Sabato, 26 Settembre 2020

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Umbria a rischio criminalità

masonCiò che con troppa fretta e superficiali­tà l’Umbria sembra aver derubricato è stato al contrario confermato dal Tri­bunale del riesame di Catanzaro, che, reputando legittime le tesi dell’accusa, conferma che quanto avvenuto in Umbria trat­tasi di infiltrazioni malavitose evidenti con al­cune ‘ndrine della ‘ndrangheta Calabrese.

Quella che in un primo momento è sembrata una notizia importante, purtroppo, lentamente si è sgonfiata fino quasi a scomparire dalle pa­gine dei giornali e da quelle della politica. Alle roboanti affermazioni sulla legalità e il fermo contrasto alla criminalità organizzata si è lentamente sostituita l’apatia e il distacco. All’indignazione e alle prese di posizione dei primi giorni, si è andata lentamente sostituen­do l’indifferenza. Cosicché ciò che riempiva le pagine e la cronaca locale si è alla fine ricom­posto nei soliti e limitati ambiti di resistenza al fenomeno mafioso. Questo è in generale un grave errore, ma per l’Umbria lo è ancora di più.

La nostra regio­ne, prevalentemente per cause derivanti dalla perdurante stagnazione economica e dal peg­gioramento delle condizioni generali, si rende più che in passato permeabile alle penetrazioni mafiose. Il declino della classe media, delle professioni e delle opportunità di lavoro in generale stanno da anni erodendo la cultura dominante della solidarietà e delle relazioni sociali. Tutto è diventato più liquido e confuso e la ri­cerca del reddito trova sempre più spesso nuo­ve forme dal carattere cinico e opportunistico, agevolato dalla cetomedizzazione del sistema, dal familismo amorale e dalla politica del con­senso.

Questa deriva è ben visibile nei tanti processi intentati contro la gestione della cosa pubblica, dell’ambiente, le clientele e forme sempre più esplicite di corruzione dilagante, nella disinvol­tura delle classi dirigenti e di molti sedicenti imprenditori e procacciatori d’affari. Andrebbe inoltre considerato il declino e l’im­preparazione di una classe politica inadeguata, frutto di un cambiamento dai caratteri antro­pologici, che ha visto svoltare non senza stu­pore il consenso da un modello solidaristico, responsabile e inclusivo a uno egoistico, indi­vidualista e divisivo, alimentato da percezione, insicurezza e disinformazione.

Recessione economica, disinvoltura e imprepa­razione della politica e delle classi dirigenziali pubbliche e private, unite a forme associative poco chiare come quella massonica – più vol­te richiamata nell’indagine e molto presente in Umbria –, concorrono a delineare un sistema di fragilità estremamente preoccupante e pervasi­vo del tessuto regionale. Anche in Umbria purtroppo dobbiamo avere il coraggio di ammettere di non potere più con­siderarci immuni da forme di declino morale e sociale, né al sicuro da comportamenti opachi se non esplicitamente illegali. Nei fatti degli ultimi anni, sanitopoli, appalto­poli e concorsopoli, sono visibili tutti i germi di una deriva culturale e morale della nostra regione. Un fatto che andrebbe affrontato con determinazione, coinvolgimento e tanta traspa­renza e coraggio, evitando di negarlo o sottova­lutarlo, come purtroppo ancora una volta sem­bra stia accadendo.

Se tra i fattori scatenanti, come detto, vi è quello economico, allora è bene considerare che l’Umbria in questo senso soffrirà ancora per lungo tempo di uno stato di stagnazione, che la renderà ancora più debole ed esposta alle penetrazioni malavitose in ogni ambito e a ogni livello. Per questo la credibilità delle vicende con­fermate dal tribunale calabrese non devono essere sottovalutate, perché da ciò che sa­premo fare oggi, nel contrasto alla mafia, passerà il futuro e la qualità della vita dei nostri figli e delle nostre comunità.Nessuno sottovaluti il problema dunque, né si senta al sicuro.

Di Ulderico Sbarra


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