva ancora monete turche per corrispondere alle rumorose richieste degli splendidi e poverissimi bambini. I bambini naturalmente non capiscono e continuano a frastornarlo senza sosta, come in un gioco vagamente drammatico.
Arriva un pulmino e un taxi per il viaggio fino a Batman. Sul taxi, per poterci muovere con maggiore autonomia, saliamo io Nicola e Mauro, insieme a Hussein che ci fa da interprete. Attraversiamo la valle del Tigri costeggiando il fiume con una fondovalle rattoppata, tratti della quale sono in via di rifacimento e di raddoppio. Questa strada che assomiglia decisamente ad una delle provinciali dell’entroterra italiano costantemente minacciate dal dissesto idrogeologico e dalla manutenzione approssimativa, è l’arteria fondamentale del Kurdistan, che collega le sue due città più importanti: Batman e Dyarbakir.
Il paesaggio che attraversiamo è indecifrabile. A destra e a sinistra, si stendono pianure fertili che nei secoli sono state l’ambito d’espansione del grande fiume.
È terra grassa, facilmente irrigabile attingendo l’acqua dall’alveo vicino del Tigri, eppure non si vede un ettaro coltivato intensivamente, con colture ad alto reddito. I terreni sono messi a cereali oppure sono tenuti a pascolo, sperperando un’opportunità di sviluppo armonioso ed equilibrato di un’agricoltura che avrebbe eccezionali possibilità di crescita.
Ci fermiamo a Bismil, una cittadina di qualche migliaio di abitanti, che si sviluppa lungo il tracciato della carrabile. Da una parte una moschea con tanto di minareti, coperta di ceramiche lavorate a mano di colore azzurro e di fronte un chiosco che vende bibite con l’immancabile, tipica e globalizzata insegna della coca cola.
Il piccolo convoglio degli osservatori italiani si ferma attratto dalla pregnanza dell’inquadratura.
Ci si fanno d’intorno ragazzini e passanti che cercano di stabilire un qualsiasi rapporto sorridendo, visto che nessuno di loro parla inglese e tantomeno italiano. In 5 minuti arriva una macchina con due uomini; sono kurdi che hanno scelto di lavorare per lo Stato turco. Sono gli sbirri più cattivi perché hanno messo in conto, per interesse, di controllare, arrestare, torturare e perseguitare il loro popolo. In queste circostanze danno stolida, inefficace e minimalista prova di sé. Prendono le generalità del traduttore che si lascia andare a un fastidio che diventa inquietudine con i minuti che passano.
Arrivano i rinforzi. Uno con l’aria, il passo e i baffetti del capo, presumibilmente dello Jitem, lo squadrone della morte turco, che ci chiede i passaporti. Finge di annotare il nome di tutti su un pezzo di carta rimediato alla men peggio, tenuto fermo sul cofano dell’auto civetta con cui era arrivato. Qualche telefonata fatta a chissà chi e possiamo ripartire. Facciamo pochi chilometri e ci fermano di nuovo. Questa volta, prima di Batman, è un posto di blocco in piena regola. Una ventina di bellimbusti in borghese, anch’essi di origine kurda, che la sigaretta perennemente accesa contribuiva a far sembrare ai nostri occhi un gruppo di sfaccendati. Ancora controlli; ancora domande in kurdo con qualche accenno d’inglese biascicato. L’inquietudine del nostro traduttore inclina all’imbarazzo.
Ripartiamo con un’auto che ci segue fino a Batman. In città concordiamo col resto della delegazione che ci saremmo incontrati ad Hasankeyf, mirabile esempio d’insediamento rupestre, in progetto di essere sommerso dalla diga di Ilisu già progettata dal governo turco e fortemente avversata dall’intera comunità kurda che in Hasankeyf riconosce un suo luogo identitario, ma anche una delle poche possibilità d’attrattiva turistica della zona. Aspettiamo che il pulmino col grosso della nostra delegazione acquisti un vantaggio sostanzioso e ripartiamo con la nostra Fiat 131 gialla ridotta a “taksi” senza tassametro che paghiamo con un contratto preventivo a “forfait”.
Uscendo da Batman costeggiamo il muro di cinta di due o tre raffinerie di petrolio e appena fuori città c’imbattiamo in alcuni impianti d’estrazione che funzionano perennemente e senza alcun controllo. Tutto il petrolio e gran parte dell’acqua potabile della Turchia sono in territorio kurdo; perciò, dicono gli osservatori più attenti, sono così violenti e definitivi gli ostacoli nei confronti dell’autodeterminazione di questo popolo.
Qualche chilometro più avanti, ai piedi delle montagne che segnano i pascoli che si susseguono senza sosta, disposte ordinatamente intorno a un fabbricato che ha l’aria di una scuola rurale di quelle che da noi si cotruivano negli anni ’60 con i soldi della Cassa per il Mezzogiorno, ci sono una decina di enormi tende, grandi come quelle di un circo.
Hussein ci dice che sono pastori nomadi, che si spostano con le greggi, mano a mano che i pascoli si esauriscono. Con la macchina arriviamo fin dove possiamo. L’accampamento lo raggiungiamo a piedi. In pochi minuti, come in una specie di “ritorno al futuro” a bassa produzione, ci troviamo catapultati in un medio evo senza tempo, senza strade, senza luce elettrica e senza acqua corrente. Siamo accolti dalla solita, bellissima, colorata e vitalissima compagnia di ragazzini piccolissimi che ci guardano con la decorosa ritrosia di chi non ha grande dimestichezza con le visite e per di più di stranieri. Hussein parla con una donna e le chiede se possiamo riprendere. Acconsente ma cela il volto alla macchina da presa.
Nicola che ama e conosce i bambini che hanno più o meno l’età dei suoi, li irretisce con un gioco semplice ed efficace. Gli scatta delle foto con la macchina digitale e gliele mostra in tempo reale. I bambini entusiasmati, ci fanno strada nel fabbricato che la piccola comunità ha dedicato al culto. Tappeti dappertutto, una stufa a legna per riscaldamento e sul muro alcuni ritratti di famiglia. Sulla strada intanto passano due carri armati zeppi di soldati che si fermano più o meno all’altezza del nostro “taksi”.
