Mercoledì, 15 Luglio 2020

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Cultura: Reportage Parigi Romantica

parigi1E’ uno degli angoli più lettera­ri e bucolici di Parigi quello che Carlo Jansiti mi porta a conoscere. È il Museo della Vita Romantica al 16 di rue Chaptal, ai piedi di Montmatre. Na­sce nel 1830 come hôtel particulier, poi diventa l’abitazione del pittore olandese Ary Scheffer che il vener­dì sera riceveva i personaggi più importanti del cerchio denominato La Nouvelle Athènes: Alphonse de Lamartine, Gounod, Liszt, Rossini (alle pareti diversi ritratti della Ma­libran), Turgenev e Chopin, i politici Thiers e Béranger, il pittore Dela­croix bollato da George Sand come “fameux barbouilleur” (celebre im­brattatele).

È una graziosa dimora dalle impo­ste verdi, con giardino d’inverno e cortile, che al piano superiore ospi­ta le tele di Scheffer e l’imponente biblioteca di Ernest Renan. Mentre a pianterreno si entra nell’universo-George Sand (all’anagrafe Amantine Aurore Lucile Dupin), la scrittrice che amava vestirsi da uomo, caval­cava e fumava virilmente e firmava i suoi libri con un nome maschile. Malgrado la fama di virago e l’accu­sa di lesbismo la Sand intrecciò rela­zioni tempestose con molti uomini, tra i quali il poeta Prosper Mérimée, Alfred de Musset (passione immor­talata nel romanzo Elle et Lui) e Fryderyk Chopin, l’amore della vita, del quale conservava il prezioso cal­co in gesso della mano destra.

Tra i mobili provenienti dall’abitazione di Nohant a Berry, dove è stata sepol­ta, i gioielli e i ricordi di famiglia, i manoscritti autografi e le illustra­zioni del figlio Maurice per i suoi li­bri, il ritratto che le ha fatto Auguste Charpentier nel 1837, il suo busto realizzato dallo scultore Clésinger e una serie di acquerelli “à l’écrasage” che la scrittrice otteneva pressando il colore ancora umido con un foglio assorbente per creare un effetto “a macchia”.Intimo amico, Flaubert di lei dice­va: “Bisognava conoscerla come l’ho conosciuta io, per sapere quanto vi era di femminile in questo grande uomo, per conoscere l’immensa te­nerezza di questo genio”.

La Chiesa Romana l’apprezzò così tanto da mettere all’indice nel 1863 tutte le sue opere. A me che da ginnasiale ho letto Lélia e La palude del diavo­lo la Sand ricorda anche un amico recentemente scomparso, il critico teatrale Enrico Groppali, che scrisse per Valeria Moriconi una pièce Don Sand Don Juan sugli amori della scrittrice per l’Expo di Siviglia del 1992

ARTE ALL’INCANTO

A piedi percorriamo rue Notre-Dame- de-Lorette per raggiun­gere il mitico Hôtel Drouot che è la più grande e importante casa d’aste di Parigi. Carlo ci andava spesso in compagnia di Jacques Guérin che qui arricchiva la sua celebre colle­zione d’arte. Vuole farmi toccare con mano l’atmosfera e il fascino di una vendita all’asta (vente aux en­chères) in questo tempio di 20 sale che resta un forziere inesauribile di quadri, mobili, monete, oggetti d’arte di tutte le epoche e di tutti gli ordini di prezzo e di valore. Oggetti che vengono certificati e valutati da esperti per garantirne l’autenticità, la provenienza e l’epoca.

Anche se nel 2009 l’Hôtel Drouot fu al centro d’un grosso scandalo perché aveva messo in vendita un quadro di Cou­rbet rubato molti anni prima. A colpirmi subito favorevolmente è l’ingresso libero, aperto a chiunque, alla vecchietta parigina con la sporta della spesa come al gruppo di turisti in bermuda e infradito. Sul bancone della reception in omaggio i catalo­ghi delle varie aste. Con Carlo assi­stiamo a un’asta di tappezzerie an­tiche e porte dipinte a mano. Tra il pubblico che segue interessato e ra­pace, professionisti distinti e signore borghesi ma anche furbi rigattieri, molti di origine sinti, e pseudo anti­quari che fiutano l’affare da rivende­re in negozio a prezzo decuplicato. Il battitore ha un compito impervio perché, oltre al pubblico che ha di fronte, deve seguire anche le offerte fatte per telefono. C’è una piattafor­ma informatica che permette di par­tecipare a distanza.

gorge sandQuindi snocciola con tono acuto e impaziente le cifre che salgono per un impercettibile movimento del capo d’un acquirente o d’una telefonata. L’impressione è che si conoscano tutti tra loro e quin­di rinunce e impuntature tra occhia­te di delusione o sfida fino al colpo finale del martelletto e il perentorio e quasi afono: Adjugé! (Aggiudicato!). Che mette fine all’incanto in tutte le sue accezioni.Ci raggiunge a casa nel pomeriggio l’amico Salim Jay che con malcelato orgoglio estrae da una borsa in cuo­io un mazzo di recensioni sul suo “Dizionario dei romanzieri algerini” uscito nel 2018 per l’editore Serge Safran. Dalle testate che ci mostra vedo che è stato recensito da tutta la stampa dei paesi arabi franco­foni. Ne ha discusso in diverse tra­smissioni televisive e nei vari Centri Culturali del Mondo Arabo. Diverti­to estrae un saggio che una studiosa italiana, Alessandra Della Penna, gli ha dedicato su commissione dell’U­niversità di Napoli Partenope. Salim ha pubblicato nel 2005 “Diziona­rio degli scrittori marocchini” ed è stato definito “il migliore globe-reader sulla piazza di Parigi”.Tiene regolarmente una rubrica di critica letteraria sulla rivista di studi arabi Qantara e partecipa ai dibattiti ra­diofonici di France Culture.

