Stranieri. C´è un´altra Città di Castello accanto a quella che conosciamo

Si fa strada lentamente e tra mille difficoltà un modo diverso di rapportarsi con gli stranieri. Lo testimoniano le numerose attività commerciali sorte in questi ultimi anni

Testo e foto di Claudia Belli

Qualche tempo fa ha suscitato scalpore la delibera del sindaco di Lucca che limita i ristoranti etnici nel centro storico con la seguente motivazione “tali attività di preparazione gastronomica e vendita similari sono incompatibili con le esigenze di valorizzazione del patrimonio storico e ambientale e con le esigenze di qualificazione del centro storico”. Come se la cucina di altri paesi potesse rappresentare una minaccia per quella italiana e la contaminazione e l’interazione tra culture diverse non fossero fattori positivi nel mondo della gastronomia e non solo.
Quella culinaria, come ogni forma di arte, ci dà l’opportunità di affacciarci alle altre culture e questo non può che arricchire chi sceglie di aprire questa finestra, mettendo da parte le diffidenze e la presunzione etnocentrica che non possa esistere niente di meglio di ciò che si conosce da sempre.
Nel centro storico di Città di Castello non mancano le opportunità di conoscere qualcosa di nuovo, non solo attraverso la cucina, ma anche tramite la musica e l’artigianato che arrivano da altri paesi.
Ad aprile, in piazza Gabriotti, Vera e Tatiana hanno inaugurato il loro negozio La bottega dello Zar che propone un curioso connubio tra prodotti tipici russi e umbri, artigianato ucraino, oltre a cd e dvd in lingua originale che non è detto siano destinati soltanto agli immigrati dell’ex Urss. Vera e Tatiana infatti hanno molti clienti italiani che dimostrano curiosità e si interessano dei prodotti che non conoscono al punto da stupire le due ragazze che non si aspettavano così tanto entusiasmo. Eppure, nonostante la gentilezza e l’educazione dimostrata dai clienti, dopo pochi giorni dall’inaugurazione, una signora è inciampata sul tipico luogo comune che interessa le ragazze dell’est, complimentandosi con le due giovani per la loro attività e sottolineando come questo ammirevole gesto imprenditoriale fosse un’ottima alternativa alla meno virtuosa abitudine di “rubare i mariti italiani”. Ma se la gaffe della signora fa sorridere le due gestrici che possono scherzare sopra un cliché che ormai dovrebbe essere superato, lo stesso non si può dire delle scritte razziste che il signor Gandal, di origini pakistane, ha trovato qualche mese fa fuori del suo negozio di kebab Pakfood. Fortunatamente questo spiacevole episodio non ha avuto un seguito, si può quindi pensare che sia stato un caso isolato, ma non definibile con i termini blandi “ragazzata” o “bravata” come troppo spesso vengono liquidati questi gesti, gravi e condannabili in ogni caso. I clienti italiani di questa attività sono proprio i giovani, una fascia di età abbastanza ampia che ha ormai introdotto kebab e felafel nella propria dieta, senza per questo rinunciare a pasta e pizza.
Il signor Gandal gestisce anche un Internet point, da dove è possibile effettuare anche chiamate internazionali, che a quanto pare è rimasto l’unico in tutta la città. Le norme antiterrorismo infatti renderebbero davvero troppo complicato effettuare una chiamata, così secondo Gandal i clienti preferiscono spendere un po’ di più e chiamare da una cabina senza perdere troppo tempo a registrare documenti, mentre un ipotetico terrorista si terrebbe in ogni caso alla larga da un esercizio del genere perché troverebbe comunque il modo di effettuare chiamate senza controllo.
Leggi specifiche servono invece per permettere la macellazione di animali secondo il diritto islamico, in effetti un decreto che la consente esiste già dal 1980, ma Mohmed Boudal, che da un anno gestisce un piccolo alimentari con macelleria, spiega che non è così semplice dal momento che in Umbria soltanto un mattatoio a Foligno ha il permesso, difficilissimo da ottenere, per effettuare tale pratica. Il suo negozio ha pochissimi clienti italiani, perlopiù sono persone che hanno vissuto all’estero oppure che sono state in Francia o nei paesi del Magreb e ricercano prodotti che li avevano colpiti particolarmente, primo tra tutti il cous cous, che qui è molto diverso da quello del supermercato e soprattutto disponibile in una varietà impressionante.