Sostano un quarto d’ora e poi procedono con l’andatura trionfale e un pò vacua dei militari in marcia. Tiriamo un sospiro di sollievo. La donna che aveva acconsentito alla nostra visita c’indica due tende; nella prima c’è una sua parente che sta facendo il bucato senza l’acqua corrente, fra difficoltà indescrivibili. Nella seconda ci sono gli uomini, riuniti intorno ad Azad, il capo del clan, che sta mangiando. C’introduce Hussein dicendo che siamo giornalisti italiani.
L’accoglienza è benevola. Azad mette gli occhi sulla mia giacca militare e chiede ad Hussein di domandarmi se gliela regalo. Rifiuto schermendomi, ma è l’unico indumento pesante che ho portato per difendermi dagli ultimi rigori dell’inverno kurdo. Azad non si perde d’animo e mentre andiamo a filmare le greggi riparate sotto alle tende costruite con grande perizia ingegneristica, si cambia e torna a salutarci, accompagnato dagli altri uomini della sua famiglia, vestito da guerrigliero in grande spolvero. Ci offre un ultimo “caye” (l’immancabile the), ci mettiamo in posa per le ultime fotografie e ci lascia intendere di essere coinvolto nelle azioni di guerriglia in montagna.
Proseguiamo contenti delle riprese realizzate. Dopo qualche chilometro e subito prima di Hasankeyf, ci accade una cosa che ci riconcilia con la grazia e la bellezza. In un piccolo insediamento rupestre ormai utilizzato come ricovero per gli animali, seguiamo affascinati una ragazza che porta un fascio d’erba fino alla stalla delle sue capre. Ha il passo regale e una dimestichezza insospettabile con la posa e la macchina da presa. Oltre alla profonda oscurità dello sguardo, quello che ci colpisce è la sanità della dentatura di questa ragazza, al riparo dagli zuccheri e dalle altre porcherie dei cibi industriali. Ripartiamo e siamo ad Hasankeyf in capo a un quarto d’ora. La città, dopo lotte accanite, è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Adesso è minacciata di essere sommersa dall’invaso della diga di Ilisu, prevista nel piano governativo per l’Anatolia sud orientale.
Ad Hasankeyf il Tigri s’allarga. La gola è piena di caverne. I minareti si ergono fra povere case in pietra, sovrastate da un insediamento rupestre scavato nel tufo. All’ingresso del paese c’è una costruzione conica, isolata e vicina al fiume. È una tomba coperta di piastrelle turchesi del XV secolo. Il fiume è attraversato dagli archi e dai piloni spezzati del Ponte Vecchio, le cui dimensioni danno un’idea concreta dell’importanza del villaggio prima che arrivassero gli ottomani. Nella parte alta del paese c’è ancora una fortificazione diroccata utilizzata come posizione strategica anche in epoca bizantina. Ancora in alto c’è la moschea El Risk Cani del 1409, della quale si apprezza ancora il bellissimo minareto. A mezza costa si erge il Piccolo Palazzo, edificato nel XV secolo. L’intero insediamento è sovrastato dal Grande Palazzo (Buyuk Saray), sotto il quale si trova una prigione e una torre a strapiombo su un costone di roccia sul Tigri.
Mangiamo kebab e insalata e ripartiamo verso Batman. Alle 15,45 nella sede dell’Hid, l’associazione per i diritti umani partecipata da kurdi e da turchi, ne incontriamo la dirigenza. Il segretario di Batman, Abdullah Bayter, non parla inglese. Hussein traduce dal kurdo all’inglese, Celine Delforge, consigliere per i Verdi della municipalità di Bruxelles traduce in francese e Alfonso Augugliaro, medico di Messina della nostra delegazione traduce in italiano.
Dalla municipalità di Bruxelles è presente anche il parlamentare socialdemocratico Jan Beghin, che sottolinea a più riprese come il Parlamento Europeo debba intervenire sul governo di Ankara per il rispetto dei diritti umani, soprattutto adesso che la Turchia ha chiesto di entrare nell’Unione e che la procedura d’integrazione è stata avviata dall’anno scorso. La comunicazione è faticosa e frammentaria, ma assai efficace nei contenuti.
Bayter esordisce dicendo che nell’ultimo anno il problema dei diritti umani si è aggravato e che l’Hid sta preparando un rapporto da mandare ad Ankara. Beghin gliene chiede una copia per organizzare una conferenza stampa a Bruxelles per i Parlamentari Europei. In coincidenza con l’anniversario della data della cattura di Ocalan, durante una manifestazione, sono state arrestate 6 persone, fra le quali un bambino di 13 anni. Sono state arrestate perché esibivano il ritratto di Ocalan e subito prima del Newroz, per impedire che vi partecipassero.
Erdogan, il premier turco, solo l’anno scorso ha consentito ad Amnesty International di aprire una sede a Istanbul, vicino al controllo della sua polizia politica. La recrudescenza della guerriglia restringe gli spazi di agibilità per i diritti umani.
Quello che l’intera comunità kurda auspica è un accordo, un negoziato, fra le istanze della sua rappresentanza e il governo turco. Nei tempi lunghi delle traduzioni a scavalco, Bayter tira un sospiro e riordina le idee. " I diritti umani però sono un problema complesso. Prendiamo la lingua e la cultura. I bambini kurdi parlano la loro lingua fino ai 7 anni; poi vanno a scuola e imparano a parlare il turco come lingua istituzionale. È possibile continuare a studiare il kurdo, ma bisogna farlo a pagamento e nessuno lo fa" . È un’operazione di “pulizia” etnica e culturale che Ankara sta attuando con cinica strategia. I kurdi sono discriminati in ogni ambito della vita civile anche perché la generalità delle famiglie di questo popolo ha avuto a che fare con l’esercito o con la polizia turca.
Lasciamo i dirigenti dell’Hid con un abbraccio. Attraversiamo la strada e alle 17,45 incontriamo i rappresentanti del consiglio comunale di Batman. Con noi ci sono i Parlamentari belgi e c’è Chris Den Hond di Roj Tv, l’emittente kurda messa fuorilegge dalla Turchia, costretta a trasmettere dalla Danimarca. I rappresentanti del municipio di Batman parlano a turno ma con un obiettivo convergente: aprire una trattativa col governo di Erdogan che porti, con gradualità, alla liberazione di Abdullah Ocalan, amatissimo presidente di tutti i kurdi che vivono in Turchia. Torniamo a Dyarbakir a notte fonda, col pensiero fisso al Newroz dell’indomani.

