Domenica, 27 Settembre 2020

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Cosa dobbiamo ricordare

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La settimana attraversata dalla giornata della memoria e dal rinnovato nostro “mai più!”, è stata densa di eventi che appaiono come altrettanti segni dei tempi per dirci che cosa, anche di oggi, dovremo ricorda­re. Eventi già in anticipo giudicati dalla Parola. Il primo segno, ma solo in quanto a noi più vicino, è che i potenti sono deposti dai loro troni (deposuit potentes de sede, Luca, 1,52). La sconfitta di Salvini era una sconfitta an­nunciata, perché non si vince con l’arrogan­za e non si governa con la spietatezza, e que­sto era chiaro fin da quando il leghista era al governo, e una nostra “newsletter” già l’aveva registrato il 18 luglio 2018, un anno avanti la caduta, alle prime chiusure dei porti in faccia agli immigrati: «Salvini è già sconfitto. L’Italia non è abbastanza crudele», avevamo scritto. Anche i 5stelle hanno qualcosa da ricordare, perché loro, nati per spazzare via “la casta”, con l’antipolitica, “né di destra né di sinistra”, sono giunti a rimanere quasi solo una casta in Parlamento, senza più un popolo che li voti. Ma i potenti possono produrre danni inenarra­bili prima di cadere. E questo è l’altro segno dei tempi che ha fatto irruzione nella nostra storia con la decisione di Trump e di Netanyahu di procedere all’annessione a Israele dei Territori Occupati, comprando i Palestinesi per denaro e chiamando questa tentata corruzione “piano di pace” (come avevano denunciato i profeti: «hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali», Amos, 2, 6). Così due capi politici precari, mentre il potere sfugge loro di mano, pretendono di fissare per sempre il destino di una città e di una terra dove si gio­ca l’eterno.

Trump e Netanyahu sono accusati di crimini gravissimi: l’americano di intelligenza con il nemico russo (ai tempi del maccartismo più an­cora che come un crimine sarebbe stato bollato come un sacrilegio, un patricidio), l’israeliano di corruzione, frode e abuso d’ufficio. Viene da qui il loro comune interesse a porsi sopra ogni giustizia, a gettare sul tavolo i numeri del loro consenso per restare al potere, facendone paga­re il prezzo a un popolo negato, scartato, prima ancora che oppresso. Così si sono organizzati i due incriminati, si sono fatti complici, in una sorta di inedita loro “criminalità organizzata”. L’altro segno dei tempi è la malattia che viene dalla Cina. Essa dice quanto siamo fragili ed esposti noi che pretendiamo di dominare la ter­ra e gli spazi, e come tutto sia unito, e come il nostro destino si giochi nella carne, non a caso scelta da Dio a sua dimora terrena. E se davve­ro il contagio viene da un serpente contaminato da un uccello ed è passato all’uomo in un mer­cato del pesce, ecco un segno potente di que­sta comunicazione nella carne di tutti i viventi sulla terra, e come sia vero che se una farfalla perde le ali a Tokio o ad Hiroshima, un uragano si scatena in America. E si svela una più globale e stringente verità di una parola che risuonò al Concilio Vaticano II” “Chi sta a Roma sa che gli Indi sono sue membra” (Lumen Gentiun, n. 13, citando san Giovanni Crisostomo). Sono, questi, segni dei tempi che ci ammoni­scono su che cosa dobbiamo ricordare: che l’u­manità è una, che il suo destino è comune, e che tutta la creazione soffre con lei. Il pensiero di essere divisi, dialettici, di stare nel conflitto, ogni Stato con la sua Costituzione che ne pro­clama la dignità e il dover essere, ma anche con le sue armi pronte allo sterminio, appartiene ormai a una fase infantile della storia dell’uma­nità.

L’ideologia del “prima noi” (prima gli ariani, prima i tedeschi, prima l’Occidente, prima gli italiani, che poi vuol dire “solo noi”) è la ricet­ta della distruzione e della fine. Ci dobbiamo ricordare che c’è un’altra possibilità, c’è il ge­sto unico, che ciascuno può fare, che salva tut­ti, che ci è stato rivelato un giorno e che è per sempre: quello dello straniero, del Samaritano, del nemico, che riconosce e prende con sé come suo prossimo il totalmente altro da sé, il Giu­deo aggredito e lasciato morente sulla strada di Gerico. In Palestina.

Di Rariero La Valle


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