Il futuro della scuola

Si assiste a un curioso spettacolo che ha l’aspetto della farsa: da un lato si annunciano futuri meravigliosi e, dell’altro, si prosciugano le casse della scuola e si riducono gli organici

di Matteo Martelli

L’introduzione delle tecnologie informatiche nelle scuole italiane risale agli inizi degli anni Ottanta. Il Ministero della Pubblica Istruzione, soprattutto la Direzione Tecnica e quella Professionale, scelse di dotare le scuole dei primi personal computer per addestrare i ragazzi all’uso dei nuovi strumenti tecnici e promosse corsi di formazione destinati innanzitutto ai docenti di matematica e delle materie professionali. Come documenta anche la Mostra “A scuola di scienza e tecnica”, allestita a Sansepolcro nel Palazzo Collacchioni (4 aprile/23 maggio 2009), in quegli anni comparvero i primi computer, come l’M24 dell’Olivetti compatibile con il sistema Ms-Dos e adattabile ai software disponibili allora sul mercato. Nel 1982 il Commodore 64 fu il computer più venduto al mondo. Le statistiche registrano un dato impressionante per i tempi: furono oltre 17 milioni gli esemplari diffusi nel mercato mondiale. Negli ultimi trent’anni molte cose sono cambiate. Se allora si parlava del “compagno computer” oggi il computer e la rete sono sul tavolo dei nostri figli e sono gli strumenti d’uso quotidiano soprattutto a casa da parte della generalità dei ragazzi in età scolare. I numeri sono eloquenti. Il 60,9% delle famiglie italiane con almeno un minorenne sono collegate a internet. Il 59% delle scuole italiane sono fornite di collegamento Adsl (Fonti Istat e Miur). Ultimo dato da non trascurare. Dall’anno scolastico 2011/2012 i collegi dei docenti, nel rispetto delle disposizioni ministeriali, non potranno più adottare i libri tradizionali, ma dovranno scegliere: optare per gli e-book oppure per le soluzioni miste, con sezioni digitali e sezioni cartacee. La novità andrà in vigore parzialmente già dal prossimo anno scolastico e poi diventerà prassi negli anni successivi.

Ma, ci chiediamo: il passaggio dal libro di testo cartaceo al libro digitale quali conseguenze avrà per le famiglie, nella vita delle scuole e nella didattica quotidiana? Non mancano atteggiamenti trionfalistici di chi pensa che finalmente gli zaini saranno svuotati e anche le tasche dei genitori non subiranno i tagli annuali del “caro libri di testo”. Perplessità sono avanzate da chi avverte che non tutte le famiglie sono in possesso di computer e di accesso alla rete. E che in ogni caso è bene prevedere che alle spese del cartaceo si sostituiranno quelle per il digitale e gli annessi e connessi. Ma il tema di maggior peso riguarda senza dubbio il riflesso sull’organizzazione dell’insegnamento e sulla didattica quotidiana. Che la rete possa fornire una quantità senza fine di informazioni, di stimoli, di suggerimenti, di percorsi di ricerca nessuno lo nega. Che l’e-book possa essere usato come un cellulare e possa consentire di navigare nel web alla ricerca di dati e di informazioni è da tutti riconosciuto. Occorrono alcune condizioni che l’amministrazione scolastica deve assicurare a studenti e docenti. Innanzitutto: che tutte le scuole, tutti i plessi siano forniti di un congruo numero di computer, siano attrezzati sotto il profilo tecnologico (dai laboratori alle lavagne digitali), siano dotati di personale tecnico, siano collegati alla rete. Che i docenti siano aggiornati sotto il profilo della conoscenza e dell’uso delle tecnologie informatiche e digitali. A questo punto il digitale può diventare un prezioso strumento della didattica laboratoriale, può consentire un insegnamento-apprendimento critico, può favorire un uso consapevole – a scuola e a casa – delle tecnologie, può liberare studenti e famiglie dalla passività acritica di fronte alla forza pervasiva del dominio dei signori del digitale. Ed appare del tutto ovvio che l’ingresso nella scuola delle tecnologie e del digitale non richieda meno scuola ma più scuola.

