Martedì, 29 Settembre 2020

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Culura. Reportage L'Oriente dei pittori

img403l Museo Marmottan Monet, con il suo arredo da Primo Impero e la decorazione di sfingi e grifoni della campagna in Egitto di Bonaparte, è la cornice ottimale per la mostra “L’Oriente dei pittori: dal sogno alla luce”. Perché è stata proprio la spedizione del 1798 a creare nell’immaginario occidentale la mitologia di un Oriente ancorato alle sponde del Mediterraneo e alla storia coloniale francese. Erano infatti i paesi del Maghreb la principale destinazione dei pittori che, sulla scia degli scambi commerciali, potevano avvalersi di mezzi di trasporto mo- derni come il battello a vapore e la ferrovia. L’Algeria viene conquistata nel 1831 e subito visitata da Vernet e Chassériau; il Marocco percorso da Delacroix nel 1832 al seguito della missione diplomatica del conte de Mornay; la Turchia ritratta dai “pittori del Bosforo”; la Tunisia visitata nel 1904 da Kandinsky e più tardi da Klee.

Due sono i temi dominanti di questa rivoluzione pittorica: la figura femminile e il paesaggio. Che, appaiati, all’ingresso, fanno da incipit alla mostra: “La petite baignaise” di Ingres del 1828 e l’acquarello di Klee

Innenarchitektur del 1914. Il primo è una testa di fanciulla con gioiello e turbante, ispirata dalle lettere di viaggio di Lady Mary Montagu. L’altro è la visione metafisica e astratta della città sacra di Kairouan, ripresa dai tetti.

L’odalisca è l’archetipo femminile sognato e mai vissuto dai pittori. Perché inaccessibile dentro l’harem e quindi haram (proibito) a occhi estranei. Solo Lady Montagu, come donna e consorte dell’Ambasciatore inglese a Istanbul, aveva visitato il Serraglio e lo aveva descritto nella sua corrispondenza. Non certo Pierre Loti che in Aziyadé del 1879 s’era inventato una storia d’amore poco plausibile tra un europeo di passaggio e una donna dell’harem. Tanto che Barthes in Il grado zero della scrittura ipotizza che Aziyadé sia un personaggio fittizio che maschera una liaison omosessuale, ugualmente vietata e indicibile.

Esposto al Salon del 1834, Donne d’Algeri nel loro appartamento di Delacroix, fu a lungo considerato la sola rappresentazione veridica d’un interno di  harem.  Recentemente lo studio d’una specialista, Malika Dorbani Bouabdellah, l’ha messo in dubbio per l’atteggiamento troppo disinibito delle odalische che, più che a concubine, fanno pensare a donne di strada del quartiere della Marina.

Un altro celebre sognatore dell’Oriente, Ingres, in realtà non ha mai viaggiato al di là dell’Italia. Ma è per l’influenza di Raffaello e Tiziano - il corpo femminile morbido e niveo, idealizzato - che rinnova la storia del nudo con il Bagno turco del 1863. Anche Chassériau, allievo di Ingres e ammiratore di Delacroix, dipinge dopo il viaggio in Algeria il Bagno al serraglio (1849) con l’odalisca che ricorda una Venere Anadiomene e ha il volto della sua amante Alice Ozy, bianca e statuaria tra le schiave nere, quasi un leitmotiv per questo genere di soggetti.

DAL SOGNO ALLA LUCE
img408Il re delle odalische al bagno resta Jean-Léon Gérôme, il più affascinante e irritante dei pittori orientalisti. Grande viaggiatore – è stato almeno sei volte in Egitto, in Siria e in Palestina – è un abile illusionista che dipinge non quello che vede ma ciò che il cliente desidera vedere. La sua squisita fattura e un realismo al limite della fotografia alimentano il l Museo Marmottan Monet, con il suo arredo da Primo Impero e la decorazione di sfingi e grifoni della campagna in Egitto di Bonaparte, è la  cornice ottimale per la mostra “L’Oriente dei pittori: dal sogno alla luce”. Perché è stata proprio la spedizione del 1798 a creare nell’immaginario occidentale la mitologia di un Oriente ancorato alle sponde del Mediterraneo e alla storia coloniale francese. Erano infatti i paesi del Maghreb la principale destinazione dei pittori che, sulla scia degli scambi commerciali, potevano avvalersi di mezzi di trasporto moderni come il battello a vapore e la ferrovia. L’Algeria viene conquistata nel 1831 e subito visitata da Vernet e Chassériau; il Marocco percorso da Delacroix nel 1832 al seguito della missione diplomatica del conte de Mornay; la Turchia ritratta dai “pit- tori del Bosforo”; la Tunisia visitata nel 1904 da Kandinsky e più tardi da Klee.

