Urbanistica / Considerazioni su Piazza Burri di Venanzio Nocchi

La redazione de l’altrapagina mi ha proposto di scrivere una nota con la quale far conoscere la mia posizione sulla realizzazione di “Piazza Burri” a Città di Castello. Rispondo volentieri a questa richiesta auspicando che l’altrapagina apra una discussione ampia sull’argomento, stante la sua rilevanza strategica per la ridefinizione moderna del cuore della nostra città.
La questione è diventata attuale perché l’Amministrazione comunale e la Fondazione Palazzo Albizzini l’hanno fatta oggetto di un confronto di merito anche per l’interesse che, nel recente passato, investitori internazionali hanno manifestato per l’attuazione del progetto.
Il fatto che la Variante generale al P.R.G. – di cui si sta occupando da tanto tempo, a dire il vero, il Consiglio Comunale – prenda in considerazione la configurazione di Piazza Burri attraverso la redazione di una specifica scheda programmatica, è testimonianza di una volontà politica che considera la trasformazione dell’attuale Piazza Garibaldi un obiettivo da perseguire in un futuro non lontano. Voglio subito dire che anch’io ritengo questa iniziativa un evento molto importante, capace, se ben elaborato, di dare un’identità originale e avanzata al nuovo baricentro della nostra città. Vedo, nello stesso tempo, anche molti problemi connessi alla sua perseguibilità. Questi vanno evidenziati ora, nella fase in cui si sta concludendo la discussione preliminare che la riguarda.
La prima condizione da porre è che l’elaborazione del progetto esecutivo di Piazza Burri sia strettamente legata alla ridefinizione dell’ampio ambito urbano che interagisce con l’attuale Piazza Garibaldi, anzi la ispiri. Sarebbe incomprensibile, infatti, che mentre si programma una diversa identità estetica e funzionale dello spazio contiguo ai palazzi Vitelli e Albizzini, quelli che direttamente interagiscono con esso fossero lasciati all’indeterminazione. Al contrario, il disegno urbanistico dovrà tessere, in un’unitaria impostazione culturale, Piazza Burri con le aree che comprendono l’ex scuola elementare di Piazza Garibaldi (perché, intanto, non demolirla, cancellandola così dalla perplessa e contrariata vista dei cittadini e turisti che lì vedrebbero bene un comodo parcheggio in attesa di una sistemazione più congrua?), e il limbo urbano, di sgradevolissima percezione, dove insistono i Molini Brighigna, il fatiscente e quasi diruto ex Consorzio agrario e l’irrazionale viabilità che li delimita.
La Variante generale al P.R.G., secondo il mio avviso, dovrà contenere questo grande tema dando indicazioni programmatiche puntuali e prospettando la modificazione radicale del profilo urbanistico di quell’area quale obiettivo strategico da perseguire.
Si tratta, per essere più precisi, di attualizzare e integrare la previsione di organica trasformazione urbana già pensata nel 1983/84 dalla Amministrazione comunale presieduta da Giuseppe Pannacci, quando l’iniziativa intrapresa da Alberto Burri di proporre alla città una ristrutturazione dello spazio coincidente con Piazza Garibaldi, e antistante al Museo che custodiva parte della sua produzione artistica, fu utilizzata per progettare una revisione complessiva del profilo urbanistico delle zone della città che interagivano con essa.
Ricordo molto bene la discussione politica e culturale cittadina che ne derivò. Essa fu interessante perché considerava, doverosamente, la possibile realizzazione di Piazza Burri come utile leva per l’aggiornamento della visione complessiva della nostra città. Tutti i documenti pubblici che da allora furono elaborati in vista di elezioni amministrative o di altri appuntamenti cittadini di valenza programmatica generale hanno costantemente fatto riferimento alla progettazione di Piazza Burri come veicolo di innovazione urbana e di possibile apertura di Città di Castello alla modernità.
Personalmente nel 2000 ebbi a scrivere che Piazza Burri avrebbe obbligato a rivedere gli equilibri spaziali del centro urbano, concependola come suo nuovo baricentro, dopo che Piazza Gabriotti aveva scandito quello medievale e Piazza Matteotti quello post-rinascimentale, già concepito per ripensare il rapporto tra infrastrutture e manufatti in forma più aperta e avanzata. Oggi vedo altri problemi che potrebbero rendere meno facile il confronto culturale a cui la città sarà chiamata per vigilare e sostenere con la giusta attenzione l’attuazione del progetto di ridefinizione strutturale di quello strategico spazio urbano. Cito il principale che, secondo me, attiene alla politica.