Ma, come si fa – in Italia – a offrire più scuola, soprattutto più scuola di qualità, se il Ministero decide di tagliare quasi 8 miliardi al finanziamento, se gli istituti scolastici non solo non riescono con i fondi a disposizione a rinnovare il parco tecnologico, ma neppure a garantire le supplenze in caso di assenza dei docenti titolari e, in alcuni casi, ad assicurare la carta igienica nei bagni e l’acquisto del materiale didattico di consumo? Si assiste a un curioso spettacolo che ha l’aspetto della farsa. Da un lato si annunciano grandi cambiamenti, profondi riordini, futuri meravigliosi per le scuole, i ragazzi e i docenti, dall’altro – invece – si prosciugano le casse delle scuole, si riducono drasticamente gli organici, non si dà alcuna considerazione al personale tecnico che è addetto a far funzionare le tecnologie nelle scuole, anzi si minaccia di ridurlo ai minimi termini e di azzerarlo in alcune realtà. E quale è la reazione dei docenti e dei dirigenti in questa delicata fase di transizione del sistema scolastico italiano? Non si registrano rifiuti aprioristici. Il personale più motivato si interroga sul futuro della scuola, sul destino del bene comune per antonomasia della nostra società civile.

Nei recenti seminari svoltisi sia a Città di Castello (23 aprile) sia ad Arezzo (27 e 29 aprile) dirigenti e docenti presenti non hanno espresso aprioristica-mente una posizione di conservazione e di resistenza di fronte ai provvedimenti e alle proposte diramate da Viale Trastevere. Si sono chiesti a quali strategie pedagogiche fossero ispirati i cambiamenti intervenuti nel primo ciclo (scuola dell’infanzia, scuola primaria e secondaria di primo grado). La risposta desolata è stata una sola. Il Ministero intende far cassa e a questo fine riduce il tempo scuola e conseguentemente gli organici. Più articolata è stata la diagnosi svolta sul ventilato riordino delle scuole medie superiori. Il secondo ciclo dell’istruzione italiana non è stato mai riformato nel suo insieme a partire dalla riforma Gentile (1923). Tuttavia, i licei, i tecnici, i professionali, gli istituti d’arte negli ultimi trent’anni hanno subito profondi cambiamenti. Anzi, in ragione delle innumerevoli sperimentazioni avviate dai decreti delegati del 1974 e rafforzate sia dalla iniziativa riformatrice di alcune direzioni ministeriali (la Tecnica e la Professionale), sia dal fondamentale lavoro di ripensamento dei curricoli portato avanti dalla cosiddetta Commissione Brocca a cavallo degli anni Novanta, si può affermare, senza timore di essere smentiti, che sono rare le scuole medie superiori che nell’offerta formativa indicano soltanto i piani di studio e i conseguenti curricoli degli ordinamenti ministeriali. Le scuole si sono rinnovate, hanno sperimentato, hanno arricchito i propri curricoli ed hanno integrato l’offerta formativa con progetti integrativi generalmente di grande dignità. L’insegnamento almeno di una lingua straniera e il ricorso alle tecnologie informatiche sono presenti nella totalità degli istituti superiori. Mancano – nella maggioranza delle scuole – i laboratori scientifici.

Quali finalità – ci chiediamo – intende perseguire la Ministra Gelmini con gli annunciati provvedimenti di riordino delle scuole medie superiori, se il quadro è quello appena delineato? Fin dall’anno prossimo si procederà da parte delle Regioni nel processo di dimensionamento/accorpamento delle scuole sottodimensionate. Dall’anno scolastico 2010/11 sarà ridotto drasticamente il numero degli indirizzi di studio che si sono moltiplicati in modo incontrollato. Sarà ridotto il tempo scuola settimanale negli istituti tecnici, nei professionali e negli artistici. Saranno ridisegnati i piani di studio e confermate/modificate le Indicazioni nazionali di impronta Brichetto. Alle singole scuole il compito più gravoso. Progettare i curricoli di indirizzo da presentare fin dal prossimo autunno nell’offerta formativa ai genitori degli allievi delle prime dell’anno scolastico 2010/11. Utilizzare gli spazi previsti dall’autonomia (dal 20% al 45% dell’orario complessivo) per modificare e adattare i piani di studio per rispondere così con efficacia ai fabbisogni formativi del territorio. Sembrano per ora irrisolvibili – almeno ragionando sulle bozze dei regolamenti ministeriali che circolano sulla rete in vista dell’approvazione definitiva – alcune gravi questioni. La spazio e il peso specifico da riservare all’insegnamento scientifico nei vari indirizzi di studio. La svalutazione della didattica laboratoriale in presenza di tagli agli organici del personale di laboratorio. L’azzeramento di sperimentazioni che sono state il fiore all’occhiello delle innovazioni metodologiche e didattiche degli ultimi trent’anni (cfr. l’indirizzo scientifico tecnologico). La cancellazione di tutti gli indirizzi artistici e professionali collegati alle specificità del territorio: la specializzazione nell’arte del legno ad Anghiari; quella del mosaico a Ravenna, dell’alabastro a Volterra, del marmo a Carrara, per fare solo qualche esempio.

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