Solidarietà / La scoperta dell’acqua

Un tifernate in Malawi con l’associazione Sottosopra Onlus

di Roberto Colombo

La storia che voglio raccontarvi non vi dirà niente di nuovo e niente di più di quanto già non si sappia. Anche io, ciò che vi racconterò, lo sapevo già. Eppure, se avrete la compiacenza di arrivare fino in fondo, spero che farete almeno in parte, con me, un viaggio di consapevolezza e di rivelazione da cui non si torna uguali.
Nei mesi scorsi, a seguito di un lutto familiare, stringo una promessa con mia figlia in cui ci impegniamo a far sì che da una vita perduta possa rinascerne una nuova. Ci impegneremo affinché qualcuno, che senza il nostro intervento sarebbe destinato a morire, possa vivere ancora. È un pensiero consolante, anche se affatto originale.
Per questo intraprendo un viaggio di 6 settimane attraverso l’Africa centro-orientale che mi porterà in 7000 km di autobus ad attraversare Kenya e Tanzania fino al sud del Malawi. Ed è questo il teatro della storia che voglio raccontare.

Il Malawi è uno dei Paesi più poveri della terra. Alcune scale lo pongono al quarto posto, alcune al settimo…tutte tra i primi 10 Paesi più poveri del mondo.
Lì da 20 anni opera una piccola Onlus, di nome Sottosopra con sede a Montone, la cui anima è rappresentata da quello che scoprirò essere un gigante della cooperazione, un italo-malawiano di nome Davide. Con Davide ci lega una collaborazione in un paio di progetti di sviluppo ed una amicizia oramai quindicinale. Ma è la prima volta che vado a trovarlo nel suo campo di azione: il distretto di Mikombe, 24 villaggi ai confini con il Mozambico.
Davide è una vera autorità in Malawi. Un tempo doveva la sua notorietà all’essere stato una star della nazionale di calcio negli anni ‘70 e ora ad aver messo in piedi con pochissime risorse uno dei progetti di sviluppo meglio organizzati e meglio gestiti che io abbia mai visto. Tanto che ambienti governativi con tono ostile gli domandano “ehi, perchè fai tutto questo? Vuoi candidarti a presidente!!?”
Arrivo da lui a metà aprile dopo un viaggio epico di 60 ore via terra e viene ad accogliermi alla locale stazione degli autobus, un campo fangoso e sconnesso, nella vicina città di Blantyre.
Dopo una notte ristoratrice in una casa in mezzo a una piantagione di thè (di proprietà inglese, of course. Quasi tutto ciò che produce reddito qua è degli inglesi), Davide mi porta in visita ai villaggi e a farmi vedere gli interventi di Sottosopra. Comincia con l’asilo degli orfani. Qua l’aids ha avuto gli effetti di una epidemia biblica e ha sterminato gran parte degli adulti del paese. Quando ci conoscemmo 15 anni fa mi raccontò che dei 43 componenti la sua classe erano sopravvissuti in 3.
Poi mi fa vedere la scuola che hanno costruito, dove studiano 2340 ragazzi. Non c’è bisogno che aggiunga parole per far capire che tipo di intervento straordinario possa essere e quali effetti a medio lungo termine possa produrre.
Poi mi fa vedere l’ospedale che hanno costruito, dove, tanto per dire, si svolgono 100 parti in sicurezza al mese salvando molte madri e molti bimbi.
«E poi», mi dice tra un giro a un villaggio e un altro «abbiamo portato l’acqua a tutti i 24 villaggi del distretto».
Ed io colloco questa informazione, questo settore di intervento, l’acqua potabile, sullo stesso livello di importanza del lavoro con gli orfani, della scuola, dell’ospedale…
Poi un giorno mi dice: «Roberto, a 7 km da questa pista c’è il villaggio in cui abbiamo costruito il nostro ultimo pozzo un mese fa. Ti va di andare a vedere come sta andando?».
Appena arriviamo ai margini del villaggio uno sciame di bambini urlanti, un nugolo di donne danzanti, una miriade di uomini giubilanti ci circondano e per poco non ci portano in processione. Per molti minuti non torniamo padroni di noi stessi rapiti dall’onda emotiva proveniente dalla loro gioia. Io mi metto in un angolo, osservo la scena e il mio ormai quindicinale fazzoletto di stoffa si riempie di lacrime.
Il capo-villaggio si fa largo, ottiene il silenzio e solennemente dice di quanto il pozzo abbia cambiato la vita del villaggio. Quanto ora le donne non siano più costrette a estenuanti camminate sotto il sole alla ricerca dell’acqua del fiume distante quasi due ore di cammino e, soprattutto, di quante vite di bambini (e adulti) saranno salvate semplicemente bevendo acqua pulita. E non più la torbida, terrosa e ricettacolo di ogni tipo di animali, quale è l’acqua di fiume.
