Mercoledì, 23 Settembre 2020

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Tornano i militari e i colpi di stato

Luciano Neri. Presidente del Centro Relazioni Internazionali

Prima di sviluppare l’analisi premetto per correttezza che il mio ragionamento parte da due dati che personalmente considero incontrovertibili: 1) in Bolivia si è consumato un colpo di stato civico militare; 2) in America Latina i militari, gli stessi che non hanno mai lasciato il potere dai tempi delle dittature degli anni 70/80, sono tornati brutalmente protagonisti, nelle strade e nei governi. Aggiungo che le mie considerazioni, certamente non neutrali, sono anche il frutto di una frequentazione decennale con la Bolivia e con l’esperienza Plurinazionale e de- mocratica avviata nel 2005.

Ho incontrato due volte Evo Morales, una prima volta nel 2005 con una delegazione allargata e una seconda volta nel 2008 in forma più ristretta a Buenos Aires, e rimasi positivamente colpito dalle intenzioni e dalla intensità emotiva con la quale le esponeva. Come Cenri, il Centro di Relazioni Internazionali che presiedo, abbiamo da 12 anni due presenze permanenti,  una a La Paz e una a Cochabamba. E, nonostante il nostro non essere neutrali, abbiamo sempre analizzato e raccontato la realtà boliviana nelle forme più rigoro- se a attinenti alla realtà, anche quando questa non coincideva con quello che avremmo sperato.

img262Il dibattito  sulle  cause  degli eventi e sulle soluzioni, nella sua variegata e a volte fantasio- sa pluralità, è del tutto legittimo. Ma ciò che trovo sinceramente inaccettabile da parte soprat- tutto della sinistra europea, sia nella sua versione di partito che nelle analisi dei tanti commenta- tori, è la critica priva di qualsiasi contestualizzazione degli eventi e di riflessione autocritica. Un’a- nalisi che ignora la storia, la ge- ografia, i gruppi etnici e sociali, il contesto continentale più am- pio è il prodotto di un’idiocrazia miope, daltonica, di un pensiero menomato che cancella la com- plessità. Nel Parlamento Europeo  il  Pd e i  partiti  socialdemocratici sono arrivati a votare la mozione presentata dall’impresentabile Tajani (Forza Italia), una mozione che legittima i golpisti del “governo de facto”, che non riconosce il colpo di stato e che vende la favola dei brogli elettorali. Conclusioni smentite ufficialmente da tre istituti specializzati che hanno monitorato le elezioni boliviane, due dei quali con sede negli Stati Uniti: l’Istituto dell’Università del Michigan diretta da Walter Mebane, considerato il massimo esperto mondiale di controlli elettorali, e il Cepr, con sede a Washington D.C. e alle cui attività di monitoraggio hanno partecipato anche diversi professori di università europee.

I risultati ufficiali delle agenzie di monitoraggio hanno confermato che Evo Morales ha effettivamente vinto le elezioni del 21 ottobre scorso e che le breve sospensione del conteggio dei voti, determinata dal conteggio nelle zone più impervie e rurali (tradizionalmente  peraltro favorevoli a Evo Morales), non hanno alterato il risultato elettorale. Deve farci riflettere un mondo nel quale i fascisti fanno i fascisti, i liberisti fanno i liberisti e i democratici non fanno i democratici. Questo per attenerci ai fatti, non per giustificare gli errori e i fallimenti di Evo Morales o le criticità del rapporto progressivamente indebolito tra il Mas ed i settori indigeni, campesini e civici che avevano fin dall’inizio sostenuto il Presidente. Morales ha fatto una politica estrattivista? Si è isolato compromettendo il  rapporto  con settori indigeni? È voluto restare troppo tempo al potere? Ha fallito? Domande e critiche più che legittime. Ma qual è la sinistra, in Europa e in America Latina, che non ha fallito? Tutta la sini- stra è stata e rimane sviluppista ed estrattivista, prima e più di Evo Morales.

Nessuna sinistra latinoamericana ha compreso l’essenza spi- rituale ed esistenziale delle popolazioni indigene. I Mapuche in Cile sono stati repressi da Pi- nochet ed hanno continuato ad esserlo con i successivi governi del Partito Socialista. I Mizkito del Nicaragua si sono in buona parte arruolati con i “contras” contro il Fronte Sandinista. Il Brasile di Lula e Dilma Roussef con il progetto di Belo  Monte ha costruito l’impianto idroelettrico più grande del mondo, ha inondato 670 chilometri quadrati dei quali 400 di foreste pluviali, ha deportato 20.000 persone, 24 tribù di popolazioni indigene, principalmente appartenenti al gruppo Kaiapò. Nessuno della oggi ipercritica sinistra europea ha fiatato. Nessuno oggi, e io tra loro, si è astenuto dal chiedere la liberazione di Lula e il suo ritorno alla politica, poiché al netto degli errori e degli orrori commessi, quello di Lula è stato comunque il governo che più di tutti nella storia del Brasile ha tutelato la foresta amazzonica, distribuito risorse e assicurato diritti alimentari, sociali e civili della storia del Brasile.

