Martedì, 07 Aprile 2020

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Quando ammazzarono Ramingo

102 1Quando Ramingo morì, il giornale “La Nazione” gli dedicò una foto e acconce parole di cordoglio.  Il giornalista del quotidiano fiorentino, Sergio Pelosi, volle così interpretare il sentimento di tanti tifernati. Ramingo era un cane, figlio di chissà quanti amori. Negli anni cinquanta o giù di lì, del secolo scorso, Ramingo aveva fatto di piazza di sopra il suo salotto, il suo teatro. Come fosse capita- to da queste parti nessuno l’ha mai saputo. Riuscì a conquista- re la simpatia di chi allora la piazza la bazzicava. Divenne il testimone, il confidente di tanti coriandoli di vita castellana. Di Ramingo scrisse il professore universitario, nonché giornalista di splendida penna, Lanfranco Rosati, sempre su “La Nazione” nel febbraio 1979:«Forse un cane non ha diritto a essere ricordato. Un animale solo, povero, inutile. Chi ha vissuto però la storia di Città di Castello che si è svolta tutta nel cuore del vecchio centro, cioè in piazza di sopra, non può aver dimenticato Ramin- go, un cane nato senza pedigree, senza genitori anagrafici, senza una casa e che forse, se aveva avuto il latte di una cagna di pagliaio, l’aveva presto lasciata o per emancipazione o per togliere un peso di dosso, data la sua indole vagabonda, raminga.  Così questo incrocio tra il pastore tedesco e un comune cane – forse di razza for- se no – conquistò la piazza con la complicità della gente che ci stanziava dopo il lavoro. […] Con gli uomini della piazza vis- se quelle ore di amicizia di cui anche lui, cane randagio, aveva bisogno. C’erano giorni che non accettava distrazioni. Erano quelli in cui più intensa diventava la campagna elettorale. La sua casa, cioè la piazza, diventava la casa del popolo. E lui si sentiva un personaggio perché accoglieva tutti sulla pedana di Piazza Matteotti. Poi, quando l’oratore di turno cominciava il discorso, lui stava lì, sotto il pulpito, con il muso rivolto in alto come a seguire ogni movimento della bocca e del volto, ad ascoltarlo. Non batteva le zampe alla fine, come se in fin dei conti, a lui non importasse granché, ci teneva soltanto che tutto filasse liscio…». C’era una volta Ramingo. In tempi lontani il suo pelo era stato bianco, ora grigio. Nessuno mai lo vide correre. Con le palombe di piazza fraternizzava. Con gli altri cani manteneva un dignitoso distacco. Camminava con il passo lento e stanco, il muso, dove la brina del tempo aveva lasciato il segno, era fiero e dignitoso. Gli occhi marroni e acquosi, perennemente tristi. Bazzicava i bar della piazza, dove qualcuno aveva sempre per lui una pasta, un tramezzino, un biscotto. E tra i primi a giungervi la mattina, facendo compagnia ai lattai e agli edicolanti. Era l’ultimo, la notte, ad andarsene, dopo aver ascoltato, a volte, lo sfogo di chi gli raccontava le proprie pene affogate per qualche ora nel vino. Come detto dal professor Rosati, quando la piazza si tra- sformava in tribuna elettorale si accovacciava sotto il palco dei comizi in silenzio. Solo una volta abbaiò, ma con discrezione: quando venne Giorgio Al- mirante.
ScreenHunter 08 Nov. 10 21 1Non riusciva a trattenersi Ramingo, anzi perse la testa per una canina dal muso lungo e dal pelo bruno. Gli arrivò dritta al cuore, non fu più lui. Non si interessò più delle colombe, né dei lattai. Non ascoltò più né comizi né ubriachi. Non cercò più i suoi amici uomini. Aspettava solo la canina che gli aveva sconvolto la vita. Una canina troppo giovane per lui. Un giorno la incontrò, quasi ci sbatté il muso. Con le sue non più giovani zampe cercò di abbracciarla, non ce la fece. La canina dal muso lungo e dal pelo bruno si divincolò per scompari- re nei vicoli che occhieggiano la piazza. Ci provò, Ramingo, un’altra volta e un’altra ancora ad abbracciare quella canina.
Fu visto dal solito “benpensante”, Ramingo oltraggiava il pudore: «Ci sono le donne, che diamine! I bambini». Purtroppo ci sono anche i “benpensanti”. Una sera portarono via Ramingo mentre raggomitolato tremava sotto le logge. Lo portarono al canile, al vecchio “scurtico” in Pomerio San Girolamo. In fretta e furia lo spinsero in un nero sgabuzzino, pregno di fumo prodotto da un bacile di ardente carbone. Annegò tra quel fumo Ramin- go, sognando, forse, quella canina dal muso lungo e dal pelo bruno e il cuore gli batté forte forte, per l’ultima volta.


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