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COVID-19 / “FASE2” A PROPOSITO DELLA POSIZIONE DELLA CEI

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COVID-19 / “FASE2”
A PROPOSITO DELLA POSIZIONE DELLA CEI

In questi giorni l’attenzione e la preoccupazione di tutti sono rivolte all’avvio della cosiddetta “Fase 2”, alla quale stanno guardando, con toni e sensibilità diverse, anche i rappresentanti delle varie comunità religiose.

I vescovi italiani sono intervenuti, la sera stessa delle comunicazioni del Presidente del Consiglio, con la dichiarazione “DPCM, la posizione della CEI” (26.4.2020).

Un testo breve e ruvido che suscita non pochi interrogativi. Come battezzati/e come cittadini/sentiamo di dovere condividere con i Pastori e con la più ampia comunità ecclesiale le nostre forti perplessità, che partecipiamo con altri che già hanno preso la parola.

  • Il documento ha un tono perentorio e ultimativo che, da un lato, sarebbe più adeguato ad altre autorità che non ai vescovi, dall’altro, lascia trasparire una contrapposizione tra due poteri. In un momento così difficile, per non dire drammatico, nel quale si sta cercando il massimo della coesione sociale non crediamo che sia questo il giusto registro della comunicazione tra la Chiesa e lo Stato.
  • Le questioni che il comunicatoha posto riguardano sia la Chiesa cattolica, sia tutte le confessioni cristiane, sia le altre religioni (i musulmani celebrano in questi giorni il Ramadan). Non poteva questa essere un'occasione di condivisione ecumenica e interreligiosa per un’elaborazione comune e per dare anche una forte valenza antropologica alle richieste? In questo modo abbiamo invece affermato che la nostra Chiesa vuole un'interlocuzione diretta ed esclusiva col potere politico.
  • La “ripresa dell’azione pastorale” risulta essere stata una ragione presentata insistentemente nel dialogo con il Governo. L’affermazione presuppone che vi sia stata un’interruzione e che l’unica attività pastorale sia la celebrazione eucaristica. Come si deve valutare, perciò, l’attività di tanti presbiteri e di comunità che hanno preparato sussidi per le celebrazioni in famiglia? Le diverse attività di vicinanza telefonica ad anziani e malati? L’attività caritativa?
  • Il comunicato taccia di arbitrio la decisione di escludere in questa fase la possibilità di celebrare messe con il popolo. Riteniamo che questa limitazione sia dettata dal “principio di precauzione” (v. n. 469 Compendio dottrina sociale della Chiesa) che deve guidare l’autorità costituita nell’affrontare, in questo caso, i rischi sanitari tuttora presenti.
  • La CEI rivendica la “pienezza della propria autonomia” nell’”organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte”. In proposito ci domandiamo, da un lato, quando e come questa autonomia sia stata lesa da parte dello Stato, dall’altro, se realmente le nostre parrocchie, una volta concessa la possibilità di celebrare con il popolo, siano in grado di far rispettare (e da parte di chi) le “misure disposte”che, per salvaguardare la salute pubblica, riguardano tutti. Per avere un’idea delle precauzioni da mettere in atto basta consultare la “Proposta per una cauta ripresa in sicurezza delle celebrazioni religiose” elaborata dal gruppo di ricerca “Diresom” (https://diresom.net/ ) costituito in seno all’Associazione dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso.

Già altri sono scesi nel dettaglio di questa organizzazione, noi riprendiamo solo due domande: a che tipo di messa parteciperemmo? Non si rischia di snaturare gesti e segni, o di scadere nel ridicolo (distanza, numero chiuso, mascherine…), all’interno di un universo (la celebrazione) che si nutre di simbologia?

  • Il documento sostiene sia “compromesso l’esercizio della libertà di culto”. Riteniamo che non sia affatto in discussione questa libertà o l’importanza della celebrazione eucaristica quanto l’opportunità di permettere una riunione religiosa, che in quanto tale è un assembramento come gli altri, e, quindi, va trattata di conseguenza.
  • Infine, non si può sottacere il fatto che la chiusa del comunicato lascia la bocca amara per quel suo vago sapore di minaccia. Ci sembra difficile poter accettare che il servizio ai poveri si alimenti solo alla vita sacramentale in un contesto che mette a rischio la salute di tutti. Vogliamo sostenere che senza la partecipazione alla messa non siamo più in grado di servire i poveri? Ma non è anche nei poveri e nella Parola di Dio che incontriamo Cristo?

Per camminare in questo ultimo tratto di esodo crediamo che ci sarebbe molto più utile riflettere come Chiesa sulle esperienze fatte in questi due mesi per individuare nuovi percorsi di vita sacramentale ed ecclesiale. Per evitare che tutto resti come prima.

Parma, 29 aprile 2020

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