Solo in Bolivia, con Evo Morales, primo  Presidente  indio eletto nella storia dell’America Latina, le popolazioni indigene hanno visto riconosciuta la propria identità e il proprio ruolo, costituzionalmente codificato, nella Repubblica Plurinazionale di Bolivia. Tutti i governi pro- gressisti, il Brasile di Lula, l’Argentina di Kirchner, il Cile dei socialisti, e persino  l’Uruguay di pepe Mujica, hanno attivato politiche di governo fondate sullo sviluppismo estrattivista, sui grandi impianti di produzione energetica, sull’agricoltura  intensiva e sulle produzioni Ogm. L’intenzione era quella di realizzare una indipendenza energetica che consentisse di sganciarsi progressivamente dalla  dipendenza dagli Stati Uniti, ridistribuire ricchezza, costruire una unità continentale e consolidare i sistemi democratici diversificando i rapporti internazionali senza rompere con l’America. Il piano non ha funzionato. Prima è caduto il Brasile del Pt e poi l’Argentina di Kirchner. Da quel momento la Bolivia e il Venezuela sono rimasti isolati e più deboli, le difficoltà e gli errori hanno peggiorato progressivamente la situazione, l’intervento diretto degli Stati Uniti, con sanzioni, ingerenze di ogni tipo, sostegno finanziario e militare ai gruppi di opposizione, ha fatto e sta facendo il resto.

Un’altra domanda che dobbia- mo farci è che titolo di critica abbia una sinistra neoliberista “occidentale”, quella si “ideolo- gicamente e capitalisticamente” estrattivista e sviluppista, che in questo settore ha fatto disastri e che, se in parte li ha contenuti, è perché li ha trasferiti nei paesi del sud del mondo, distruggendo territori, depredando risorse ed esportando armi e conflitti? Possono parlare le sinistre italiane, che hanno estratto e cementificato come le destre? La Liguria, che affonda sotto il peso di devastazioni inconcepibili e piani regolatori ispirati dal profitto contro i territori e le persone, è stata governata dalle sinistre italiane, non da Evo Morales.

img265Si critica Evo perché è rimasto troppo al potere, 13 anni. È certamente vero, tre mandati sarebbero stati più che sufficienti, specialmente dopo un referendum che gli chiedeva di rinunciare. Ma il tema del fallimento delle sinistre nel rapporto con il potere riguarda tutti, non il solo Evo Morales.

Siamo noi occidentali ad  avere la classe politica più longeva del mondo. Mediamente la stragrande maggioranza dei politici italiani ed europei, della sinistra e non, ha un “cursus” più lungo di Morales nella permanenza nelle istituzioni, nei governi e negli apparati di potere. Angela Merkel è cancelliere da 14 anni, eppure nessuno la critica per questo. Il segretario generale della Nato, il socialdemocratico norvegese Jens  Stoltenberg, è stato per 10 anni ministro di governo, per i 10 anni successivi Primo Ministro e da cinque è segretario generale della Nato. Per inciso, è succeduto a suo padre, Thorvald, segretario del Partito e pure lui per 8 anni ministro.

Mi pare si evidenzi una certa dose di razzistico retro pensiero nella critica alla longevità di potere dell’indio Morales da parte di chi nel potere ci si accampa da e per decenni. Sulla Bolivia sarà utile ritornare con approfondimenti nelle prossime edizioni della rivista. Sono troppe le bugie e le omissioni.

Ciò che mi preme sottolineare è che quello che hanno fatto i militari boliviani è qualcosa di molto più che cacciare dal potere con un golpe un movimento elettoralmente maggioritario. Hanno aggiunto un terribile messaggio, tutt’altro che isolato nell’attuale contesto continentale: i militari, nonostante le democrazie succedute alle dittature, restano determinanti nelle decisioni e nella gestione del potere, oltre i cittadini, oltre le elezioni, oltre i parlamenti e oltre le Costituzioni. In Cile, come ai tempi di Pinochet, i militari sono tornati padroni della scena politica e delle piazze, reprimendo manifestazioni pacifiche, torturando, stuprando, accecando, uccidendo. Lo stesso stanno facendo in Colombia contro le imponenti manifestazioni che chiedono le dimissioni del fascistoide presidente Duque. In Honduras i militari hanno abbattuto il legittimo governo di Manuel Zelaya e imposto il dittatore Juan Orlando Hernandez, esponente di un inconsistente partitino fascista, Il Partito Nazionale, che ha trasformato il Paese in una grande prigione, con le organizzazioni per i Diritti Umani che denunciano centinaia di casi di arresti arbitrari, di “desaparecion”, di torture e di uccisioni: 300 solo nel corso di questo anno. In Perù, paese al collasso con un Presidente tenuto al suo posto dai militari e sfiduciato dal Parlamento, le forze armate sono arbitro unico dello scenario. Così come in Brasile, dove ben nove ministeri sono stati affidati a militari e altri 300 sono quelli distri- buiti nella altre cariche di gover- no. Le democrazie arretrano e i militari avanzano.

Torniamo allo schema USA deglianni ’70, alla alleanza con quelli che «…sì sono dei figli di puttana, ma sono I NOSTRI figli di puttana» (Henry Kissinger). Falsi presidenti, false istituzionalità, gruppi di oligarchi finanziari sempre più ristretti e sempre più ricchi che costringono alla fame masse sempre più larghe di popolazione. E con i militari crescono l’odio di classe e il razzismo. Un continente alla deriva, una pentola che sta per scoppiare.

Il problema in America latina non è Morales, sono i colpi di stato e il ritorno tragico nelle piazze e nelle istituzioni dei militari. Gli stessi dei regimi di Pinochet, di Videla, di Figueiredo. E di Garcia Meza in Bolivia.

Il problema in America Latina sono i colpi di stato e il ritorno tragico nelle piazze e nelle

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