L’affermazione di Hamas

La jihadizzazione della causa palestinese come leva e motore per mantenere viva la regionalizzazione del conflitto non è stata compresa nella sua pericolosità né dalle autorità palestinesi né da quelle israeliane. E le sottovalutazioni e gli errori hanno facilitato la penetrazione e la crescita dell’islamismo di Hamas

di Luciano Neri

Raramente tanto sconsiderato autismo ha segnato le analisi di politici e commentatori come quelle utilizzate per valutare la vittoria elettorale prima e la crescita di Hamas poi nella società palestinese. Dopo le elezioni palestinesi, da parte di quelli stessi che in Occidente le avevano programmate e volute, si è parlato di “…terremoto politico, di risultato assolutamente inatteso, di costernazione, di paura…”, per descrivere un esito elettorale, e quindi un evento politico, tanto tragico quanto prevedibile. E per questo evitabile. L’ascesa di Hamas non è una novità ma una costante almeno dagli anni Ottanta, facilitata da responsabilità clamorose e gravi sia dei governi israeliani che dell’Autorità palestinese. E da dinamiche regionali e internazionali che hanno fortemente sostenuto questa ascesa, come la guerra in Iraq e l’unilateralismo dell’amministrazione Bush.

Hamas, dopo anni di attività, nasce ufficialmente come movimento il 18 aprile 1988 con la Carta – lo statuto del movimento – che in 36 articoli definisce molto chiaramente i rapporti con la Fratellanza musulmana, della quale Hamas rappresenta la sezione palestinese, e l’obiettivo politico di fondo: reislamizzare tutte le società arabe, compresa quella palestinese. A partire innanzitutto dai governi. Un discorso di carattere religioso e nazionalista insieme, ispirato ai principi più estremi e pericolosi dell’islamismo teocratico, portato avanti da una organizzazione che nel tempo si è strutturata non come organizzazione terroristica, ma come organizzazione politica e sociale che utilizza il terrorismo, e per questo in un certo senso più pericolosa di una organizzazione terroristica perché, a differenza di questa, dispiega una capacita di penetrazione e di costruzione di consenso, sociale ed elettorale, molto più alta. Rigidità ideologica e confessionale da una parte e grande duttilità tattica nell’azione politico-sociale quotidiana hanno caratterizzato e caratterizzano l’attività di Hamas, con legami sempre più estesi a livello regionale, con I fratelli musulmani di tutto il mondo Arabo e con molti regimi, non solo quello egiziano, dai quali ottengono ingenti fondi. Dopo la prima invasione del Kuwait, e la disastrosa scelta di Arafat di sostenere Saddam, i fondi che dall’Arabia Saudita e dagli altri Paesi del Golfo arrivavano direttamente all’Autorità Nazionale Palestinese vengono dirottati su Hamas che aveva mantenuto una linea di neutralità. Da quel momento Hamas ha a disposizione molti più fondi di quelli, pure ingenti, dei quali poteva disporre l’Anp (Autorità nazionale palestinese), prevalentemente provenienti dalle istituzioni europee. A questo si aggiunga il dinamismo finanziario di Hamas, la sua capacità di costruzione di una rete finanziaria a livello internazionale. Nel 1977 viene fondata la Banca Islamica in Lussemburgo, da quel momento in poco tempo la rete dei Fratelli Musulmani potè avvalersi di almeno altre sette società, presenti, oltre che in Lussemburgo, in Danimarca, Inghilterra, Isole Cayman, Stati Uniti. È questo network finanziario che porrà le basi per la successiva fondazione di Al Taqwa, la banca islamica fondata dai Fratelli Musulmani a Lugano nel 1988. In oltre un decennio l’ascesa dei Fratelli Musulmani è stata rapida e crescente, dall’Egitto si è estesa alla Palestina, alla Giordania, al Sudan, al Libano, alla Libia, alla Siria, all’Iraq e se oggi si votasse in condizioni di parità e di legalità in molti di quei Paesi sarebbero maggioranza partiti espressione della Fratellanza.

È ovvio che dentro questa prospettiva la causa palestinese rappresenta, sia dal punto di vista storico che simbolico, il campo di battaglia principale per il movimento jihadista islamico. Non a caso l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Palestina, attraverso Hamas, è stata crescente, rapida, straordinaria, quanto assolutamente prevedibile. Con i fondi del network della Fratellanza e di molti regimi arabi, compresi quelli “moderati” e alleati dell’Occidente, Hamas ha sostenuto e fondato scuole, ospedali, università, giornali, reti televisive, riuscendo a radicarsi in ogni ambito della società. La jihadizzazione della causa palestinese come leva e motore per mantenere viva la regionalizzazione del conflitto, questo il progetto che non è stato compreso nella sua pericolosità e nella sua pervasività, né dalle autorità palestinesi né da quelle israeliane, e le sottovalutazioni, come gli errori, hanno facilitato e accompagnato la penetrazione e la crescita dell’islamismo di Hamas. Per questo oggi stupisce lo stupore, non l’affermazione elettorale di Hamas. In tutte le recenti elezioni universitarie il Blocco islamico (Hamas) ha vinto, da Bi’r Zeit all’American–Arab University, dal Politecnico di Hebron a Ramallah. Così come impetuosa e costante è stata l’affermazione alle elezioni municipali. Welfare e Corano, opposizione a qualsiasi “concessione” e uso politico dei kamikaze per far fallire qualsiasi trattativa e per distruggere l’Autorità Nazionale Palestinese, precondizione per la jihadizzazione della causa palestinese, per l’islamizzazione di uno Stato palestinese che si estende dal Mare al Giordano. E quindi che non prevede l’esistenza di Israele. È questa lotta, al tempo stesso religiosa, nazionale, politica, sociale, culturale, armata, e infine elettorale, che ha caratterizzato l’affermazione di Hamas, coincidendo con la crisi di consensi e di credibilità di Al Fatah e dell’Anp, una crisi dirompente che può anche diventare irreversibile se non ci sarà una vera e propria rifondazione dell’organizzazione, della strategia e degli obbiettivi.