21 marzo

C’è un sole incerto e il freddo è pungente

Il pulmino arriva intorno alle 8,00. Non è il solito. È giallo e più grande, come quelli che a Dyarbakir si usano per il trasporto urbano. Lungo la strada salgono altre persone, tutte dirette al Newroz, il capodanno; la festa fondamentale per questo popolo in galera.
La leggenda vuole che il 21 marzo del 612 a.C. Kawa, un artigiano, volesse uccidere Dahoq, il re degoli Assiri che soggiogavano i Medi, progenitori dei Kurdi e liberare il suo popolo dall’oppressione. Aveva concordato con i compagni che se fosse riuscito nel suo intento sarebbe salito su un’altura e avrebbe acceso un grande fuoco. Così fece e da allora il Newroz, che coincide con l’equinozio di primavera, oltre a rappresentare i riti agrari della fertilità e dell’abbondanza, si è caricato di un significato di rivolta e di libertà che ha assunto un particolare valore d’attualità, considerando la condizione di soggezione del Kurdistan turco.
A Dyarbakir il Newroz si svolge in una grande spianata alla periferia della città. C’è un sole incerto e il freddo è pungente, soprattutto se ci si mette all’ombra. Ancora mentre andiamo, sul pulmino, si rincorrono le indicazioni concitate delle guide e dei traduttori, preoccupati di stabilire un appuntamento comodo per tutti, alla fine della manifestazione. Intanto scendiamo e ci immettiamo nell’immenso fiume di persone. Concordiamo di vederci alla fine della manifestazione, sotto un imponente e inequivocabile cartello pubblicitario con un’enorme “W” della Wolkswagen.
Agli abitanti di Dyarbakir che sono in tutto quasi due milioni, si sono aggiunti i kurdi che vengono dai villaggi del circondario. Tutti sono vestiti con gli abiti della festa, ma le donne sono regali e sfavillanti, con i loro coloratissimi vestiti tradizionali.
Tutti camminano concitatamente al lato della strada, lasciando libera la carrabile per i mezzi di trasporto, sotto l’occhio vigile e ostile della polizia che è dappertutto.
Tutto il corteo in marcia è attraversato da un grido gioioso e plebiscitario “Biji Serok Apo” che inneggia all’amato Presidente Ocalan. Il passo è sostenuto e le braccia sono in alto con l’indice e il medio aperti in segno di vittoria.
È un popolo intero che si muove; con la gioia e la determinazione di una comunità che ha un grande, condiviso e originario obiettivo: la libertà. Dopo un quarto d’ora di cammino arriviamo in vista della spianata del Newroz. L’ingresso è transennato con varchi strettissimi, presidiati da poliziotti eccitati, che urlano comandi e prescrizioni a tutti, mentre perquisiscono accuratamente quelli che escono dai passaggi transennati.
Passiamo insieme agli operatori. I poliziotti si rabboniscono appena si accorgono che siamo stranieri. “Italiano?” mi chiede il mio controllore dopo aver visto il passaporto.
“Welcome”, mi dice con un sorriso tirato mentre me lo restituisce.
In fondo alla spianata c’è il palco con un’attrezzatura per l’amplificazione del suono che fa impressione. La musica è ritmica e sincopata. Ricorda Bregovich e Kusturica.
Invita a ballare; e la gente balla. " I kurdi fumano molto e ballano insieme" , mi viene da dire a Carmine Malinconico come sottotitolo della bellissima festa di popolo in pieno svolgimento. Si balla insieme, tenendosi per i mignoli delle mani e muovendosi prima avanti e poi di lato con piccoli e studiati passi cadenzati. Al centro della spianata c’è una grande catasta di legna che sarà accesa all’epilogo della festa. Il palco è affiancato da altri due palchetti; uno per le autorità e l’altro per gli ospiti. Il palcoscenico è separato dalla folla, che s’ingrossa minuto per minuto da uno spazio protetto da transenne vigilate dalla polizia. Mi qualifico e accedo a questo spazio libero, nel quale sono situate delle altane per i fotografi e i cine- operatori. A ridosso delle transenne le donne sono affilate in una coloratissima catena che ondeggia senza sosta a passo di danza. I ritratti di Ocalan sono dappertutto.
