Martedì, 07 Aprile 2020

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Piccole precisazioni - Intervento: Teatro degli illuminati

La foga polemica e una allegra superficialità hanno indotto l’estensore dell’articolo “Restyling parziale”, contenuto nell’ultimo numero de l’altrapagina, a marchiani errori nel rammentare le modalità esecutive degli interventi di restauro, che il nostro Teatro degli Illuminati ha conosciuto negli ultimi quaranta anni.

E, al riguardo, dico subito che sull’argomento parlano fatti e documenti facilmente consultabili. Quando, nella seconda metà degli anni ’70, la Giunta comunale da me presieduta decise che era giunto il momento di intervenire per porre fine al degrado a cui era costretto il Teatro comunale, a causa dell’uso dissennato e volgare dei suoi spazi, la città si divise tra chi pretendeva di continuare seguendo le offensive regole della sua vecchia gestione e chi, invece, reclamava un cambiamento drastico che restituisse decoro e funzionalità d’uso a quella storica struttura.

img150Interruppi quell’uggiosa discussione richiedendo ai Vigili del fuoco una circostanziata relazione, dalla quale sarebbe emerso che la pregressa gestione del Teatro non rispettava le basilari norme di sicurezza, e che la responsabilità su possibili incidenti e danneggiamenti alla struttura sarebbe ricaduta certo sui gestori, ma anche sull’Amministrazione comunale che ne aveva autorizzato l’uso intensivo e irregolare. Ciò è bastato a neutralizzare le resistenze che venivano da alcuni componenti della Giunta e del Consiglio comunale che, assieme ai gestori, aizzavano una parte dell’opinione pubblica con il malsano desiderio di non cambiare nulla.

Ampio e serio è stato nei mesi successivi il confronto sul tipo di intervento restaurativo da promuovere. In effetti, non potendo, ovviamente, reimpostare e modificare gli assi strutturali principali su cui originariamente era stato edificato il Teatro degli Illuminati, si decise comunque di procedere con un intervento radicale che valorizzasse la funzionalità dell’esistente e adeguasse spazi e servizi alle più evolute esigenze. Questo – lo ribadisco - al di là di alcune, evidenti incongruità progettuali originarie che hanno contraddistinto il nostro Teatro, rimaste nonostante il consistente restauro avvenuto dopo il terremoto del 1789.

Appare incomprensibile ancora oggi, per esempio, la scelta di costruire un edificio carico di significati simbolici e civici in un’area marginale del centro storico, per di più a ridosso di un torrente, con un ingresso angusto, disorganico  e spazi interni disomogenei e mal concepiti. Si ponga mente poi non tanto alla platea, ma all’il- logica disposizione dei palchi, soprattutto quelli laterali, racchiusi dentro pareti “a pieno”, senza cioè l’abbastanza ampia apertura laterale che in tutti gli altri teatri permette di apprezzare quello che avviene sul palcoscenico, e che, qualora assente come nel nostro caso, impedisce di seguire gli spettacoli anche ai più volenterosi, a meno che non si accetti che si sporgano pericolosamente dai loro bordi; oppure al golfo mistico, schiacciato in un poco capace antro, che falsa la sonorità delle orchestre, i cui membri mentre utilizzano gli strumenti sono costretti a veri giochi di prestigio per evitare di darsi delle gomitate; o, ancora, al palcoscenico, di smisurate dimensioni rispetto alla platea, allargato nel 1919 – lo ricorda lo stesso estensore dell’articolo– per permettere la rappresentazione dell’Aida che, come noto, prevede la partecipazione di grandi masse artistiche e, addirittura, di animali (fatti accedere sul palco- scenico – come ci ricordava ai suoi tempi il “sor” Amedeo Corsi – attraverso una robusta e ascendente passerella direttamente dal vicolo che costeggia la mole del Teatro).

