Martedì, 07 Aprile 2020

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Cinema: ambiguità della verità

Rashomon1Rashomon è un capola­voro del 1950 di Akira Kurosawa, che con que­sto film vince il Leone d’oro a Venezia, rive­lando la grandezza del cinema giapponese al mondo occiden­tale. Kurosawa è dunque uno dei massimi registi non solo del cinema giapponese, ma mon­diale, ed autore fra l’altro oltre che di Rashomon di cui parlere­mo, di capolavori tipo L’angelo ubriaco,

Cane randagio, Vivere, I sette samurai, Il trono di san­gue, La fortezza nascosta, La sfi­da del samurai, Dodes’ka-den, Dersu Uzala, Ran, Sogni tanto per citare alcuni titoli famo­sissimi pure in Occidente. Ma veniamo a Rashomon. Siamo nel secolo dodicesimo. Un bo­scaiolo, un bonzo e un cittadi­no si riparano dalla pioggia in un tempio in rovina, e discuto­no della durezza dell’epoca, dei mali che tormentano il mondo finchè indugiano su un fatto di cronaca recente: un bandito ha ucciso un samurai e ne ha violentato la moglie. La sto­ria viene poi presentata in fla­shback da quattro testimoni: il brigante-violentatore, la moglie del samurai, la vittima e infine un narratore esterno al fatto di sangue ma che ha visto tutto da lontano. Le versioni dei prota­gonisti sono decisamente con­trastanti e non si capisce quale sia la verità.

Cominciamo dalla esposizione degli avvenimenti del bandito. Il bandito fa rica­dere la colpa dell’uccisione del samurai sulla donna. Dice in so­stanza questo: aveva incontrato il samurai insieme alla donna ed era rimasto colpito dalla sua avvenenza (così descrive la scena dell’incontro uno studio­so del cinema: - “l’improvvisa esplosione del desiderio è sug­gerita da quattro inquadrature da manuale: una panoramica verticale scopre il corpo della ‘velata’, primo piano del volto del bandito abbacinato dall’ap­parizione, un favoloso carrello laterale inquadra il corpo ecci­tato del bandito che voltandosi si distende carponi in direzione della coppia che scompare in fondo alla radura, la repenti­na decisione di seguire la ‘fata’ è evocata da un impercettibi­le movimento del braccio che cerca a tastoni la spada” -). Per tale motivo si era scontrato ca­vallerescamente col samurai ri­uscendo a sopraffarlo e legarlo ad un albero.

Ma quando si era deciso a lasciar andare via il sa­murai con la moglie, la donna si era gettata ai suoi piedi e l’a­veva scongiurato di eliminare il marito per avere lei per sempre. Di fronte al bandito sconcertato la donna era fuggita. Rimasto solo dopo la fuga della donna che inutilmente aveva insegui­to senza poterla raggiungere, aveva avvertito una qualche solidarietà con il marito. “Non voglio rischiare la vita per una che conta meno del mio caval­lo” aveva detto. Poi è la donna a esporre il fat­to. In contrasto con quanto af­fermato dal bandito la donna aveva ricevuto le avances del malvivente che in ginocchio aveva chiesto di sposarlo ag­giungendo che per lei sarebbe stato disposto pure a cambiare vita e divenire un onesto lavo­ratore.

A questo punto lei aveva supplicato il bandito di uccide­re il consorte (“Uccidilo perché finchè lui vive non potrò essere tua”).Quindi la versione del marito evocato da parte di una maga. Questi dice che la moglie, dopo essere stata col brigante, aveva incitato questi ad ucciderlo. Il bandito era contrario all’idea di uccidere il marito, ma era sta­to quest’ultimo che, disgustato dall’atteggiamento della donna, aveva capito di essersi legato ad un essere vile, meschino ed indegno, di aver sbagliato tutto nella vita e per la vergogna ave­va deciso di togliersi la vita.Infine la versione del boscaiolo che ha assistito alla scena e che smonta tutte le versioni prece­denti. Afferma, che più che un duello è stato una parodia di combattimento con protagoni­sti dei vili che non avevano osa­to più di tanto terrorizzati, solo all’idea del sangue che avrebbe potuto scorrere.

Infine anche il marito era morto non combat­tendo, ma solo per un banale incidente. Chi ha raccontato la verità? Tutte queste versioni discor­danti non fanno altro che mo­strare una visione pessimistica dell’uomo vile, egoista e bugiar­do.Alla fine però assistiamo a un gesto che riabilita l’essere uma­no. Dal tempio in rovina si leva il pianto di un neonato abban­donato dai genitori.

Nel mo­mento in cui nessuno sembra più credere alla pietà umana ecco che il taglialegna, già pa­dre di sei figli, si prende il bim­bo e lo porta con sè disposto ad allevarlo come suo, nonostante la sua famiglia sia povera e nu­merosa. Kurosawa realizza un film che è un magnifico studio dell’am­biguità della natura dell’uomo, ma anche in fondo della sua ge­nerosità. Tecnicamente le scene ambientate nel tempio durante il temporale vengono realizzate con grandangolo e profondità di campo, le scene di testimo­nianze dei protagonisti si ser­vono di composizioni frontali, gli avvenimenti rievocati dal flashback nella foresta fanno largo uso diprimi piani. Toshiro Mifune è lo straordinario attore protagonista.Un rifacimento del film è reliz­zato in chiave western nel 1964, è intitolato L’oltraggio ed è di­retto da Martin Ritt con Paul Newman nella parte che era stata di Mifune. 

di Pietro Mencarelli


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