Lo spunto per questo scritto me lo hanno dato i campionati mondiali indoor di atletica leggera tenuti a Birmingham tra il 2 e il 4 marzo scorsi e conclusisi con la conquista di un’unica medaglia di bronzo da parte di Alessia Trost nel salto in alto, una donna che come altre nostre autentiche eroine salva almeno la faccia del nostro sport. Pochi giorni prima mi avevano lasciato perplesso i toni trionfalistici assunti dal presidente del Coni Giovanni Malagò per i risultati ottenuti alle recenti Olimpiadi invernali tenute in Corea del Sud.
Le 10 medaglie vinte in Corea ci pongono al 13° posto dietro tutti i paesi che hanno montagne e neve, e comunque in misura inferiore all’Italia che può giovarsi dell’intero arco alpino e anche degli Appennini. Considerando il rapporto popolazione/medaglie siamo davanti solo ai paesi africani, sud americani e quelli asiatici che per ragioni religiose non hanno tradizione sportiva. Insomma siamo gli ultimi nel blocco occidentale dei paesi economicamente avanzati. C’è di che esultare? Certamente occorre onorare le straordinarie donne e i pochi maschi che comunque salvano in qualche modo la baracca e, che, giustamente glorificati nei Tg, danno l’impressione allo spettatore distratto di un movimento sportivo italiano in salute. Penso invece che ci si debba amareggiare per uno sport nazionale un tempo glorioso e oggi boccheggiante. A un appassionato come me torna in mente, ad esempio, la casella tristemente vuota dell’atletica leggera nelle ultime Olimpiadi estive. Mi pare di rivivere, con lo sport, le stesse dinamiche della politica. Dal “tutto va bene, i ristoranti sono pieni” di Berlusconi al “siamo fuori dalla crisi, il Pil è cresciuto” del recente tormentone renziano. I media glissano sul fatto che comunque il Pil sia cresciuto meno di tutte le nazioni europee, così anche nello sport non viene affrontata la verità di una inferiorità rispetto a nazioni paragonabili all’Italia per storia, tradizioni ed economia.
Per avvalorare queste sensazioni, ho compiuto una indagine statistica che rendesse oggettiva la valutazione. Il raffronto con le altre nazioni a livello di medaglie d’oro, argento e bronzo vinte l’ho fatto considerando l’intervallo di 10 anni in cui si sono svolte le ultime sei Olimpiadi tra estive e invernali. Ma non ho confrontato il fuorviante valore assoluto dei successi, limitandomi a confezionare una classifica basata sul rapporto tra popolazione e medaglie.
L’istogramma che ho ottenuto è molto eloquente.
Il ventisettesimo posto in questa graduatoria ci pone dietro tutte le nazioni paragonabili all’Italia. Svettano i paesi nordici e quelli di origine anglosassone. Ci sovrastano tutti i paesi confinanti, che per molte ragioni sono accostabili e confrontabili con noi.
Ci sarebbe anche da considerare la qualità delle medaglie messe in rapporto con il numero di praticanti e la popolarità degli sport. Questo farebbe precipitare ulteriormente l’Italia che alimenta il medagliere con sport cosiddetti minori. Nell’istogramma le medaglie sono state considerate equivalenti. Potrebbe ulteriormente peggiorare il quadro se si considerassero sport molto seguiti, ma parimenti in crisi come il calcio, il ciclismo, il rugby, il tennis e la motoristica. Allarmante anche l’esiguo numero di giovani promettenti e l’età media relativamente alta dei nostri atleti vincenti.
Può consolarci di essere davanti alla Spagna, che tuttavia ha una tendenza in crescita al contrario dell’Italia. La lieve crescita del numero di nostre medaglie conquistate nelle ultime tre Olimpiadi invernali (5, 8, 10) è ridimensionata dall’aumentato numero di discipline ammesse. Poco significativo inoltre figurare davanti agli Usa poiché quel comitato non ammette ai giochi atleti che non superano la inappellabile selezione preolimpica (trials) pur essendo potenziali vincenti. Gli americani vincerebbero molte altre medaglie se ammettessero tutti gli atleti accreditati di prestazioni da finale olimpica.
Torniamo al personaggio che mi ha ispirato questa analisi, cioè colui che voleva fare le Olimpiadi a Roma nel 2024, pur sapendo che questa città è già sull’orlo del fallimento con un debito di una quindicina di miliardi. Malagò è stato inoltre durissimo col presidente della Figc Carlo Tavecchio dopo l’eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio. Ne ha chiesto le dimissioni e ha commissariato la Federazione con Roberto Fabbricini, mentre egli stesso ha preso la responsabilità della Lega di serie A. Concesso che Tavecchio sia indifendibile, non è più grave che nessun atleta sia in grado di rappresentarci ad alto livello nelle ben 42 discipline dell’atletica leggera? Non dovrebbe egli stesso essere messo in discussione se durante la sua presidenza del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (Coni), che risale al 2013, non si registrano miglioramenti di sorta? E non è forse vero che l’impiantistica nel nostro paese è rimasta insufficiente e talvolta risulta fatiscente?
Sinora ho parlato dello sport agonistico e competitivo. Ma non mi sfugge l’importanza dello sport come portatore di contenuti etici, civici, di salute fisica e mentale. Un mezzo per avere cittadini migliori. I due aspetti non sono disgiunti. Se avessimo una scuola che presentasse lo sport come valore importante, se esistessero strutture all’altezza e insegnanti motivati e consapevoli, allora avremmo tanti praticanti in più e tanti campioni in più.
Occorre un nuovo corso nello sport e una rifondata politica a indicare la via. 

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