Anche nel caso del negozio di gastronomia rumena Madi.Rom. molti dei clienti italiani sono stati immigrati a loro volta. D’altra parte l’immagine che hanno all’estero di noi italiani non è sempre “pizza e mandolino”, a volte infatti gli stereotipi sono gravi e offensivi. Quindi per noi dovrebbe essere facile capire Maria Avram, proprietaria di Madi.Rom. insieme al marito Corvin, quando più di una volta in pullman è stata costretta a mordersi la lingua per non replicare alle generalizzanti maldicenze sui suoi connazionali basate su pochi fatti di cronaca, messi in risalto ad arte dalla stampa nazionale, per manipolare l’opinione pubblica italiana.
Eppure le due culture non sono così lontane e molti dei clienti degli Avram sono ragazzi e ragazze italiani che vogliono sorprendere i propri fidanzati rumeni con una cucina che ricordi il loro paese; quindi chiedono consiglio a Maria per ricette e ingredienti. A quanto pare la convivenza non è impossibile.
La cucina è solo il più immediato tra i mezzi che abbiamo a disposizione per curiosare nelle altre culture, tantoché molti degli immigrati che gestiscono negozi preferiscono puntare sulla musica e importano cd non solo per alleviare la nostalgia dei connazionali, ma anche per farci conoscere un aspetto folcloristico dei loro paesi, che non è solo tradizione, ma anche pop contemporaneo.
Khadija Riad dal 1998 gestisce il Bazar Marrakech e oltre ad artigianato e cd di musica araba, vende capi di abbigliamento tradizionale e risponde volentieri ai clienti curiosi che le fanno domande sul suo velo. Sicuramente le fa più piacere spiegare che porta il velo per sua scelta personale e mostrare agli interessati come lo si indossa, che sentire i borbottii di chi evita di entrare nel momento in cui si accorge che il negozio è gestito da una donna araba.
Anche Marovane Ghoviza, giovane barbiere marocchino di Acconciature Casablanca, all’inizio della sua attività è andato incontro a qualche pregiudizio, ma dopo poco tempo i vicini hanno capito che non c’era motivo di guardarlo storto e ora ha anche qualche cliente italiano.
Chi invece ha quasi esclusivamente clienti italiani è Elena Botez Florescu, più conosciuta come Vale, che da tempo gestisce il Pub Linus. Questo locale di rumeno ha ben poco, ma l’impegno che la ragazza dimostra ogni sera e la cortesia apprezzatissima da una clientela più che abituale e affezionata, non può che migliorare l’immagine della comunità rumena.
Anche la comunità cinese, sempre più numerosa a Città di Castello, sente la necessità di migliorare la propria immagine, ma soprattutto di dimostrare la qualità dei prodotti venduti.
A Qiu Qian Qian, che con la madre gestisce il negozio di abbigliamento Y Tokin, spesso viene chiesta la provenienza dei capi venduti, mentre altri preferiscono non entrare nemmeno perché la merce cinese ha una pessima fama, come se molte delle firme italiane non facessero produrre i propri capi in Cina. Qiu Qian Qian è molto giovane e non capisce l’origine di tali pregiudizi, che in effetti sono incomprensibili, ma forse imparerà a ignorarli come fa Khadija, che sa di essere nel giusto e preferisce lasciar correre, mentre ai suoi figli insegna la tolleranza e il rispetto. Oppure potrebbe accadere che nel frattempo sempre più persone abbiano la voglia e la volontà di avvicinarsi alle altre culture, non solo assaggiando e provando prodotti importati, ma anche interessandosi e cercando di instaurare conversazioni con persone che vogliono costruire una vita nel nostro Paese e che sono davvero disponibili a raccontare la loro storia.

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