In capo a qualche minuto arriva un enorme pullman giallo, con la scritta Demokratik Toplum Partisi, la formazione politica ammessa, per adesso, dalla legislazione turca alle elezioni. Si sistema fra il palco e la tribuna delle autorità, da dove l’amatissimo sindaco di Dyarbakir Osman Baydemir saluta tutti sorridendo, con un gesto ampio della mano.
All’ingresso parte una sassaiola. Un gruppo di adolescenti rifiuta di farsi perquisire dalla polizia turca per poter partecipare alla festa del suo popolo.
I militari sparano qualche lacrimogeno e scoppiano tafferugli localizzati. Tutto dura pochi minuti; si portano fra mille difficoltà in salvo i feriti e la festa riprende.
Un giornale kurdo ha stampato sull’ultima pagina l’effige di Ocalan e a migliaia la mostrano scandendo lo slogan che ne reclama la libertà. Di tanto in tanto l’immagine del presidente viene affidata a palloncini che la portano evocativamente al cielo.
Quattro donne in costume tradizionale mi sorridono; ricambio il sorriso e una di loro s’avvicina e mi annoda al collo un fazzoletto verde, giallo e rosso; i colori del Kurdistan.
Si sono ormai radunate oltre un milione di persone. Dal palco, a un certo punto, una giovane donna invita al silenzio e lancia uno slogan che chiede la libertà per “Apo”. Tutti, all’unisono, lo riprendono gridando col braccio alzato e con le dita aperte in segno di vittoria. La situazione prende alla bocca dello stomaco.
Aumentano le pulsazioni cardiache e ci si commuove con le lacrime per amore di popolo e di libertà. In luoghi diversi della piazza, compaiono e spariscono dopo qualche minuto striscioni dell’Hpg, l’esercito di liberazione nazionale kurdo; chi li espone cambia continuamente posto per non farsi individuare dalla polizia. Immediatamente sotto al palco, si fanno avanti una decina di ragazzi a volto coperto con una maglietta bianca che dice " Ocalan è il nostro onore politico" ; li acclamano tutti.
Mi ferma una giornalista turca. Mi chiede in perfetto inglese quale significato attribuisca al Newroz. Le rispondo che è una festa di libertà per i kurdi e che il governo turco dovrebbe normalizzare le condizioni di carcerazione di Ocalan. Capisco che è filogovernativa e che farà un pessimo servizio sul Newroz, quando ribatte che Ocalan è responsabile della morte di molte persone e che in Italia le brigate rosse sono state trattate con uguale inflessibilità carceraria. Le dico che è pessimamente informata sulla situazione italiana e che l’intero mio popolo si fa vanto che i suoi presidenti abbiano partecipato alla resistenza contro il nazifascismo con azioni di guerriglia, anche cruente.
Ci salutiamo formalmente e senz’alcuna simpatia. Intorno alle 12,30 le autorità del municipio accendono il piccolo fuoco a un lato del palco e cominciano a ballarci intorno per quanto impacciati, vestiti come sono all’occidentale con giacca e cravatta.
Subito dopo si accende l’enorme catasta di legna al centro della spianata e la musica riparte a volume altissimo. Sparsi fra la folla, i giovani organizzano castelletti umani salendo gli uni sulle spalle degli altri e sorreggendo in cima a tutti una specie di acrobata che a diversi metri da terra agita l’immagine di Ocalan tenendo nell’altra mano la sigaretta accesa.
La polizia è stata progressivamente surclassata dalla folla che ormai ha completamente circondato il palco. Comincia a cantare Kawa Azad che fa una specie di etno-rock molto coinvolgente. Le nuvole coprono del tutto il sole e comincia a fare più freddo.
Mi riparo sulla tribuna degli ospiti. Jan, un ragazzo kurdo iraniano, mi offre uno “simit”, un biscotto al sesamo e un pugno di pistacchi. Ci scambiamo gesti di simpatia e continuiamo a muoverci ritmicamente sulla cadenza della musica dal palco.
Le celebrazioni ufficiali si chiudono con una sorta di appello che chiama uno per uno i rappresentanti del popolo kurdo e il loro gradimento è inesorabilmente misurato dall’intensità dell’applauso che la folla gli riserva. La manifestazione si chiude lentamente senza incidenti. Riprendiamo uno dei pulmini di passaggio e torniamo al Guler in silenzio.
22 marzo

