Una guerra civile pr la democrazia?

Reportage / Il Kenya dopo le elezioni

La situazione rischia di degenerare in un conflitto tribale molto pericoloso

di Cecilia Bruschi
Sabato, due giorni dopo le elezioni presidenziali, a Nairobi ci trovavamo tutti davanti alle televisioni, attaccati alle radiotrasmittenti e con gli occhi puntati ai cellulari per carpire tutte le informazioni possibili sui risultati definitivi. I primi scrutini davano in vantaggio lo sfidante Raila Odinga, che a metà spoglio superava il presidente Kibaki di circa 1 milione di voti.
La nazione intera per giorni ha aspettato con il fiato sospeso il nuovo governo. La tensione era palpabile e i sostenitori di Odinga pronti a reagire in caso di sconfitta. Alle 12:00 di domenica la Eck (Commissione Elettorale del Kenya) fa sapere che da un momento all’altro verrà annunciata l’elezione del nuovo presidente. Ma il verdetto finale arriva solo in tarda serata, poco prima delle 18:00, quando gli animi erano ormai al culmine dell’eccitazione.
L’ex presidente Kibaki (tribù Kikuiu) vince le elezioni e si riconferma al governo con 4.584.721 voti contro i 4.352.993 di Raila Odinga (tribù Luo), mentre Kalonzo (tribù Akamba) resta a soli 879.903 voti.
La rabbia, dovuta alla fame e alle ingiustizie subite per anni, cattura le menti e i cuori della gente ed esplode adesso in un colpo solo. La delusione parte da quel 12 dicembre 1963 quando il Kenya non è più una colonia inglese ma si trasforma in una repubblica presidenziale autonoma. È stato il momento della possibile rivincita, tanto sognata, ma anche quello dell’inizio della corruzione, del dominio e delle prevaricazioni sociali dei neri nei confronti di se stessi. Un terribile smacco per l’evoluzione del Kenya, così grande che oggi la gente ne subisce le dure conseguenze. In quasi 50 anni il paese non ha saputo concepire la libertà come una risorsa comune ma ci si è buttato addosso come ci si lancia su un piatto pieno di leccornie.

La situazione oggi è, dunque, particolarmente delicata. Raila Odinga è ritenuto un abile trascinatore di folle e la sua gente, i Luo, sono sostenitori accaniti che compongono un elettorato giovane e pronto a rischiare la violenza. Il popolo dei Kikuiu si è visto depredare case e negozi, infuocati nella notte in molte baraccopoli di Nairobi e nelle città più occidentali del paese (Kisumu e Kericho), quelle dove la tribù di Raila ha la maggioranza. Si parla di 75.000 Kikuiu sfollati nella parte ovest del paese, impossibilitati a raggiungere le città a causa dei blocchi della polizia lungo le strade e degli agguati da parte del popolo Luo durante il cammino.
La rivolta, inizialmente causata dal ritardo con cui venivano trasmessi i risultati elettorali e dalla conseguente possibilità di brogli che avrebbero favorito il presidente, in seguito si è trasformata in una vera e propria lotta tribale. Ci si aspetta che la tribù dei Kikuiu possa contrattaccare e vendicare i propri morti. Ne potrebbe scaturire un vero e proprio genocidio.

Durante le elezioni presidenziali i kenyoti hanno anche votato per i candidati che comporranno il nuovo parlamento; e quasi tutti i membri del vecchio governo Kibaki (Pnu) sono stati spodestati da quelli del partito di Raila Odinga (Odm). Questo significa che il presidente si troverà a governare con un parlamento che non lo sosterrà nelle sue scelte politiche. Un motivo in più per rendere insensata questa rielezione che, appare sempre meno chiara anche sul versante della correttezza.
Nel momento in cui Kibaki stava terminando il discorso di ringraziamento alla nazione, nuovi tafferugli venivano annunciati. E da Kibera (lo slum più vicino a noi) abbiamo cominciato a sentire i primi spari, che si sono protratti per tutta la notte, mentre gli elicotteri continuavano a monitorare l’intera città.

Ci si domanda se per elezioni democratiche si intenda tutto questo e se è sufficiente l’entusiasmo dei kenyoti per il voto a farle sembrare tali. La gente ha infatti reagito con orgoglio di fronte alla possibilità offerta loro di recarsi alle urne, spesso affrontando lunghe code davanti ai seggi. Hanno espresso liberamente il proprio voto circa 8 milioni e mezzo di votanti su 15 milioni di iscritti e una popolazione totale di circa 35 milioni di abitanti. E questo è già un bel traguardo per un paese africano. Ma quello che ora questa gente sembra far fatica ad accettare è proprio il risultato del voto. L’appartenenza tribale è un valore talmente radicato fra ciascun kenyota che supera il legame della famiglia e diventa un mezzo di speranza, vendetta e unità per il prosieguo della propria esistenza.
A destare sospetti si aggiunge il comportamento poco chiaro tenuto dal presidente Kibaki durante e dopo lo spoglio dei seggi elettorali. Dopo 10 minuti dall’annuncio alla nazione, infatti, era già di fronte alle telecamere per il giuramento. Sia i tempi che le modalità di questo insediamento risultano un po’ ambigue e non hanno certo contribuito a calmare i bollenti spiriti degli oppositori. Le tv nei giorni successivi all’annuncio hanno continuato a mostrare solo programmi d’intrattenimento, mentre già la commissione elettorale di controllo dell’Unione Europea parlava di possibili brogli e di risultati poco chiari in alcuni dei seggi.
Il richiamo alla calma si era intanto trasformato in minacce nei confronti di quei cittadini che avessero avuto intenzione di manifestare in favore dell’opposizione. Ma alla fine la protesta dei sostenitori di Odinga nel centro di Nairobi si è svolta giovedì 3 gennaio, esattamente una settimana dopo le elezioni. Non si è trattato di una manifestazione pacifica e la città è rimasta bloccata sotto l’assedio dei manifestanti e della polizia.
E lo stesso Raila Odinga non invia segnali di distensione, ma al contrario minaccia un suo insediamento forzato al governo e si dichiara pronto a dialogare con Kibaki solo nel caso in cui egli si dimetta.
L’unica soluzione pare quella di un incontro fra i due leader sotto gli occhi della commissione di vigilanza dell’Unione europea, durante il quale i due possano decidere di ripetere le elezioni e ristabilire la pace fra gli abitanti della nazione. Ora tutti aspettano una risposta da parte del governo, in modo che si possa pensare di recuperare almeno in parte la terribile situazione in cui versa oggi il paese.

Agli occhi dell’Occidente l’immagine del Kenya appare più che mai appannata e una forte perdita di credibilità investe l’intero paese. Un segnale allarmante viene dallo stesso Kibaki che, finora apparentemente votato alla conquista dei diritti democratici e dello sviluppo del suo popolo, ha smesso ora di lottare contro l’idea di totalitarismo (l’ex presidente Moi aveva investito tutto nella costruzione di un’immagine solida e decisa di se stesso) e soprattutto contro la corruzione del suo governo, abbandonandosi a un completo mutismo oggi di fronte al genocidio del suo popolo. Il Kenya è oggi un paese spaccato in due, diviso dall’incertezza, che sogna l’Occidente; ma ha alle spalle una classe politica corrotta e di fronte un vuoto enorme da colmare.Ma forse è proprio questa la sfida del paese africano: costruire una nazione forte e unita, nella speranza ma anche nella lotta.

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