Due sono i temi dominanti di que- sta rivoluzione pittorica: la figura femminile e il paesaggio. Che, appaiati, all’ingresso, fanno da incipit alla mostra: “La petite baignaise” di Ingres del 1828 e l’acquarello di Klee Innenarchitektur del 1914. Il primo è una testa di fanciulla con gioiello e turbante, ispirata dalle lettere di viaggio di Lady Mary Montagu. L’altro è la visione metafisica e astratta della città sacra di Kairouan, ripresa dai tetti.

L’odalisca è l’archetipo femminile sognato e mai vissuto dai pittori. Perché inaccessibile dentro l’harem e quindi haram (proibito) a occhi estranei. Solo Lady Montagu, come donna e consorte dell’Ambasciatore inglese a Istanbul, aveva visitato il Serraglio e lo aveva descritto nella sua corrispondenza. Non certo Pierre Loti che in Aziyadé del 1879 s’era inventato una storia d’amore poco plausibile tra un europeo di passaggio e una donna dell’harem. Tanto che Barthes in Il grado zero della scrittura ipotizza che Aziyadé sia un personaggio fittizio che maschera una liaison omosessuale, ugualmen- te vietata e indicibile.

Esposto al Salon del 1834, Donne d’Algeri nel loro appartamento di Delacroix, fu a lungo considerato la sola rappresentazione veridica d’un interno di  harem.  Recentemente lo studio d’una specialista, Malika Dorbani Bouabdellah, l’ha messo in voyerisme da bordello degli europei. Nel dipinto Il mercato degli schiavi del 1886 il cliente arabo, drappeggiato in un prezioso burnus, infila le lunghe dita nella bocca di una giovinetta, come si fa con una puledra per stabilirne l’età. Nell’altro L’incantatore di serpenti, un ragazzino nudo si esibisce, avvolto tra le spire di un pitone, davanti a un pubblico maschile ipnotizzato. Oggi potrebbe scioccare ma all’epoca la nudità infantile era una tradizione antica. Rivoluzionaria è la composizione della scena per tre quarti dedicata alle ceramiche blu, quelle che rivestono il palazzo di Topkapi, e invadono, spianandolo, tutto lo spazio. Il dipinto fu scelto da Edward W. Saïd come copertina  di   Orientalismo, il suo celebre saggio del 1978 sugli studi post-colonialisti.

Tra i pittori orientalisti ce n’è uno che è anche un buon scrittore, Eugène Fromentin. I suoi diari di viaggio sono Un’estate in Sahara nel 1857 e di seguito Un anno nel Sahel. Siamo all’inizio della colonizzazio- ne dell’Algeria e il pittore è uno dei pochi civili autorizzati a viaggiare. Nel quadro Il paese della seteregistra la fiera resistenza autoctona contro l’armata francese mostrando un’agonia di uomini stremati nelle sabbie “quasi cadaveri avvolti nei loro sudari”. Le rocce aguzze somigliano a onde e il braccio d’un disgraziato levato contro il cielo ricorda il tragico naufragio della Zattera della Medusa di Géricault.

Con l’inizio del Novecento si smorza gradualmente l’esotismo delle scene e dei soggetti a favore di una sintesi delle forme geometrica ed essenziale. La mostra a Monaco del 1910 “Capolavori dell’arte maomettana” impressiona Matisse, Kandisky e Derain. È l’alba della pittura astratta. Paul Klee sperimenta a Kairouan, nel 1914, una vera esperienza mistica: «Il colore mi possiede. Il colore e io siamo uno. Sono pittore». Kandinsky, nel cartone a olio Oriental del 1909 registra “l’azione del colore” che genera “la risonanza interiore” che mette in relazione con l’anima. Le sue “Composizioni” astratte sono imminenti.