Madri della pace

Ci svegliamo con la polizia che circonda l’hotel. Provo a fare un giro del circondario per capire perché, ma non vengo a capo di niente. Torno in albergo e c’è il proprietario, un uomo grande e grosso con i capelli bianchi, i baffi brizzolati e il carnato scuro e rubizzo nello stesso tempo, che urla qualcosa a qualcuno nel suo telefono cellulare camminando a passi larghi dal fondo della hall verso la porta automatica, facendola aprire automaticamente (è ovvio) ad ogni giro. Per aspettare gli altri faccio una capatina all’internet cafè, a cinquanta metri dall’albergo. In Kurdistan, ma anche in Turchia, non tantissime persone hanno il personal computer di proprietà; in compenso è assai diffuso l’uso di incontrarsi in luoghi pubblici con molti computer a disposizione collegati in rete con l’Adsl.
A mezza mattinata incontriamo la “Piattaforma Democratica” a Dyarbakir. È un organismo formato da una trentina di associazioni della società civile e sindacati sia kurdi che turchi. Ci riceve Ali Onlu, membro dell’esecutivo, insieme a un suo collaboratore. La Piattaforma nasce nel 1990 ed è un osservatorio permanente sul rispetto dei diritti democratici in Turchia, ma anche in tutto il Medio Oriente. Svolge una funzione di stimolo e d’informazione. Organizza convegni e conferenze e intrattiene intensi rapporti col sistema di comunicazione turco. In conseguenza della loro attività, diversi membri della Piattaforma Democratica sono stati costretti a cambiare città, perseguitati dall’esercito e dalla polizia. Onlu dice che per vivere attivamente la vita della Piattaforma bisogna essere arrestati almeno una volta. Quest’affermazione, pronunciata con leggerezza, mi ricorda quello che mi disse Adriano Sofri nel corso di un’intervista che gli feci nel carcere Don Bosco di Pisa. " Fin da giovanissimo sapevo che non sarei stato una persona perbene se non fossi andato in galera almeno una volta" ; così mi disse l’ex leader di Lotta Continua. Forse non aveva messo in conto di rimanerci così tanto tempo, o forse sì, mi viene da pensare.
" Negli ultimi 20-25 anni, l’esercito turco ha distrutto 4000 villaggi kurdi, per fare terra bruciata intorno alla guerriglia. Sono state fatte sparire più di diecimila persone delle quali non si sono ritrovati neanche i corpi. Oltre cinque milioni di kurdi sono stati costretti a emigrare. Nella sola Istambul abitano quasi quattro milioni di kurdi e la questione kurda è quella fondamentale per il processo di democratizzazione della società turca. Al rispetto dei dirittti umani sono legati problemi economici, sociali e soprattutto la condizione della donna, che in Turchia vive in totale subalternità. La Turchia, solo negli ultimi quindici anni, ha speso nel Kurdistan più di 200 miliardi di dollari, quasi tutti per investimenti militari" .
Onlu si richiama al Newroz del giorno prima e sottolinea il grande valore per la pace di quel milione di persone in piazza che hanno manifestato ordinatamente. La Piattaforma Democratica ha sostenuto e sostiene l’integrazione della Turchia nell’Unione Europea, perché invoca la funzione di controllo e di censura della comunità internazionale nei confronti dei comportamenti del governo di Ankara. Onlu sottolinea la fondamentale funzione svolta dalle delegazioni di osservatori internazionali che giungono in Kurdistan in occasione del Newroz, ricorda agli ospiti italiani la figura del pacifista Dino Frisullo, fondatore dell’associazione Azad e auspica che Silvio Berlusconi, grande amico di Erdogan, si adoperi in favore della risoluzione della questione kurda.
La Piattaforma alla quale partecipano tutti i sindaci delle municipalità del Kurdistan rappresenta una sorta di laboratorio permanente per la formazione della nuova classe dirigente kurda. Lo snodo di tutta la questione, questo dichiara Onlu congedandoci, riguarda il Presidente Ocalan. Per il governo turco Ocalan è un terrorista. La Piattaforma, insieme a milioni di kurdi che vivono in Turchia, lo riconosce invece come un importante leader politico. Da oltre tre mesi, un comitato d’impegno sostenuto dalla Piattaforma Democratica, ha raccolto più di due milioni di firme in favore della libertà di Abdullah Ocalan, segregato nel carcere sull’isola di Imrali.
Considerare Ocalan un terrorista significa non guardare alle cose con gli occhi della storia. In tutto il mondo, la lotta di liberazione dei popoli ha comportato azioni di resistenza, anche cruente. È sbagliato e poco producente però chiudere la via del dialogo e della trattativa. Ocalan ha sciolto il suo partito nel 1998, trasformandolo nel Kongra Gel, dichiarando fino al 2004 il disarmo unilaterale e invocando il negoziato come unica via risolutiva della questione kurda. È rimasto tutto lettera morta, senza che la comunità internazionale abbia mosso un dito in favore della realizzazione di questa prospettiva. Eppure è l’unica via da perseguire, anche per la Piattaforma Democratica. Ci lasciamo con l’auspicio condiviso da tutti i presenti che gli americani lascino quanto prima l’Iraq, raffreddando la tensione in un paese che riverbera la sua influenza in tutto il Medio Oriente e in Kurdistan naturalmente, visto che una minoranza kurda vive anche in quel Paese.
Intorno all’una incontriamo le “Madri della Pace”. Si allineano tutte, col capo coperto dal loro distintivo fazzoletto bianco, lungo la parete di fianco alla porta d’ingresso della stanza. Ci sistemiamo tutti seduti lungo le altre pareti. L’immancabile “caye” di cortesia e si comincia intensamente. Stabiliamo un metodo operativo. La riunione è introdotta da Fathma, figlia di una della “madri” presenti. Traduce Angela, una splendida, volitiva e infaticabile ragazza kurda, incinta di sei mesi ma che non si risparmia nonostante la sua condizione. " Grazie per il sostegno che date alla nostra lotta" . Così esordisce Fathma con un’incrinatura della voce che le restituisce sincerità.