Ma non è Abu Mazen che può fare questo, e l’unico che può farlo è in prigione, Marwuan Barghouti. E in molti hanno lavorato per l’affermazione di Hamas, sia nel campo israeliano che in quello palestinese. Israele ha promosso il movimento islamico nei territori occupati perché predicava contro la laica Olp, considerata al tempo il nemico principale. A loro volta Arafat e l’Anp non hanno compreso la pericolosità di Hamas, e anzi hanno pensato di utilizzarla, di volta in volta, nei momenti di impasse delle trattative. Fino a che la tigre ha divorato chi pretendeva di cavalcarla, fino a che Hamas, attraverso le proprie strutture sociali e il proprio esercito, non è diventata più forte della stessa Anp, al punto tale da vanificare qualsiasi ipotesi di far rientrare tutto, compresa la titolarità dell’uso della forza e le strutture militari, sotto l’autorità di Arafat prima, e di Abu Mazen poi. Sia Arafat che il Fatah, e oggi Abu Mazen, hanno sottovalutato il fondamentalismo politico-religioso palestinese, che è riuscito a devastare, assieme all’occupazione, la cultura, il tessuto e la coesione di una società storicamente laica e colta. E certo ha aiutato l’affermazione di Hamas l’occupazione israeliana dei territori, gli attacchi ingiustificati, le punizioni collettive, le umiliazioni, la confisca delle terre, la povertà e le condizioni di invivibilità di larga parte della popolazione palestinese. E soprattutto la indisponibilità a una soluzione globale del conflitto da parte di Sharon e delle successive leadership israeliane. Indisponibilità che ha ulteriormente isolato e indebolito la già debole Autorità palestinese e un inconcludente Abu Mazen, prigioniero degli errori di Arafat e dell’islamismo radicale palestinese.

L’uscita unilaterale di Israele da Gaza, condivisibile come obiettivo, si è rivelata una tragedia per la causa del dialogo e della pace. L’Anp voleva un accordo che non è stato concesso. Il messaggio del governo israeliano è stato chiaro: con i palestinesi non è possibile alcun accordo, il solo il linguaggio che capiscono è quello della forza. Gaza è stata evacuata unilateralmente, in seguito ai tanti attentati kamikaze e agli attacchi di Hamas che ha mandato un identico e simmetrico messaggio ai palestinesi: il solo linguaggio che capisce Israele è quello della forza. È così che i palestinesi si sono sempre più convinti che la linea trattativista di Abu Mazen non porta da nessuna parte e che sono stati gli attentati di Hamas a “liberare” Gaza oggi, e potranno liberare la Palestina domani. Entrambi i messaggi sono stati particolarmente negativi, hanno indebolito la linea della trattativa e rafforzato gli integralisti di entrambi gli schieramenti. Umiliare l’Anp, ridurre a fantoccio Abu Mazen (“un pollo spennato”, così fu definito da Sharon per dimostrare l’inesistenza di interlocutori autorevoli nel campo palestinese), evitare qualsiasi trattativa, ha danneggiato tra i palestinesi e gli israeliani le componenti favorevoli al dialogo.

Il piano di Sharon, (e di Olmert) rifiuta un accordo globale, definisce unilateralmente i confini di Israele, non prevede il riconoscimento della sovranità palestinese (o internazionale) su Gerusalemme est, mentre prevede l’annessione a Israele di circa la metà della Cisgiordania (il 10% già inglobata dal muro, le colonie e la fascia di protezione della valle del Giordano).

La vittoria di Hamas è un segnale molto negativo perché non è solo l’affermazione elettorale di un partito islamista. È la messa in discussione di quel mondo palestinese laico che in questi anni si è presentato non solo come rappresentante di un popolo alla conquista di un proprio Stato, ma anche come esperienza che assumeva, pur con tutti i limiti e le contraddizioni, il sistema democratico, in evidente contrasto con gli stessi regimi arabi. La giustezza di una causa non si definisce solo da un obiettivo generale, ma anche dal tipo di società che si vuole costruire. E uno Stato teocratico, fascista, sessista come quello che vogliono i Fratelli Musulmani e Hamas non è un obiettivo giusto, soprattutto per i palestinesi, non è una causa giusta da sostenere, ma un progetto da denunciare e da contrastare. E uno schieramento di sinistra o laicodemocratico che non fa questo perde la sua ragione di fondo, viene cancellato, scavalcato da chi utilizza la causa e i morti palestinesi per affermare una proposta di “fascismo islamico” che non è stata sufficientemente compresa né adeguatamente contrastata.