In quel preciso istante, dentro di me, l’importanza dell’acqua si trasforma da elemento dato per scontato e sotteso ad esperienza vitale rivelatrice.
L’acqua come diritto umano imprescindibile in un Paese, dove il 70% dei suoi abitanti ne è escluso.
Davide mi spiega che un pozzo, oltre a cambiate la vita a tutto il villaggio, riduce la mortalità infantile del 40%. Chiedo sbalordito «vuoi dirmi che ogni 10 nuovi nati 4 non muoiono semplicemente per un pozzo?». «È così» è la sua risposta. Un pozzo costa solamente 5 mila euro. E 5 mila euro valgono a questa latitudine decine e decine di vite…
Ripenso piangendo di commozione al mio lutto e assumo la consapevolezza che questo è il gesto che meglio può trasformare, come catarsi, la sofferenza mia e di mia figlia in nuova vita. Dico «Davide…facciamone un altro».
Subito, con gioia, mi porta alla sede dell’associazione ed insieme al suo staff si programma una visita di monitoraggio ai villaggi del distretto vicino che hanno presentato domanda per avere anche loro un pozzo. L’indomani alle 5.00 con una vecchia moto faranno il giro per vedere le priorità (distanza del fiume dal villaggio, abitanti totali etc. etc.) e faranno un po’ di interviste.
Tornano alle 14 e subito facciamo un briefing. Dei villaggi da loro visitati 3 hanno priorità alta, brevemente me ne descrivono le caratteristiche e poi mi chiedono «Roberto, quale villaggio scegli?».
Questa domanda semplice, ovvia e banale (ho detto che voglio finanziare UN pozzo) mi pone in un conflitto interno che mi schiaccia. In quell’istante sto decretando che un villaggio avrà presto l’acqua e i suoi bambini non moriranno più di diarrea e colera e nei villaggi vicini no.
Mi sento come chi, durante l’Olocausto, avesse avuto la possibilità di salvare molti ebrei e si fosse fermato per indolenza o deficit di azione, o protezione di sé, a salvarne solo un certo numero.
La scelta del villaggio la faranno loro e ricadrà su Malua che l’acqua non ce l’ha lontana, ma è stagnante. Non è un fiume, è una palude.
Di lì a 2 ore andiamo a parlare col capo-villaggio. Appena ci addentriamo 200 persone ci circondano e comincia la festa. Balli, canti, risa, bimbi che corrono di qua e di là, donne e uomini in lacrime. Hanno assistito alla visita di stamattina, hanno percepito la situazione ed ora la visita degli “azungu” (i bianchi) ne è la conferma: avranno il loro pozzo.
Ci mettiamo in cerchio e molti prenderanno la parola. Una donna si mette in ginocchio e dice : «ho avuto solo figli che non hanno superato questa altezza. Ora posso sperare di vederli crescere». Un’anziana, una delle pochissime: «non riesco a credere al miracolo che riuscirò a bere un bicchiere di acqua pulita prima di morire».
Io piango più che al funerale di mia madre. Ad un certo punto Davide mi dice «è il tuo momento, il pozzo è il tuo…devi parlare tu». Gli dico che non sono in grado, che non riesco a mettere due sillabe in fila…che dicesse lui il mio pensiero. Lo conosce bene, ne parliamo da anni e lo ripetiamo tutte le sere: «Non mi devono ringraziare, questo è solo un piccolo risarcimento per quello che l’Africa ha subito, per un sistema economico che li schiaccia e li sfrutta…». «Roberto…!?» – mi interrompe Davide – «questo non lo capiscono! Sono dinamiche troppo complicate per loro. Gli dico che siamo tutti fratelli e tra fratelli ci si aiuta??». «Si».

Ora Malua dal prossimo mese avrà un pozzo. Berranno acqua pulita ed i suoi abitanti non moriranno di malattie legate alla contaminazione dell’acqua.
Ma io mi sento, nel mio piccolo (che Dio mi perdoni!), come Schindler alla fine del film. Dopo aver salvato quasi 1200 ebrei piangendo dice: «Ne potevo salvare qualcuno in più». ◘

L’associazione Sottosopra Onluss ha questo Iban: IT94D 03069 38740 10000 000 2112 (causale “un pozzo per…”) e può essere oggetto della donazione del 5×1000 scrivendo nell’apposito spazio in dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90016900541
cell: 333-9247415 email: rocombo@tiscali.it

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