“Le Madri della Pace” sono nate nel 1990 a Istambul e ad Hakkari; negli anni si è aperta la sede a Dyarbakir. L’associazione non ha una rappresentanza centrale, ma ogni sede associativa svolge la sua attività in maniera del tutto autonoma. La azioni a Dyarbakir sono portate avanti da trentacinque “Madri”. Mentre è in corso il nostro incontro, 24 di esse sono in galera. Sono state arrestate perché, in occasione dell’anniversario della cattura di Abdullah Ocalan hanno organizzato una manifestazione per reclamare la revisione delle condizioni della sua detenzione. Lo scopo fondamentale delle “Madri” è quello di fermare la guerra con ogni mezzo pacifico. Hanno incontrato il governo di Ankara e tutte le altre istituzioni sul tema del negoziato e della pacificazione. Hanno presidiato lo stato maggiore dell’esercito per farsi sentire. Hanno donato ai generali e ai loro soldati il loro fazzoletto bianco come auspicioso segno di pace. Hanno provato ad incontrare Erdogan accampandosi davanti alla sede del governo per settimane, ma senza successo.
Fathma presenta le altre “Madri” e le invita a raccontare la loro storia. Parla per prima Sultan Kayug che ci ringrazia innanzitutto per aver partecipato al Newroz. In nessun Paese al mondo il rappresentante riconosciuto e amato dal popolo non può guidarlo. " I kurdi sono 40 milioni; perché non possono essere una nazione autonoma?" , ci chiede semplicemente Sultan con la forza che le persone semplici sanno dare alle loro idee. Intanto arrivano due quindicenni e si affacciano alla porta del nostro incontro; si appoggiano agli stipiti una per parte. Nonstante il ritmo delle sue dichiarazioni sia inevitabilmente rotto dalle traduzioni e dai commenti (in italiano) che talvolta ne seguono, Sultan ne esprime alcune d’eccezionale efficacia. Le “Madri” lottano per la pace e vogliono che nemmeno le madri dei soldati turchi debbano piangere i loro figli. " Il Pkk, il partito dei lavoratori kurdi e del presidente Ocalan, è formato dai nostri ragazzi. Deve essere legalizzato. L’Europa deve fare quello che può per far pressione su Erdogan affinchè il Pkk sia cancellato dalla lista di quelli illegali e fuorilegge. I nostri figli non possono essere uccisi con armi chimiche e non ammesse dalla comunità internazionale, tanto che non ne riconosciamo il corpo quando capita che ce lo restituiscano" .
Sultan ha un figlio coinvolto nella guerriglia ormai da venti anni e crede che l’unica possibilità di pace per il popolo kurdo passi per la normalizzazione delle condizioni di carcerazione di Ocalan e per un’amnistia generale. Tocca a Dilsah Ozgan. Esordisce ringraziandoci a sua volta per aver partecipato al Newroz di pace. Dilsah ha avuto la famiglia devastata dalla lotta per l’autodeterminazione del popolo kurdo. Due suoi figli sono stati uccisi in azioni di guerriglia. Un altro figlio è stato liberato da qualche mese. Il marito, anch’esso coinvolto nella guerriglia, è sparito dieci anni fa e non se n’è mai più saputo niente. Dilsah accusa lo Jitem, il corpo speciale dell’esercito, una specie di squadrone della morte turco, responsabile di rapimenti e di omicidi occultati.
Harim Penge ha tre martiri nella sua famiglia. " Ho potuto però riavere il corpo solo di uno dei miei figli. Degli altri ho ricevuto solo notizia della morte. Ho dovuto lavare il corpo di mio figlio morto nella mia casa e ho dovuto seppellirlo in un luogo improvvisato del vicinato" . Rahine Fidan ha una filgia, un figlio e un genero che vivono in montagna da quindici anni. È rimasta sola e vive, fra infinite difficoltà, con altri quattro figli ai quali deve provvedere. Ha perso completamente i contatti con i suoi familiari coinvolti nella guerriglia. Di sua figlia e del genero non ha più alcuna notizia e dell’altro figlio sa qualcosa dalla televisione, in coincidenza con le azioni partigiane che porta a compimento. " Qui in città, nella nostra Dyarbakir, noi portiamo avanti la stessa lotta per la pace per la quale conbattono i nostri figli in montagna" . Così chiude la sua testimonianza Rahine.
Interviene Aziza Yigit. Nel ’94 ha avuto un figlio ucciso dall’esercito turco e un altro combatte per la resistenza in montagna. Di quello morto non le è mai stato restituito il corpo. Quello che combatte in montagna era insegnante; fu arrestato lo stesso giorno che doveva prendere servizio. Lo tennero in galera tre o quattro giorni solo perché suo fratello era un partigiano. Quando fu liberato partì per evitare di essere arrestato di nuovo e da allora riesce ad avere contatti episodici e discontinui con lui. " Il Pkk è espressione della società kurda e Abdullah Ocalan è il nostro presidente" dice Aziza quasi lanciando uno slogan. " Tutte le madri kurde sono per la pace e al fianco della nostra lotta; dovremo saper conquistare anche le madri dei carnefici dei nostri figli. Grazie per essere venuti" . Abbiamo tutti un groppo alla gola.
Parla Fatima Yadyin. Suo figlio fu ucciso nel 1991. aveva finito di studiare all’università e la prima volta fu arrestato per aver letto un volantino del Pkk. Il figlio di Zekiya Alokmen ha studiato da insegnante. Ha lavorato per 19 anni a Mardin, prima di essere trasferito a Dyarbakir. Un suo caro amico coinvolto nella guerriglia fu ricoverato in ospedale. Andò a trovarlo e fu arrestato. Ha dovuto scontare dieci anni di prigione. Adesso è stato liberato e lavora all’isituto di cultura kurda. “Le Madri della Pace” hanno aderito alla raccolta di firme per la revisione delle condizioni di carcerazione di Ocalan. Hanno anche promosso una campagna di autodenuncia per la liberazione delle 24 madri arrestate. L’esercito turco ha bruciato e raso al suolo quattromila villaggi kurdi. Nel Kurdistan è in corso una vera e propria guerra a bassa intensità dagli esiti che possono essere incalcolabili. Ancora un ringraziamento alla delegazione internazionale che è il sostegno fondamentale alle ragioni della pace e del popolo kurdo.
Senza la presenza costante degli osservatori – così ci dicono le “Madri della Pace” – l’esercito turco non si farebbe scrupolo a sparare sulla gente del Newroz, come ha fatto negli anni scorsi e come continua a fare nelle città e nei villaggi non toccati dalle delegazioni degli osservatori. Ci lasciamo con un abbraccio interminabile.