Questo suo ultimo dizionario è un’appas­sionata immersione nella lettera­tura algerina, più di 200 gli autori, dai classici agli emergenti che s’af­facciano sulla scena con un’origina­lità e un talento dirompenti. Sono noti i “padri nobili”: Mohammed Dib e Kateb Yacine (che Salim ha personalmente conosciuto), Rachid Boujedra e il poeta Jean Sénac che adoro, Assia Djebar e Kamel Daoud. Ma i giovani autori contemporanei somigliano un po’agli harrag - in al­gerino “quelli che bruciano” - e cioè i migranti che nella traversata verso l’Europa si cancellano i polpastrel­li con l’acido solforico o la cartave­trata e distruggono i documenti per non essere identificati e rimpatriati. In sostanza: s’annullano.Anche i nuovi autori sono segnati da un’identità straniata e una lin­gua meticciata. Li caratterizza una scrittura insinuante e narcotica che ha il ritmo della musica raï e la stes­sa deflagrante ironia. Come Sami­ra Sedira, ebrea nata in Algeria, o Mustafà Belhocine che in Précaire racconta dello sfruttamento dei la­vori interinali che sono un’ulteriore e moderna forma di schiavitù; o Bachi Selim che per Il cane d’Ulis­se ha ricevuto il premio Goncourt per il primo romanzo.

E c’è anche chi scrive direttamente in italiano come Amara Lakhous, “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”, edito da E/O. È un dizionario che andrebbe letto come un romanzo. Perché Salim è scrittore, oltre che critico, e riesce perfettamente a sintonizzarsi con l’atto creativo dell’autore. Lo fa an­che con me quando Carlo gli mo­stra il mio Esercizi di castità che ha fatto rilegare in seta giapponese stampata a peonie. Salim legge l’in­cipit e poi va direttamente al finale: “Hai cominciato con la mascella fetida della stazione e concludi con l’affanno luminoso di due zitelle. Sul respiro si apre e si chiude il ro­manzo. Un cerchio perfetto!”. Nes­suno l’aveva mai notato prima né io ne ero consapevole.

VERSO IL MEDITERRANEO

Con Carlo abbiamo deciso un itinerario lungo la Costa Azzur­ra sulle orme di Jean Cocteau. Ma non abbiamo considerato che per il week-end, complice il bel tempo, c’è un esodo di parigini verso il mare. Troviamo posto sul treno solo dome­nica pomeriggio. La partenza è alle 15.00 dalla Gare de Lion e proprio all’ingresso della stazione incrocia­mo un maturo clochard, un viluppo di barba e criniera grigie, che tro­neggia appoggiato alla sua “casa”, un carrello da supermercato che tra­bocca di coperte e vestiti e utensili da cucina. Sta mangiando di gusto da una gavetta maccheroni al po­modoro. Stai a vedere che è italiano!

Stesi ai suoi piedi su un cartone due cagnolini rognosi lo fissano implo­ranti. S’accorge che lo guardo e allo­ra estrae da un sacchetto, con gesto teatrale, un panino al prosciutto che sminuzza davanti alle due bestiole. E congedandomi con un lampo ne­gli occhi divertito e sornione si ri­concentra sui maccheroni.Arriviamo a Cannes alle 8 di sera. Con un taxi raggiungiamo il mer­cato di Forville dove ci attende una giovane signora con le chiavi dell’appartamento affittato su ai­rbnb. La prima impressione è de­primente: una rampa di scale sgar­rupata , un’ampia stanza con angolo cucina, una camera e un bagno. Per rispetto all’anzianità, Carlo si sacri­fica a dormire sul divano in cuoio del soggiorno. Rivaluteremo in se­guito l’abitazione perché è dentro il Suquet,la vecchia Cannes.

parigi 4Affamati raggiungiamo sul lungomare il ri­storante “Astoux&Brun” che è fa­moso per la qualità del pesce aven­do al suo interno anche un bancone per la vendita. Carlo si butta su una gigantesca sogliola, io sul plateau-royal di ostriche e molluschi. Rien­trati a casa, passo una notte insonne perché m’ arriva dal vicino mercato del pesce il saccheggio che i gabbia­ni fanno sventrando a colpi di becco e artigli i sacchi della spazzatura . Si muovono implacabili come robot, tra strida lancinanti simili ai miago­lii dei gatti in amore o agli strilli dei neonati affamati. Solo la mattina, a causa del freddo, m’accorgo che la finestra a doppi vetri, schermata da un avvolgibile in giunchi, era soc­chiusa. Che tonto! E infatti Carlo, interpellato, nega tutto il baccano. Tiro un respiro di sollievo. 

di Ivan Teobaldelli


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