La crescita di Hamas e dell’islamismo rischia di seppellire la prospettiva di una leadership e di una società democratica. Le elezioni in Palestina avvengono in due forme distinte, con metà dei membri del Parlamento che sono eletti votando liste di partito, come in Israele, e un’altra metà che sono eletti in liste di distretto. Nelle elezioni delle liste di partito Hamas ha vinto di strettissima misura, e questo significa che la gran parte della popolazione non è distante dalla opzione di Fatah, due popoli due stati, pace con Israele. Molti dei voti conquistati da Hamas non hanno niente a che fare con la religione o con il fondamentalismo, ma con la protesta. Protesta contro la corruzione dilagante della quale si è reso responsabile Fatah, partito che in forma esclusiva gestiva il potere e l’Anp. L’uomo della strada che vedeva drammaticamente peggiorare la sua situazione ha interiorizzato che quelle istituzioni arroganti e corrotte non si prendevano cura della sua condizione personale né di quella del popolo, finendo per addossare all’Anp tutte le responsabilità, compresi gli effetti dell’occupazione. Nelle elezioni distrettuali il risultato di Hamas è stato il più evidente, ha presentato candidati più credibili, estranei alla corruzione, supportati da una macchina organizzativa disciplinata e molto più efficace dell’anarchia organizzativa di Fatah. In ogni distretto i candidati di Fatah erano diversi e sempre in conflitto tra loro. Se a questo aggiungiamo lo scenario regionale, con la guerra in Iraq in primis, solo uno sprovveduto poteva e può stupirsi della affermazione e della crescita di Hamas. Nel contesto mediorientale nel quale le spinte fondamentaliste sono forti, stanno però crescendo un’opinione pubblica e componenti politiche che nei diversi paesi arabi partono da presupposti di laicità dello Stato, di convivenza tra culture e religioni, di rispetto di principi e diritti essenziali, di affermazione di diritti e libertà, per costruire le basi istituzionali e parlamentari.

Queste persone, questi movimenti, queste idee devono essere sostenuti, con più forza e convinzione, dall’Europa, dalle forze progressiste, dagli Stati Uniti. Se crescono si aprono prospettive nuove e possibilità per accordi duraturi e giusti. Non sono più regimi fintamente “moderati” e sostanzialmente islamisti e dittatoriali (Arabia Saudita, Emirati, Egitto eccetera) a garantire stabilità per la regione e cooperazione con l’Occidente. Ma dobbiamo crederci nella costruzione di una prospettiva democratica. Coloro che credono nella santità della terra, e che da questo fanno derivare il rifiuto di qualsiasi compromesso e la cancellazione dell’altro, come Hamas in Palestina ed i gruppi fondamentalisti ebraici in Israele, sono minoranza. Questo ci dicono i ripetuti sondaggi fatti in tempi relativamente tranquilli sia nella società israeliana che in quella palestinese. Opinioni che si capovolgono quando la stessa domanda è fatta in periodi di alta conflittualità o di guerra. Oggi c’è bisogno di altro, di coraggio e di realismo, e soprattutto di non rassegnarci alla logica della guerra permanente. Tzipi Livni e Barak hanno annunciato che l’obiettivo era quello di rovesciare il governo di Hamas a Gaza. Non solo questo non è avvenuto ma Abu Mazen, sempre più debole, è stato costretto a rilanciare il governo di unità nazionale con la stessa Hamas. La guerra legittima e rafforza, non indebolisce, il terrorismo o organizzazioni come Hamas. L’unico modo per sconfiggere Hamas e l’islamismo jihadista è rilanciare il processo di pace, è fare concessioni alla componente di Abu Mazen, è la fine dell’occupazione, la liberazione dei prigionieri e la costituzione di uno Stato palestinese.

Non ci sono più margini, né politici né temporali, per riproporre negoziati “barzelletta” come quelli avviati negli anni e nei decenni scorsi, da Oslo in poi. O come quelli di Annapolis. E non potranno essere gli israeliani e i palestinesi, da soli, a svilupparli e portarli a termine. La pace si potrà fare solo se saranno gli Stati Uniti a volerla. I primi segnali di Barak Obama sembrano incoraggianti, e d’altra parte un paese come gli Stati Uniti nella condizione attuale, con il pantano iracheno, l’apertura del fronte iraniano, l’aumento delle criticità in quello afgano, la pressoché totale scomparsa dal continente latinoamericano e una drammatica crisi economica dovrà necessariamente orientarsi verso un accordo globale che coinvolga quanti più attori possibili del Medioriente. e per fare questo non potrà prescindere dalla ricerca di una soluzione del conflitto israelo-palestinese.

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