23 marzo

Lavoratori bambini

Colazione internazionale ma alla kurda, con tanto di cetrioli e cipolle fresche, uova sode e l’immancabile peperoncino. Cambiamo guida e traduttore. Siamo con Mammhud, un ragazzo minuto, giovanissimo e barbuto, che ha un’aria svagata e ride fragorosamente quando parla, diffondendo involontariamente una certa inaffidabilità per tutti gli impegni che comunque assume senza sosta.
Andiamo nel centro storico e riprendiamo botteghe nelle quali lavorano poco più che bambini. I minori nella città di Dyarbakir, ma anche in tutto il Kurdistan, rappresentano un pezzo importante dell’economia. Fanno i lavori più umili, più pericolosi e faticosi. Senza tutela e addirittura senza salario, sono affidati dalla famiglia al maestro artigiano che li prende a bottega per insegnargli un mestiere e intanto li mette a lavorare regolarmente. In un’officina due bambini smontano i pezzi e assistono il meccanico nelle operazioni più delicate. In una latteria un bambino trasporta bidoni di latte su una carriola malferma. Davanti a una moschea due bambini, con tanto di guanti e di martello, costruiscono strisce per le ringhiere, agganciandole maglia per maglia, con fibbie di metallo ribattute a mano. L’adattabilità e la flessibilità dei loro corpicini gli consente di sedersi accovacciati in terra e di acquisire una capacità sbalorditiva.
Lavorano in silenzio, lusingati per una ineffabile e indecifrabile espressione del viso dall’interesse che suscita il loro lavoro, sotto lo sguardo vigile e vagamente sospettoso dei loro maestri e padroni, con la sigaretta perennemente accesa fra le dita.
Filmiamo un presidio ospedaliero pulito, ordinato e funzionante come non avremmo sospettato, ma col pensiero fisso a quello che abbiamo sentito dire.
Ogni donna kurda che viene in contatto, per i motivi più disparati con il servizio sanitario nazionale, a sua insaputa viene sottoposta a un trattamento ormonale che ne deprime le capacità riproduttive. Una specie di pulizia etnica, strategica e di lunga durata. Saliamo sulle antiche mura di difesa della città. Sono lunghe quasi 6 chilometri e sono di basalto di colore scuro, che conferisce all’abitato un’aria inquietante e vagamente sinistra. Dalle mura si scorge uno scorcio, a ridosso della città, di terreni fertilissimi della valle del Tigri, coltivati a frutta e ortaggi, con colture ad altissimo valore aggiunto.
Ci addentriamo nel bazar. I commercianti sciamano e c’invitano a visitare i loro negozi in un inglese essenziale ma efficacissimo.
Sono tutti ben disposti tranne i macellai. La campagna preventiva contro l’aviaria ci ha preceduto e ci rivolgono gesti minacciosi che ci fanno capire che non gradiscono che si riprendano i loro banchi, al lato dei quali macellano le bestie che poi espongono in spregio alle regole più elementari dell’igiene. Riprendiamo quello che c’interessa comunque, grazie all’esperienza e alla professionalità di Nicola e di Mauro. Le bancarelle più belle, fragranti e colorate, sono quelle delle spezie.
Pistacchi macinati, peperoncino, cannella, henné, essenze profumate e frutta secca. Un impasto di datteri e noci viene spacciato come “viagra kurdo” con un sorriso e un’espressione maliziosa. Ancora nel bazar, nella stessa strada del centro di cultura mesopotamica, c’è la bottega di un sellaio che confeziona bardature per cavalli imbottite con fieno secco, cucite rigorosamente a mano. Il titolare e il suo “attempato” garzone posano volentieri e mostrano orgogliosamente la tecnica del loro umile e faticoso lavoro.
L’artigiano ci lascia col suo silenzioso e infaticabile collaboratore e ci fa segno di aspettare. Torna in capo a qualche minuto e ci offre l’immancabile “caye” con gesti aggraziati, di raffinata ospitalità. Al tramonto siamo alla moschea Ulu, ampia e maestosa costruzione nel cuore della città, fatta edificare dal sultano selgiuchida Melik Shah, riutilizzando materiali di antiche costruzioni bizantine. A pochi metri, sull’altro lato della strada c’è il caravanserraglio edificato nel 1527 in prossimità della porta di Mardin, restaurato e trasformato in un hotel che ricrea l’atmosfera dell’epoca nella quale ospitava le carovane in transito che sostavano a Dyarbakir. Mentre torniamo in albergo, ricevo una telefonata dall’Italia. è Hikmet che mi rassicura di aver organizzato i nostri incontri dell’indomani a Batman nei dettagli. Torniamo al Guler rasserenati.