Proprio per queste ragioni, il progetto di rifunzionalizzazione degli spazi e dei servizi fu affidato a Giuseppe Pastore, regista e uomo di teatro, per molti anni assistente del grande Alessandro Fersen. Il risultato, nelle condizioni date, fu senz’altro ottimo, giovandosi anche della perseverante attenzione e professionalità tecnica dell’ingegner Eugenio Bruschi, che seguì quotidianamente per conto dell’Amministrazione  comunale  l’andamento dei lavori. Aggiungo che il giorno dell’i- naugurazione i tanti cittadini convenuti manife- starono un giusto orgoglio per un bene culturale finalmente riconsegnato a un godimento pubblico coerente con le finalità di promozione artistica e culturale per le quali fu edificato.

Spiace ora dover puntualizzare che, per la dan-nazione degli equilibri sonori del nostro Teatro e dell’apprezzabile estetica che l’aveva caratterizzato, purtroppo nel 1984, dopo i drammatici fatti di Todi e Torino, fu deliberato dall’allora Amministrazione comunale un nuovo intervento, risultato disastroso, che intendeva applicare le norme ministeriali di sicurezza, emanate nel frattempo. Costernazione destò in città la notizia secondo la quale il piancito della platea sarebbe stato irrigidi- to su un basamento di cemento armato e sarebbe stato soffocato da una incongrua e controproducente moquette. Non ci fu niente da fare; nonostante le critiche e le richieste di ripensamenti,  fu deciso di procedere, cambiando a distanza di pochissimi anni anche le poltrone della platea e l’elegante illuminazione a “campanella”, sostituita da un’altra, senz’altro inappropriata, a “palla”. Le conseguenze di quella ristrutturazione sono state nefaste; la capienza del Teatro fu drasticamente ridotta, quando altri teatri regionali (Todi, Narni, Orvieto) seguirono modalità applicative delle norme di sicurezza meno burocratiche e ottuse, così che la quantità di spettatori da far accedere agli spazi interni per loro rimase praticamente quella preesistente.

Ma soprattutto l’acustica, non solo l’estetica, risentì irreversibilmente dell’infelice intervento de- liberato nel 1984. Se Emma Gramatica, – come ricordava estasiato sempre il “sor” Amedeo Corsi – di passaggio a Città di Castello negli anni ’30, aveva affermato che  un’a- custica perfetta come quella registrata al Te- atro degli  Illuminati era difficilmente  verificabile in altri, ben più rinomati, teatri italiani, dal 1985 quel giudizio di  encomio sarebbe stato improponibile. Ma com’è stato possibile non aver immaginato che un intervento come quello realizzato avrebbe potuto compromettere per sempre i delicati equilibri su cui si regge la vita di un teatro? Non era almeno intuibile che  la massa rigida del cemento armato, connessa allo spessore assorbente della moquette, avrebbe impedito alle onde sonore della voce, dei suoni emessi dagli strumenti musicali la loro naturale circolazione negli spazi interni del teatro?

È evidente che in quella occasione non fu coinvolta nessuna competenza professionale artistica, o esperta in fisica dell’acustica, la quale avrebbe confermato, se ascoltata, che tutti i teatri del mondo, per rendere perfetta la resa dei loro spazi interni, utilizzano materiali confacenti e flessibili che permettono alle onde sonore quello che i competenti chiamano “leggero ritorno”, garanzia di un’apprezzabile risultato per prestazioni artistiche di vario tipo.

Precisato a chi attribuire le  responsabilità  degli errati interventi di ristrutturazione subiti dal nostro Teatro negli ultimi decenni, riconosco anch’io, tuttavia, che il progetto finanziato recentemente da SOGEPU, finalizzato al rifacimento della platea, finalmente di nuovo in legno, e alla sostituzione delle scomodissime precedenti sedute con delle nuove più accoglienti, e disposte asimmetricamente così da permettere una visuale completa allo spettatore, ha fatto, almeno in par- te, recuperare le antiche qualità al nostro Teatro. Si completi ora l’opera meritoria collocando delle sedute di seconda fila più alte nei palchi, in modo da rendere possibile una decente visuale allo spettatore che non ha la fortuna di seguire dalla platea gli spettacoli. Così non sarà più costretto, come accade ora, a stare in piedi durante lo svolgimento degli eventi o, se obbligato a sedere, a chiedere ai fortunati della prima fila di raccontare loro l’azione drammaturgica che si rappresenta sul palcoscenico.

Venanzio Nocchi


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