ARIA DI CASA
Con Carlo  l’avevamo  adocchiato quel concept-store al 22 di rue Saint-Paul, a metà negozio, atelier  e show-room, ma essendo lunedì di Pasqua era chiuso. Ci aveva colpito per l’atmosfera e l’intrigante alchimia di abiti e oggetti eccentrici che s’intravedevano dalla vetrina. E poi il marchio del locale incuriosiva:  “la Mâle d’effeenne” che incrocia la mâlle (il baule) con mâle (maschio), seguito dalle iniziali dei proprietari: François e Nico. Quando ritorniamo e ci presentiamo Nico scoppia a ri- dere divertito quando gli dico d’essere di Città di Castello: «Allora siamo quasi paesani!». Lui è d’Arezzo e ha studiato oreficeria all’Istituto d’Arte dove ha insegnato a lungo la mia amica Maria Pia Mancini. Conosceva anche Fabio, il fratello scomparso. È piccolo il mondo! Vive a Parigi da 15 anni, prima come re- sponsabile al merchandising e delle decorazioni di Louis Vuitton e poi l’iscrizione alla prestigiosa  scuola di moda ESMOD di Alexis  Lavigne per specializzarsi nel ricamo che va di frequente a insegnare in Cina e in Corea. Con François sono sposati regolarmente e  gestiscono il negozio divertendosi a inventare accessori per abiti e a scovare gli oggetti di design più stravaganti. Con un fiuto e un gusto invidiabili. Vi ritrovo lo charme del viaggiatore vittoriano, le giarrettiere, i guanti, i colli inamidati e le cravatte, i foulard di seta e i cappelli che con una spilla o un gioiello diventano androgini. Bauli da viaggio ripieni di essenze e profumi che ricordano il passato e l’infanzia. Piatti e specchi decorati a mano trovati a Londra e nei mercati nord-africani.  Invidio  a Nico i suoi splendidi pantaloni a sbuffo ispirati agli shalwar curdi. Purtroppo non sono un loro manufatto. Quando racconto del percorso in Costa Azzurra che faremo sulle orme di Cocteau, François mi suggerisce di non perdere – me la mostra sul cellulare – la Villa Greca Kérylos a Beaulieu-sur-Mer. Purtroppo devo scappare. Ci scambiamo i numeri di telefono e corro all’appuntamento con l’amica tifernate Giulia Giogli che m’attende davanti al Café Sully. La vedo che si guarda intorno pre- occupata e si mette a digitare sul cellulare. La fermo a distanza con un grido e ci sediamo ordinando del vino. Che piacere rivedersi così distanti da casa! E subito un selfie per la cugina Alessandra in Spagna per farle dispetto: vedi con chi sono? Giulia lavora a Parigi per la Cartotecnica Fisadorelli che è una vecchia img409azienda di Città di Castello, la Fisa, rilanciata sul mercato internazionale dal dinamico manager Alessio Dorelli. Tra un bicchiere di rosso e una battuta sugli amici comuni, Giulia mi confida che il mattino dopo par- te per un week-end in Languedoc dove il fidanzato Agrippa ha la casa di famiglia. Vengo a sapere che è nipote di un “monumento” del cinema francese, Roger Leenhardt, considerato “ il padre spirituale” della Nouvelle Vague. Dici niente: Chabrol, Rivette, Truffaut, Godard, Rohmer, Resnais, i “Cahiers de Cinéma”! Ma Leenhardt era uomo multiforme dal sapere enciclopedico. Era il critico che scriveva su Esprit e aveva
fondato “Objectif 49” con Cocteau e Bresson, ma s’era anche divertito a fare l’attore per Godard e Truf- faut. Aveva scritto colte biografie su Hugo, Corot e Valery ma anche la sua, nel 1979, in forma d’intervista  e titolo impeccabile da cinéphile: “A occhi aperti”. Le nuove generazioni possono recuperare in rete il suo documentario del 1946 La nascita del cinema che ha dato a quello francese “la coscienza di sé stesso”. E il film Le ultime vacanze del 1948, che toccava la sfera intima, malinconica e casta di un adolescente di provin- cia che, costretto ad abbandonare la casa natale, «deve imparare a distinguere – come ha scritto Bazin – il bruciore dell’ultimo schiaffo della madre e il primo schiaffo d’una don- na».

Ivan Teobaldelli


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