24 marzo

A Zekiye hanno ucciso un figlio

Abbiamo in programma di tornare a Batman, nella casa di Yusuf Aslan, padre del nostro carissimo Hikmet. Abbiamo appuntamento alle 9,30 in albergo con Sehmus, zio di Mensure, la moglie di Hikmet e anche ottimo amico di quest’ultimo prima che si rifugiasse in Italia per motivi politici. Il resto della delegazione è diretta a Lice, la cittadina che ha ospitato la prima riunione del Pkk, nella quale fu deciso d’intraprendere la lotta armata contro la Turchia e che ancora porta le stimmate di quell’evento.
La città è stata occupata e bruciata. Casa per casa, stalla per stalla, animale per animale, l’esercito ha cercato di minare alla base la possibilità di sopravvivenza della comunità kurda in quel luogo. Mauro si aggrega alla delegazione di Lice con telecamera e macchina fotografica. Io e Nicola aspettiamo il passaggio per Batman alle 9,30.
Sehmus arriva puntualissimo. Non parla una parola d’inglese; ci fa segno di seguirlo e lo seguiamo fino alla sua automobile. È un’Opel vectra di costruzione recente targata Ankara, molto superiore alla qualità media delle autovetture circolanti a Dyarbakir. Sistemiamo le nostre numerose borse nel bagagliaio e partiamo.
Accende il lettore cd e una musica d’ambiente colma gli insormontabili vuoti di comunicazione. Ancor prima che usciamo da Dyarbakir mi porge un biglietto da visita dal quale copio il suo nome con precisione. Di professione, mi fa capire, fa il “fidel” che in kurdo vuol dire costruttore di palazzi. “Castro”, mi dice distogliendo la sguardo dalla strada e ammiccando alle nostre (ma anche alle sue) propensioni politiche.
Uno dei problemi fondamentali della capitale del Kurdistan è quello urbanistico.
L’abusivismo è assai diffuso. Più del settanta per cento delle case edificate a Dyarbakir sono state costruite senza progetto e senza autorizzazione. Interi quartieri non hanno strade, non hanno condutture dell’acqua, non hanno presidi sanitari, strutture sociali, culturali e scuole. Sehmus si ferma a un distributore; compra tre bottiglliette d’acqua oltre alle immancabili sigarette e ne distribuisce una a testa.
Siamo a Batman in capo a una mezz’ora e per strada non troviamo una sola macchina della polizia; " è per questo che Sehmus guida in maniera così disinvolta" ci viene da commentare a vicenda con Nicola. Yusuf abita alla periferia di Batman; per raggiungere la sua casa non abbiamo nemmeno bisogno di entrare in città. Siamo attesi. Davanti alla casa c’è una piccola folla di persone che ci aspetta sorridente. C’è Yusuf con Sultan sua moglie. Ci sono due dei loro figli e alcuni vicini di casa, oltre a conoscenti radunati da Hikmet per le interviste che dovremo realizzare. Dopo qualche minuto arriva Emin, che ha un negozio di souvenir vicino a Istambul ed è a diretto e quotidiano contatto con turisti che parlano inglese. Lo parla correntemente. La prima cosa che dice è che è nel pieno dei preparativi del suo matrimonio. Già dal pomeriggio attenderà alle incombenze della legge e della religione. La celebrazione andrà avanti per due giorni interi con quasi cinquecento invitati, dice Emin sorridendo e visibilmente soddisfatto. Abbracciamo e baciamo Yusuf prima su una guancia e poi sull’altra. Proviamo a fare altrettanto con Sultan, la madre di Hikmet che però si ritrae schermendosi e lasciandoci capire che alle donne non è consentito baciare maschi che non appartengano al loro clan familiare. Facciamo un giro per la casa e tre ambienti attraggono la nostra attenzione. La cucina dove tutte le donne stanno preparando quello che mangeremo. La sala da pranzo già apparecchiata in terra, sui tappeti, e la camera da letto di Hikmet, che è rimasta esattamente com’era, dopo essersi sposato con Mensure, con tanto di ritratto incorniciato a capo del letto.
Sultan ci prende per mano e ci porta fuori, di fronte alla porta d’ingresso della casa, per mostrarci il forno nel quale arde il fuoco che lo sta portando a temperatura per la cottura del pane che si prepara in cucina. Emin traduce tutto minuziosamente e con grande capacità. Siamo a tavola di lì a qualche minuto. Involtini di verdure panati, bolliti e fritti. Pesce bollito e fritto. Carne di pollo e d’agnello e poi pomodori, cetrioli, fagiolini e naturalmente cipolle e peperoncino a volontà. C’è anche una variante dell’ayran, yogurt acido e liquido col quale si pasteggia, ma che questa volta è arricchito con chicchi di cereali bolliti. Alla fine del pasto tutti (gli uomini naturalmente), accendono la sigaretta e ci spostiamo in salotto, dove ci accomodiamo sui numerosi divani.
Ci prepariamo per le interviste. Il primo è Yusuf che non si sottrae; ha voglia di parlare, di dire come il suo Paese, la sua terra, sia soggiogata da un popolo ostile. Di come i suoi figli siano stati costretti a scappare dalla sua casa; di come il suo Hikmet sia stato minacciato e torturato e costretto a fuggiere rischiando la sua vita generosa. " Ci hanno messo nell’impossibilità di vivere nella nostra terra" .
Parliamo del Newroz e delle tante immagini di Ocalan che abbiamo visto. " Apo è il nostro presidente; è il presidente di tutto il nostro popolo e deve essere liberato subito" . " Che cosa accadrebbe se a Ocalan succedesse qualcosa?" . Gli chiedo presagendo il tono della risposta. " Il presidente Ocalan il mese scorso ha avuto un attacco di cuore. Se venisse a mancare, anche per un motivo indipendente dalla volontà di chi lo tiene prigioniero, l’intera popolazione kurda si rivolterebbe e questo paese sarebbe messo a ferro e fuoco" . Gli chiedo se nelle città, a Batman, a Dyarbakir, i kurdi hanno rapporti e collegamenti con i partigiani che operano in montagna; lui mi lascia intendere che i rapporti ci sono ma sono assolutamente clandestini perché il controllo dell’esercito e della polizia è molto serrato. Gli chiedo infine che cosa pensi della guerriglia e mi risponde quello che ci hanno detto “le Madri della Pace” e tutti gli altri kurdi che abbiamo incontrato.
La guerriglia è l’estrema, drammatica testimonianza di un popolo a cui non viene lasciata nessun’altra scelta per rivendicare la sua autodeterminazione. L’unica possibilità di andare verso una risoluzione della “questione kurda” è l’apertura di un negoziato che ha bisogno del riconoscimento di Ocalan come rappresentante del popolo kurdo e di un’amnistia per tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri turche.
Voglio sentire le donne che intanto hanno sparecchiato e ci hanno raggiunto.
Non hanno perso una parola di quello che ha detto Yusuf. Fatima, Senhaz ed Emine hanno perso il marito tutte e tre, in azioni di guerriglia sulle montagne. Zekiye è la più determinata; ha perso un figlio ucciso dai soldati turchi e reclama la libertà per Ocalan.
Emin, il nostro traduttore, non ama molto parlare di politica; lo si capisce da come mi guarda quando gli faccio le domande da tradurre e dal tono che usa per tradurmi le risposte dal kurdo che mi vengono date. Anche Emin comunque, prima di lasciarci per attendere ai suoi impegni di sposo promesso, mi dice: " in Kurdistan non c’è famiglia che non abbia avuto problemi con l’esercito o con la polizia" . Ci congediamo da una bella e ospitale famiglia con un lungo abbraccio. Questa volta Sultan però non si sottrae al bacio di saluto e ci chiede di portarlo in Italia al suo Hikmet. Rimontiamo sulla macchina di Sehmus e torniamo a Dyarbakir rimpallandoci commenti entusiastici per la bella famiglia ancora unita di Sultan e Yusuf. Anche con Sehmus ci salutiamo davanti al Guler ripromettendoci di vederci in Italia.

25 e 26 marzo

Torniamo a casa

Ripartiamo in aereo per Istambul; sostiamo una giornata nella convulsa e immensa città di crocevia e il giorno dopo ripartiamo alla volta di Roma. A Fiumicino riabbracciamo Yilmaz e Mehmet e con loro imbastiamo una serie d’impegni a cui dar corso già nei prossimi giorni, a fianco del popolo kurdo. Fino al Newroz dell’anno venturo.

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