Dall’esterno dell’agone civico constato con preoccupazione che la crisi materiale e spirituale che la città ha sopportato da troppi anni ha cambiato l’anima di molti, e che oggi è veramente difficile affrontare con l’approccio giusto le più rilevanti questioni cittadine perché prevalgono le pulsioni conflittuali, la ricerca a ogni costo delle divisioni, il calcolo del tornaconto di parte, anche quando in discussione, come nel nostro caso, sono temi sui quali dovrebbe essere obbligatorio ricercare, con la tensione culturale e civica più appropriata, la soluzione più vantaggiosa per la collettività. Auspico che i soggetti che avranno la responsabilità di decidere quale strada intraprendere sappiano trovare la sintesi capace di appassionare i nostri concittadini, soprattutto quelli più giovani, attorno a scelte di così rilevante portata.
Sul merito della questione sono portato a dire che, nel momento in cui si avvia l’auspicabile fase attuativa del progetto complessivo di riorganizzazione strutturale di quella parte di città, l’opinione pubblica deve avere la certezza che la guida dell’iniziativa sia saldamente nelle mani della Amministrazione comunale. Nello stesso tempo, si tratterà di ricercare l‘apporto di idee da parte di urbanisti, di tecnici e di intellettuali capaci di immedesimarsi culturalmente in questo grande cimento. Dico questo perché, riflettendo sulla qualità innovativa della proposta-progetto ideata da Burri – che va mantenuta – ne consegue che la contestuale impostazione di revisione urbanistica delle aree contigue già ricordate sarà obbligata a ispirarsi a una visione filosofica che punti ad avvicinarne il livello.
La sicura conduzione pubblica dell’impostazione progettuale e delle proposte che verranno anche da privati sono certo che darà tutte le garanzie circa la qualità dell’insieme. Credo che già da questa fase sia indispensabile un confronto con la Fondazione Palazzo Albizzini per discutere, attraverso un accordo di programma, diverse questioni, tra cui: i ruoli e le responsabilità nella traduzione del progetto di Piazza Burri, il complesso di investimenti finanziari necessario per la realizzazione dell’iniziativa, la loro provenienza e finalizzazione (certo privata, ma auspicabilmente anche pubblica stante la strategicità dell’intervento), l’indicazione di funzioni terziarie importanti che lì saranno previste, la destinazione polifunzionale del manufatto ideato da Alberto Burri, la dotazione di parcheggi al servizio del manufatto, ma necessariamente anche della città, la revisione radicale del sistema infrastrutturale contiguo alla piazza che proponga anche la soluzione della sosta temporanea e delle direzioni di percorrenza dei mezzi pubblici, attualmente ingombranti piazza Garibaldi.
Sull’edificio ideato nella sua sagoma originaria da Alberto Burri, e che sarà allocato in modo da proporsi come ideale delimitazione della nuova piazza, alcuni hanno pensato di istallarvi un museo contenente opere legate alla contemporaneità. Non sono d’accordo con questa destinazione d’uso.
Penso, invece, che dovrà essere una struttura dove promuovere mostre temporanee che mettano a confronto l’estetica di giovani artisti italiani e stranieri, ma soprattutto, un ambito polifunzionale al servizio anche della città, sede, tra l’altro e finalmente, di un moderno auditorio, veicolo di vera promozione culturale.
L’area finora occupata dai Molini Brighigna, da livellare in forma urbanisticamente decente, può essere concepita non solo per dotare la città di servizi terziari e ricettivi utili alla collettività, ma anche per progettare un collegamento più moderno e funzionale con i quartieri che la ferrovia ha quasi separato dal centro.
Infine, sulla querelle che sta suscitando il destino dell’edificio fino a qualche decennio fa sede del Consorzio Agrario, se sia o meno da salvaguardare come bene culturale o addirittura come esempio di archeologia industriale, dico che essa non ha fondamento.
La struttura è fatiscente e non riutilizzabile, specie nella parte che era adibita a contenitore di prodotti agricoli.
Forse, sto fantasticando, ma – chissà – la discussione sulla realizzazione di piazza Burri può resuscitare i tempi della passione civile comunitaria, che un tempo riscaldava la nostra città. Punto fermo oggi sarà – per favore – anche la salvaguardia della statua di Garibaldi, finalmente onorata da bei e puliti giardini a essa dedicati, disposti in modo da armonizzarli con l’austera piazza Burri.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?